Metallica: “Hardwired… To Self-Destruct” (2016) – di Claudio Trezzani

Un nuovo disco dei Metallica, volenti o nolenti, soprattutto dopo otto anni di attesa, è un evento culturale e musicale di massima importanza. La band californiana ha infatti contribuito alla creazione del thrash-metal e negli anni ha sdoganato il genere, rendendolo un fenomeno di massa culminato nel 1991 con il loro campione d’incassi (il disco tutto nero “innominato” che per comodità verrà chiamato “Black Album”) probabilmente uno dei dischi più venduti della storia della musica rock. Sgombriamo subito il campo dai dubbi che ci hanno assalito per anni: i Metallica, pur avendo accumulato allori e anni d’anzianità, sono ancora ispirati e hanno voglia di suonare. Forse in certi casi anche troppa.
Il nuovo lavoro, infatti, è lungo, anzi lunghissimo: dodici canzoni divise in due dischi, per oltre un’ora e dieci minuti di musica. Andiamo con ordine. I “Four Horsemen” ci regalano finalmente una scaletta con una produzione all’altezza, un monolite di metallo vero sparato in faccia come un treno in corsa e suonato con una bella sensazione di presa diretta. Le derive southern e hard-rock-blues, le idee dei no-solos e del “no-produzione tanto suoniamo bene lo stesso”, qui sono completamente accantonate.
Tutto fantastico? Tutto positivo? Purtroppo, no. La troppa voglia di fare, in parte li ha traditi.
Dopo l’ascolto, infatti, si ha l’impressione che questo lavoro poteva tranquillamente essere ridotto a un disco solo: l’errore commesso è lo stesso che fecero con “Load” e “ReLoad”, due dischi che potevano convogliare in uno solo. Così, anche “Hardwired… To Self-Destruct” soffre di un eccesso creativo che alla resa dei conti avrebbe dovuto essere meglio controllato: tanti pezzi sono validissimi, troviamo un paio di capolavori, ma ci sono anche alcune canzoni prescindibili e che mortificano la resa complessiva dell’opera. Il primo disco vale da solo l’acquisto dell’album, non ci sono cali di tensione o filler.
Si parte con la mitraglia spianata di Hardwired, un pezzo veloce e trascinante, che apre la strada ad Atlas, Rise!, sound in equilibrio fra la ferocia degli esordi e il più equilibrato “Black Album”. Cattivi e potenti, i Metallica ci sparano nelle casse canzoni totalmente ispirate, come Moth Into Flame. Ci sono poi due picchi sul finale: l’oscura Dream No More, la cui melodia sembra uscita da “Master of puppets”, e Halo On Fire, un autentico pezzo ‘Tallica-Style, con un arpeggio dal sapore epico in bella evidenza, un ritornello che esplode fragoroso e continui cambi di tempo. Un perfetto esempio, quindi, di quell’equilibrio fra potenza e melodia che li ha resi famosi in tutti il mondo e che è da sempre il loro marchio di fabbrica.
L’inizio della seconda parte dell’album ha nel titolo della canzone un mesto presagio (Confusion) che conferma quanto detto: grande entusiasmo, gran voglia di fare, ma anche una creatività non sempre ispiratissima. Sia chiaro che non ci sono brani inascoltabili ma, solo Manukind (che porta anche la firma di Robert Trujillo) sembra avere il carisma per restarci nelle orecchie nel tempo. Nemmeno Murder One, brano dedicato a Lemmy Kilmister dei Motorhead, nonostante gli sforzi riesce a centrare in pieno l’obiettivo. Tuttavia, come in tutti i dischi dei Metallica succede (ecco arrivare la sorpresa) il pezzo che cambia le carte in tavola e solleva in parte il giudizio sul secondo disco. Spit Out The Bone è, infatti, una canzone di thrash metal moderno, veloce e cattiva ma capace anche di un impianto melodico che solo loro sanno costruire. La voce di James Hetfield sempre a suo agio, con assolo incastrato alla perfezione tra riff di chitarra, giri di basso martellante e un lungo finale: un “bigino”, insomma, di heavy metal di classe superiore. In definitiva i Quattro Cavalieri di San Francisco, tornati dopo uno iato durato troppi anni (l’ultimo album in studio risale al 2008) riescono nell’intento di sfornare un disco complessivamente ben riuscito che, con qualche taglio alla prolissa scaletta avrebbe (forse) fatto gridare al miracolo. Certo, dai Metallica, in considerazione del leggendario passato, tutti si aspettano sempre tanto; tuttavia, a 50 anni suonati, non si può pretendere che l’ispirazione sia sempre all’altezza degli standard migliori. Lascio volutamente alla fine il giudizio sulla copertina che non deve, ovviamente, influire sull’ascolto: assumere un grafico che non usa solo gli effetti di Photoshop sarebbe stato utile ad evitare una cover così trash, ma non nel senso del metal.

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