Metallica: dal magnetismo della morte all’autodistruzione – di Claudio Trezzani

Il tempo nella vita musicale dei Metallica scorreva lento già prima del terremoto che avvenne a cavallo dell’inizio del millennio. I Nostri non sono mai stati una band da un nuovo album ogni due anni, ma piuttosto una band “live” che stava anche più di 100 giorni in tour però, con gli otto anni passati fra “Death Magnetic” e la loro ultima fatica, “Hardwired…To Self-Destruct”, hanno raggiunto un record. Otto anni nella vita di un essere umano sono molti, nella vita di un musicista sono tantissimi, un’eternità. Le ragioni di questa lunga gestazione, vanno ricercate sopratutto nelle vite private deiFour Horsemen” che, dopo i due contestatissimi “Load” e “Re-Load”, tra problemi famigliari e personali, sembravano essere arrivati alla fine del viaggio. Ricordiamo le vicende alcoliche di James Hetfield, le storie legate alla presunta omesessualità di Kirk Hammett, i litigi continui con Jason Newsted e la sua voglia di fare musica anche al di fuori del gruppo. Come racconta Hetfield in varie interviste, il suo ricovero in un centro per la disintossicazione dall’alcol, negli anni che precedettero “Death Magnetic”, aveva salvato il futuro della band, ma furono gli anni successivi al 2008 che contribuirono alla rinascita musicale. La decisione di affidarsi al guru del mixer Rick Rubin nel 2007, aveva restituito ai Metallica la voglia e la passione di suonare quello che sapevano suonare. Un ritorno alle origini thrash che i fans aspettavano da anni, ma che non ha completamente soddisfatto né la critica né soprattutto i 4 Cavalieri di Frisco. Un disco con sprazzi di Metallica ma un suono che Hetfield definì a suo tempo, troppo potente e debordante. Rick Rubin è un personaggio che incide molto e la sua presenza è ingombrante, sia nelle scelte che nella visione musicale, da qui la decisione successiva di separarsi dal produttore leggendario e affidarsi completamente all’ingegnere del suono di “Hardwired… to Self-Destruct”, Greg Fidelman: è stata questa decisione, condivisa dai quattro, che ha dato la vera svolta al lavoro che sarebbe poi divenuto realtà nel 2016. Fidelman lascia lavorare Hetfield e Urlich, non interviene in alcun modo nella scrittura dei brani, nella registrazione, ma è la “terza voce”, la prospettiva differente di cui hanno bisogno per completare il loro ritorno vero e proprio al suono “Metallica” ma, soprattutto, è un tecnico del suono coi fiocchi e i risultati si vedranno. Ha già seguito i Metallica nella lavorazione del film flop “Through The Never”, commercialmente forse il loro più clamoroso insuccesso ma, soprattutto, nella collaborazione controversa e originale con Lou Reed per il concept album “Lulu” del 2011. La fiducia che Fidelman si conquista in seno alla band è qualcosa di estremamente raro quando si parla dei Metallica. Tutti sanno che quando si tratta con Hetfield e la “sua” musica non si scende a compromessi e non si scherza; lo sa benissimo l’ex bassista Newsted defenestrato per frizioni con il “boss” della band. In quell’occasione le continue richieste di poter essere più partecipe e, soprattutto, di poter anche portare avanti progetti paralleli, sono stati fatali. Le lavorazioni dell’album probabilmente sono le più insolite che il gruppo ha  mai affrontato. I thrasher californiani ora sono padri di famiglia e inoltre continuano la loro intensissima vita fatta di concerti negli States ma anche nei Festival europei. Proprio in occasione di uno dei Festival svoltosi in Europa scrivono e propongono live una nuova canzone: Lord Of Summer (che comparirà poi nella versione deluxe di “Hardwired… to Self-Destruct” come inedito). Questa probabilmente nel 2014 è la “scintilla compositiva” che rimette in moto la macchina. Il pezzo non è imprescindibile e le reazioni negative dei fans, preoccupati di aver perso per sempre gli amati thrasher, non scoraggiano i quattro. Tornati a casa in California, Hetfield e Urlich cominciano a tirar fuori dai cassetti riffs accantonati e cominciano a lavorarci, senza comunque interrompere la quotidianità delle loro vite private e dei concerti. I nuovi Metallica sono questi: sempre devastanti animali da palcoscenico che si prendono il loro tempo per la vita privata. Purtroppo saranno bersaglio di critiche anche per questo, ma i fans (soprattutto i giovanissimi) tendono a non considerare mai idolo un uomo con una vita privata che, con il passare degli anni, comincia a diventare più importante della vita pubblica. Il vero e proprio processo di composizione e registrazione dei pezzi avviene in questi due interminabili anni, proprio perché, come ammesso dal frontman, è il disco che ha richiesto meno tempo in assoluto per le registrazioni ma, visto il procedere “a singhiozzo” fra concerti famiglie e impegni, è diventato quello con la gestazione più lunga. Il mondo è cambiato e lo sa bene il buon Urlich da businessman ormai navigato: per questo disco il mondo dei social network è usato come mezzo per aumentare la voglia dei fans di mettere le mani sul nuovo materiale. Vengono mandati, a intervalli, piccoli video delle registrazioni che propongono riffs durissimi. Poi il tocco di genio: a ridosso della data di uscita vengono pubblicati i video di ogni canzone sul canale YouTube della band. Ormai sembrano passati millenni dalla battaglia contro MTV, contro i video e soprattutto contro Napster e il mondo di internet. I Metallica di oggi sono ormai calati nel mondo commerciale moderno e lo sfruttano per crearsi attenzione attorno. Cosa che è risultata utilissima vista l’assenza quasi decennale dagli scaffali dei negozi. Una costante dei precedenti nove album dei “Four Horsemen”, se ce n’è una, è di sicuro la capacità di sorprendere, di non fare mai nulla di scontato, pubblicando album sempre molto diversi tra loro; ciò li ha portati ad essere, soprattutto per quel che riguarda gli ultimi lavori, bersaglio di aspre critiche da parte di fans “duri e puri”. Tuttavia ciò non accade nel nuovo disco: nessuna sorpresa ma solo la conferma che i Metallica vogliono fare i Metallica e, anche a cinquant’anni suonati, sono ancora qui a dettare le regole del thrash. “Hardwired… to Self-Destruct” balza immediatamente al numero uno delle classifiche di tutto il mondo come ai tempi del “Black Album” e ci restituisce una band compatta come un muro di cemento armato. La voglia di farsi sentire forse li ha portati a esagerare allungando l’incisione su due dischi ma Hetfield e soci sfornano un prodotto finalmente compiuto, che suona caldo e potente, con alcune canzoni che si possono finalmente definire capolavori, come succedeva ormai più di vent’anni prima. Personalmente ritengo che soprattutto la canzone finale, Spit Out The Bone, sia il vero pezzo killer: è il manifesto pubblicitario di intenti. Un pezzo thrash veloce e melodico come non se ne ascoltavano ormai da anni. È sufficiente sentire questa canzone e subito dopo una qualsiasi di St. Anger per comprendere quanto la trasformazione delle vite personali dei Metallica e, soprattutto, quella drammatica e sofferta di James Hetfield, abbia influito in maniera determinante sul suono, sui riffs e sulle liriche del nuovo corso della band. A volte forse l’ego fortissimo dei due leader li porta a strafare e a non scartare nulla del lavoro in studio: ne hanno diritto ovviamente, la loro carriera parla per loro, ma a volte una coscienza critica aiuterebbe maggiormente. Probabilmente a livello di scelte manca una mente come Rick Rubin, non tanto per la composizione o il suono per cui Fidelman risulta perfetto, quanto  per la “scrematura” che in questo lavoro è venuta meno, penalizzando l’intero album. Il prossimo passo decisivo sarebbe quello di coinvolgere a pieno titolo nella scrittura dei brani e nel suono, anche il geniale bassista Robert Trujillo, che darebbe un’ulteriore freschezza e groove ai brani: ma quando si parla di “contaminare” la sua musica il buon Hetfield non è sempre disponibile. Un vero peccato relegare un artista del genere a comprimario: crediamo che la sua storia parli per lui. Bentornati ragazzi, coltiviamo la speranza che l’autodistruzione sia solo metaforica e che il prossimo lavoro non arrivi fra un altro decennio: abbiamo bisogno che i “Quattro Cavalieri” cavalchino più spesso nei nostri speaker. Buon ascolto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.