Meshuggah: “Nothing” (2002) – di Nicholas Patrono

“Nothing” (2002). Niente. Ciò che rimarrà dell’ascoltatore, al termine dei suoi 53 minuti di durata: questo disco è la colonna sonora dell’annientamento dell’essere umano. Datata 2002, la quarta fatica discografica dei Meshuggah è forse l’album che più di ogni altro li ha consacrati tra le band che hanno scritto una parte di storia della Musica, non tanto in termini di successo commerciale, quanto come innovatori del Metal estremo. Il longevo progetto musicale ha preso vita nel 1987 a Umeå, in Svezia, grazie ad un’idea del vocalist Jens Kidman. L’attuale formazione comprende lo stesso Kidman alla voce, Fredrik Thordendal e Mårten Hagström alle chitarre, Dick Lövgren al basso e Thomas Haake alla batteria. Il nome Meshuggah corrisponde, in lingua Yiddish, alla parola “pazzo”. L’ascolto di un qualsiasi brano del quintetto svedese chiarisce ogni dubbio sul motivo della scelta del nome: dissonanze, poliritmie, polimetrie, cromatismi, improvvisi cambi di tonalità e di tempo. Una follia diventata sempre più evidente a partire da “Nothing”, una distruzione calcolata, fredda e inesorabile. Se i primi dischi della band, “Contradictions Collapse” (1991), “Destroy Erase Improve” (1995) e “Chaosphere” (1998) sono i figli di un thrash metal firmato Metallica, in cui le ritmiche veloci e il cantato aggressivo vengono estremizzati… da “Nothing” in poi avviene un cambio radicale nella produzione musicale dei Meshuggah. Thordendal e Hagström si muniscono di chitarre a 8 corde, estendendo verso il basso lo spettro di suoni dei loro strumenti, e i brani diventano sempre più stratificati e intricati, come tanti rompicapo da risolvere. Le peculiarità si sommano alle peculiarità, a partire dal suono sperimentale e l’esagerata complicatezza delle strutture compositive. Dalla furiosa apertura di Stengah all’ultimo, disturbato istante di Obsidian, sono banditi i momenti di riposo. Nessuna ballad che tenga, momenti di quiete pressoché inesistenti, melodie dimenticate. Solo un muro sonoro fatto per essere esattamente ciò che è: sperimentale, sgradevole, aggressivo, violento. Estremismo voluto, quello della band svedese, tanto che ascoltare tutto “Nothing” (o qualsiasi altro loro disco) senza mai fermarsi è quasi una prova di resistenza fisica. Estremismo che rischia di essere banalizzato e categorizzato dall’ascoltatore medio, che lo definirà “rumore”, che non noterà le ricercatezze, a tratti tanto astruse da sembrare inconcepibili. Un disco da digerire lentamente, del quale non si finisce mai di scoprire gli strati nascosti, le concatenazioni matematiche ragionate al millimetro, l’impressionante mole di lavoro che ha portato alla sua creazione. L’apparente somiglianza tra le tracce rischia di stancare presto, ed è questo forse il solo problema dei Meshuggah, qualsiasi disco si prenda in esame. Poche emozioni, o meglio, una sola: la rabbia. Una rabbia fredda e sempre uguale a sé stessa, che non cresce e non cala, perché è sempre al picco e distrugge tutto ciò che trova sul suo cammino. Scelta stilistica che può essere condivisa o meno, ma che risulta identitaria e descrive alla perfezione ciò che la i Meshuggah offrono a chi li ascolta. Genere musicale non certo per tutti, ma che è sbagliato descrivere come “rumore”, una banalizzazione dal carattere estremamente riduttivo. Questo modo di essere è ciò che ha fatto la fortuna del disco e della band stessa, che ha poi continuato a produrre album con regolarità: “Catch Thirtythree” (2005), “obZen” (2008), “Koloss” (2012) e “The Violent Sleep of Reason” (2016). Il successo commerciale raggiunto dai Meshuggah ha inoltre contribuito alla diffusione, nel panorama Metal moderno, di chitarre accordate sempre più in basso e ad una generale virata di molti gruppi verso tonalità più gravi. A questo è seguita la nascita di band come Periphery, Tesseract, Monuments e molte altre, che hanno tentato di replicare il sound dei Meshuggah e renderlo più accessibile e commerciale, inserendo una maggiore dose di melodia e canto pulito e dando vita ad una guerra tra i “puristi” e gli “innovatori”. Essere imitati, essendo inimitabili: ciò che accade a tutti i grandi.

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