Memorie per l’avvenire: dischi che lasciano una traccia – di Girolamo Tarwater

Alla fine dell’anno appena passato che tipo di consuntivo si può fare? Come raccontare un anno così particolare? Beh, in realtà è semplice: come tutti gli altri anni. Ricordando ciò che è capitato, quello che si è fatto, visto, ascoltato. Alla fine di quest’anno sono ancora più convinto di qualche mese fa che in fondo il covid è una finta emergenza: ha reso evidenti una serie di crepe e problemi evasi, li ha accentuati, esasperati, amplificati anche drammaticamente, ma non inventati. Vorrei allora raccontare qualcosa di questo anno attraverso la musica che ho ascoltato, quella uscita l’anno scorso, con i pensieri e le emozioni che alcuni dischi hanno suscitato in me. In un modo o nell’altro quasi tutti hanno avuto a che fare con la pandemia, o perlomeno mi hanno suggerito qualcosa a suo riguardo. Ecco allora tre percorsi parziali, tre piste fra le tante su cui si potrebbe scendere. Non è una lista dei dischi più belli dell’anno. Certo, sono tutti belli, alcuni di più altri meno, ma quello che più conta è che hanno lasciato traccia. Siamo così sommersi da un’infinità di dati che tutto rischia di scivolare via, indistinto. Ripercorrere le strade fatte, trovandone magari altre è un modo per guardare avanti e affrontare il presente. Un primo lotto di dischi, abbastanza sorprendentemente, in quest’anno così travagliato mi ha per così dire riconciliato con le canzoni. Vorrei ricordare almeno cinque uscite di songwriter, anche se molto diversi tra loro.
Iniziamo con Benjamin Biolay. “Grand Prix” è un disco che rilegge a modo suo, raffinato e colto, la mitologia della Formula Uno, facendone una parabola della vita, con alcune straordinarie canzoni e – suo malgrado, visto che è stata composta prima – una delle prime canzoni che hanno accompagnato lo spleen da covid (Comment est ta peine). Forse i versi più belli (o appropriati) dell’anno sono il suo refrain: “Comment est ta peine? La mienne est comme ça. Faut pas qu’on s’entraîne / À toucher le bas. Il faudrait qu’on apprenne / À vivre avec ça. Comment est ta peine? La mienne s’en vient, s’en va / S’en vient, s’en va”. Voliamo poi in America con una quaterna niente male che invita ad andare più in profondità della cronaca mordi e fuggi di scoop dell’ultima ora. Jim White con il suo “Misfit’s Jubilee” ha reso più pop il suo rock bislacco, orgogliosamente hillbilly. Uno sguardo traverso sull’America di cui oggi c’è tanto bisogno, per non ridurre tutto alle follie di Trump. Lo stesso si può dire del “menestrello di Duluth“. In piena emergenza covid è saltato fuori pure un nuovo disco di Bob Dylan. L’impatto emotivo di Murder Most Foul è stato incredibile, ma tutto il disco a seguire (“Rough and Rowdy Ways“) è un invito a ripensare il presente e collocarlo in un orizzonte più grande, sia esso la storia americana (Kennedy) o la letteratura (Shakespeare e Whitman – la sua citazione è una delle più care a me – per fare i nomi più evidenti) o la musica stessa. Possiamo collocare qui anche il blues elettrico e sporco di Lucinda Williams. “Good Souls Better Angels” è una botta di energia che ci ricorda che vale sempre la pena incazzarsi per le cose che non vanno, come pure prendersi cura di chi è nei casini. “Fetch The Bolt Cutters” di Fiona Apple si discosta come atmosfere ma è un indiscusso capolavoro, sbucato fuori i primi mesi della pandemia e con le sue canzoni puntellate come puzzle ritmici, imbizzarrite ma profondamente coese, mi pare concettualmente un ottimo modo di affrontare la crisi emotiva e cognitiva da covid, un invito alla creatività, a percorrere strade inusuali. Era da anni che tanti (si fa per dire) dischi di canzoni non attiravano la mia attenzione.
Il secondo percorso à rebours per il 2020 sono tre dischi che mi erano sfuggiti (ma chissà quanti altri ce ne sono) e che ho scovato nella lista di fine anno di The Wire che di solito è pretenziosa (anche quest’anno) ma qualcosa di buono vi si trova sempre. Era un peccato perdersi “The Cycle” dei Mourning [A]BLKstar, un collettivo di Cleveland che mi ha ricordato il miscuglio creativo dei primi Massive Attack (qui un po’ più monocorde), un soul consapevole, scuro e imbastardito, pieno di vita, di groove pesantissimi come un funk rallentato da un rullo compressore, più macchiato e unto che spruzzato delle infinite musiche afroamericane, con fiati che sembrano venire dall’oltretomba, percussioni ipnotiche come una danza tribale alla moviola, fiati ancestrali che potrebbero venire da un carnevale o un funerale di New Orleans. Eppure ne esce una musica calda (nel senso di sangue vivo) e collettiva (nel senso del calore che gli umani sanno darsi). Il secondo disco, uno dei migliori dell’anno, è il post-avant-jazz attivista di Moor Mother, visto che quest’anno Matana Roberts non aveva spiccioli in tasca per noi. Anche qui identità e musica sono confuse, stralunate in un mix che guarda indietro per andare avanti. “Circuit City” è un miscuglio nato per il teatro e che della performance mantiene l’urgenza comunicativa riesumando lo spirito e la spiritualità viscerale del jazz della Impulse! (l’ultimo Coltrane, Sun Ra, Pharoah Sanders, Albert Ayler: che famiglia!). Altro che quella palla secchiona di Kamasi Washington: si salva solo perché sta nell’ultima puntata di Homeland. Infine un trio, gli Still House Plants, schizzatissimi e sgangheratissimi, che con “Fast Edit” mettono su un disco che è un centrifugato di sperimentazioni già tante volte sentite che passa dalle viscere al cervello bypassando il cuore, per una danza spastica in cui gambe e braccia vanno per conto loro. Un disco sghembo e meraviglioso, pieno di quella poesia che solo i matti sanno fare: gioia e sofferenza senza mediazione di psicofarmici. Non tutti ce la fanno.
Ultima tranche, per la terza e ultima sfornata di dischi del 2020 vado a spulciare tra gli album che ho recensito su Blow Up, una rivisitazione dei dischi che quest’anno ho recensito per Altrisuoni. Si tratta di esercizi spirituali in forma di musica, dischi il cui ascolto accende una attitudine più profonda e apre ad ascolti inattesi. Un percorso quasi necessario per un anno decisamente “altro”. “Unnatural” di Patrick Graham & John Sellekaers unisce percussioni ed elettronica per un suono randagio, instabile, irrequieto, una specie di percorso a ostacoli, come attraversare un campo minato, ora devastato, ora minaccioso anche quando sembra tranquillo. Quelle che sembrano divagazioni sono invece esplorazioni e incursioni e ciò che sembra frammentario è adattabilità. Direi che traccia delle buone intuizioni per uscire dal 2020 e inoltrarci nel 2021. Vitor Joaquim (“The Construction of Time”) continua la sua riflessione sul tempo attraverso tocchi elettronici, quasi pulsazioni raggrumate e incerte che si distendono su uno sfondo ondeggiante e crogiolante di brusii e brume, oppure con bassi tellurici o magmatici su cui si affaccia una tromba e finisce per essere come un fiume che si gonfia sempre più di acque, che scorre e rimane sempre lo stesso. Essere troppo presi dall’attualità ci può impedire di coglierne il senso: per costruirlo ci vuole un minimo di consapevole distacco che apra a spiragli di senso. È quello che fa Werner Dafeldecker. In “Parralel Darks” scova negli interstizi tessiturali dei materiali sonori grezzi sfumature, invitando a prestare attenzione a ciò che percepiamo ma che spesso ci sfugge perché siamo distratti o perché non gli diamo importanza. Ne esce una specie di realismo metafisico sonoro con una vena poetica che trasfigura i suoni stessi, quasi disvelandone un’aura, ma non come qualcosa di esterno, quanto come qualcosa di intimo che, quasi timidamente, cerca lo spiraglio giusto per esporsi.
La violoncellista Clarice Jensen in “The Experience of Repetition as Death” medita invece sulla malattia della madre ammalata di cancro; le idee che in qualche modo l’hanno aiutata a rielaborare l’esperienza dolorosa e drammatica sono attinte da Freud e dalla poeta femminista radicale Adrienne Rich. La musica si distende con loop meditativi di ascendenza astrale, con un noise brumoso, ma anche con suoni che riprendono la quotidianità, in questo caso le ore passate nei corridoi degli ospedali, attraverso campanelli che suonano, ronzii e segnali acustici delle macchine che ripetono infinitamente le stesse pulsazioni. Infine due dischi che hanno a che fare con la terra. “Minnesmärke” di Mats Erlandsson è un’elegiaca riflessione sui mutamenti socio-economici svedesi (e mondiali) e sulla storia personale dell’artista, partendo dalle miniere di ferro Ställbergs dove lavorava il nonno. Lunghe note di strumenti elettronici, field recordings nelle gallerie della miniera, arrangiamenti di violini, fiati e contrabbasso e continue, sotterranee incursioni rumoristiche, ora più fantasmatiche, ora più documentaristiche sono assemblate con grande maestria e sensibilità. Chissà che ne pensa Greta. Infine, dalla Svezia al Portogallo. Joana Guerra dedica “Chão Vermelho” alla sua terra argillosa, rossa, secca e alle sue peculiarità una serie di dolenti, fragili e consapevoli pezzi. Una nenia per una terra amata anche se dura. Anche il più ostile degli ambienti ha qualcosa da offrire. Su tutto il rosso, colore di terra e di sangue, di ciclo di rinascita, per un approccio femminile che esplora sfumature marginali, senza paura di sporcarsi, ma con grande sensibilità. Può essere un buon auspicio per l’anno da poco iniziato.

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