Memorie del defunto “Giuoco del calcio” – di Benito Mascitti

Per lenire le ferite che la pentola scoperta del calcio globale apre in molti di noi con i suoi schizzi di merda e l’arroganza di un sistema che forse più della politica ha raggiunto vette fin qui impensabili di delirio da strapotere impunito; perduto ormai da tempo ogni entusiasmo per questo fenomeno di massa ormai trasformato in un infernale “rollerball” che lo costringe a non poter essere più lo sport intriso di magia che era; riusciamo, nonostante tutto, a sognare il Giuoco del Pallone: attraverso le glorie e le vicende della sua sconfinata memoria.
Cerchiamo nello scaffale dei ricordi un album di figurine di tanti anni fa per tornare, come per magia, ai tempi dolcissimi e lontani in cui la figurina andava attaccata con la colla e sul dorso portava stampato “valida”, “bisvalida”; come dire… vale un punto, vale due punti. Completare l’album era arduo e anche per questo si rivelava come un viaggio affascinante. Appare nitido il ricordo di quell’anno che Copparoni
– secondo portiere del Cagliari – era introvabile e valeva, nel tradizionale scambio tra ragazzi, almeno cinque Frustalupi.
E poi i premi per chi completava l’album delle figurine e spediva i punti accumulati:
il razzo a molla, le scarpe da calcio, o l’almanacco del campionato.
Al giorno d’oggi tutto questo non esiste più, irrimediabilmente travolto da un circo che ormai ha ampiamente svilito e distrutto sé stesso… imbarbarito e corroso dagli intrighi, mostruoso nell’ abbeverarsi anche del sangue di ormai troppi innocenti.
E allora, così come ci sono quelli che non vanno più a votare, sono ormai tanti quelli che non vanno più allo stadio. Perché diventa sempre più difficile, per una persona normale, per una famiglia, frequentare uno stadio e appassionarsi al Giuoco del Calcio, quello vero… anche per una grande responsabilità da attribuire al giornalismo che lo racconta, tentando di farci credere che la realtà incredibile e inaccettabile sia invece giusta normalità.
Chi vi scrive, da decenni lontano in spirito e in carne dal calcio che lo appassionò,
– ancor prima di quello nazionale quello della sua Città – ripensa con nostalgia a un anno veramente glorioso dei colori biancorossi del Teramo Calcio…
Stagione calcistica 1974 – 75: dopo 15 lunghi anni il ritorno in C e l’avvincente lotta con il Modena (53 punti) e il Rimini (51 punti), di questa magica squadra che chiuse il campionato a quota 50, lottando fino alla fine, a dispetto delle tante avversità e dei reiterati tentativi di “scippo” nel corso del campionato. Un “Teramo delle meraviglie” insomma, “brutto anatroccolo” in precampionato e splendido “principe azzurro” nel finale. C’era anche un giuliese – così si chiamano gli abitanti di Giulianova, centro rivierasco della provincia… e allora la rivalità calcistica tra le due città era sana ma spietata – proveniente dai campionati di A e B… Bruno Piccioni.
E poi Osvaldo Jaconi proveniente dal Lecco e Sergio Giovannone da Novara, che suscitò da subito qualche perplessità ma si rivelò poi un vero e proprio gladiatore di questa squadra che rimane nella memoria come uno degli organici più stupefacenti che Teramo abbia mai avuto. Oltre al vino edulcorato che “Joe Condor” dispensava ai tifosi avversari in curva, sugli spalti del Campo Sportivo campeggiava uno striscione in onore dell’allenatore… Fantini… hai fatto del “Comunale” la Scala del calcio”. Alla fine, a parte tutto il resto di quella emozionante avventura, la più grande soddisfazione stava nella conquista dei due derby con gli “odiati” cugini del Giulianova: 0-2 all’andata fuori casa (Chiodi e Piccioni in goal), 2–1 al Comunale (due pappine di Pulitelli e la rete della bandiera di Giorgini). Si diceva di Sergio Giovannone e del diffuso sospetto iniziale d’aver preso un bidone acquistandolo.
Il problema di Sergio non risiedeva nelle sue doti di calciatore (un fisico imponente e il cuore da terzino vecchia maniera… un vero e proprio “Spartacus”) ma nella difficoltà di ambientarsi in una città allora parecchio sonnacchiosa. Gli mancavano gli amici e le mattane che un giovane della sua età deve comunque fare, al di là del ruolo, per sentirsi vivo. Allora noi ragazzi prendemmo a cercarlo, e lo integrammo in un organico di varia umanità, che consumava i pomeriggi in interminabili zingarate
– a base di succo di vigna – che iniziavano dopo pranzo e potevano concludersi, anche a chilometri di distanza dalla cinta muraria cittadina, nel cuore della notte. Paradossalmente, questa vita sregolata cancellò d’incanto ogni residuo di “saudade” dal cuore di Sergio, e a ogni partita “Spartacus” risultò generoso, temibile, impavido… determinante. Insomma, questo bel ricordo è riuscito a dare un intensa emozione anche a noi, che sfuggiamo il calcio e che moriamo dalla voglia di rivivere le emozioni che il rettangolo verde ci ha donato in un tempo ormai lontano; sperando che un giorno riusciremo ancora a riabbracciare quei cari, quei compagni di mattane che son volati via anzitempo.

© RIPRODUZIONE RISERVATAblatter nella pentola

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.