Melvins: “Bullhead” (1991) – Di Gianluca Chiovelli

Leggo da un quotidiano di qualche anno fa: “Sarebbe stato trovato in Sudafrica l’anello mancante tra scimmia e uomo. Si tratta di una nuova specie di ominide [che] si colloca tra l’australopiteco, considerata ancora una scimmia, presente in Africa 3,9 milioni di anni fa, e il primo ominide riconosciuto, l’Homo Habilis, nostro progenitore di 2,5 milioni di anni fa (…)”. Ero sicuro che l’avrebbero trovato (anche se un po’ di preoccupazione ce l’avevo): la Natura, infatti, non ama i salti (“natura non facit saltus”). A dir la verità pure il rock non facit saltus. A volte ci sono delle accelerazioni, ma dei salti, signori miei, mai. Se abbiamo l’impressione che ci siano dei salti ciò è dovuto esclusivamente all’ignoranza; o alla disattenzione… e infatti: c’è ancora qualcuno che crede che il grunge sia nato da solo? Comparso all’improvviso in una remota regione degli Stati Uniti, Washington State, mezza americana e mezza canadese? Suvvia, non scherziamo… lo si ammetta: non avevamo posto troppa attenzione a ciò che si muoveva sottopelle. Il grunge: da dove vengono queste scariche potenti (che farebbero pensare all’hard rock) e quelle andature un po’stracciate che, invece, rimandano la mente all’hardcore punk? C’è forse un anello mancante fra l’hard classico (i Black Sabbath ad esempio) e la nuova musica di Seattle (i Nirvana, tanto per fare un altro esempio) anch’esso altisonante? Certo che c’è. E l’anello mancante sono i Melvins, fondati nel 1983 dal chitarrista Roger Osborne (King Buzzo per gli amici), uno spiritello davvero scimmiesco a cui si unì, l’anno dopo l’altra colonna, Dale Crover, tambureggiatore ottimo e massimo del proto grunge. Come spesso accade gli anelli mancanti sono trascurati dagli storici ma ben presenti a coloro che furono influenzati da essi. Infatti, Kurt Cobain era solito urlare a Dave Grohl: “Devi suonare come fa Crover!” (non a caso lo stesso Crover registrerà dieci demo proprio con i Nirvana, nel 1988). Lo stesso Kurt, peraltro, si lascerà andare a dichiarazioni inequivocabili: “I Melvins sono il passato, il presente e il futuro della musica”; ammissione piuttosto sconcertante per la maggior parte dei fan che conoscono a memoria tutte le canzoni dei Nirvana e quasi nulla dei Melvins. Basta sentire l’attacco di It’s shoved (che strutturerà la nirvaniana Milk it) o la batteria iniziale di In bloom per scoprire affinità, ispirazioni e potenti consonanze. I Nirvana e i Black Sabbath. Quelli più duri, inchiodati, pesanti. I veri iniziatori di un heavy rallentato e pachidermico, seppur sostenuto da una brillante orecchiabilità. E i Melvins in mezzo: tra il pentolone hard settantino (debitamente ripulito da ogni suggestione macabra) e la rapida e bruciante epoca di Seattle (i Nostri sono di Aberdeen, a un tiro di schioppo dalla capitale dello stato di Washington). “Bullhead”, fra le decine e decine di LP, singoli, live e collaborazioni collezionati sino a oggi, è un bell’esempio di questo volto bifronte. Ascoltiamo gli otto minuti di Boris. Qui siamo in zona Black Sabbath: una colata di lava, vischiosa, lenta, pesantissima, inarrestabile; potrebbe essere hardcore, ma qui non rileva nessuna esagitazione: siamo in presenza di un brontosauro quasi immobile, a cui basta un piccolo movimento per provocare disastri… un bestione compiaciuto dei propri sconquassi: riff che pesano tonnellate, ritmi marziali, dilaganti pozze elettriche e pestaggi psicopatici si susseguono con lucida determinazione. Ligature, Your Blessened, If I Had An Exorcism, Anaconda confermano tale attitudine mostruosa e, però, anche memorabile. Sono infatti, sicuro d’una cosa: dopo qualche ascolto ogni intemperanza di King Buzzo e ogni rullata di Dale Crover vi si attaccheranno in testa per mai più lasciarvi. “Bullhead”, anzi, rischierà di trasformarsi nel vostro “hard rock de chevet”… una sorta di ricostituente per padiglioni auricolari esacerbati da troppe melodie e ritornelli.

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3 pensieri riguardo “Melvins: “Bullhead” (1991) – Di Gianluca Chiovelli

  • aprile 19, 2017 in 7:42 am
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    Articolo perfetto! Dato che da un po’ sto scrivendo un articolo su Cobain (materia complicata, che deve essere trattata in un certo modo, altrimenti non rende) anticipo qui una cosa che ho scritto. Kurt, pur lavorando a Seattle coi Nirvana, era originario di uno squallido paesino vicino ad Aberdeen. Lo dico per supportare la tua teoria che tutto si collega, basta conoscere i tasselli. Quindi Cobain non è stato un grande fan dei Melvins per caso. C’è stato di più.

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    • aprile 19, 2017 in 3:41 pm
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      Brava, hai trovato un altro anello. Erano compaesani, insomma, e Buzzo faceva da fratello maggiore (aveva tre anni di più). Il che spiega molte cose (o quasi tutto).

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  • aprile 22, 2017 in 9:35 am
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    passione di redazione… giornalismo vero, nell’umiltà e all’ombra del “politicamente corretto” che i più politicamente corretti chiamano mainstream e che ormai pervade ogni cosa… grazie a Voi dal vostro direttore.

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