Meade Lux Lewis: “Honky Tonk Train Blues” sulle rotaie del Boogie Woogie – di Gabriele Peritore

Nell’epopea del Blues sono infiniti i canti dedicati al treno, basti pensare a Leadbelly con la sua When That Train Coming Along, o Waiting For A Train di Jimmie Rodgers, a Lonnie Johnson con Long Black Train o al più celebre Robert Johnson con Love In Vain Blues, tra quelle più belle che mi vengono in mente ma, in realtà, non c’è Bluesman che non abbia dedicato almeno un brano al treno in vita sua. Il motivo è che il treno, con tutti i suoi annessi e connessi, oltre le piantagioni di cotone, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ha rappresentato una delle principali fonti di guadagno e di fatica per gli afroamericani che prestavano la maggior parte della bassa manovalanza e, dove c’è fatica, per superare la fatica appunto, si canta. Inoltre, i cantieri delle ferrovie, per orecchie sensibili, fornivano una serie di rumori ripetuti che con la fantasia del musicista diventavano suoni.
Il battere del martello sulla rotaia, lo spalare della vanga, lo scarico dei sassi. Anche la stessa meccanica del treno a vapore forniva spunti interessanti. Con il tempo il treno assurge anche al ruolo di simbolo. Può simboleggiare il viaggio in sé, e il mistero che comporta. Verso nessuna destinazione o una destinazione fantasma, verso la felicità o verso l’inferno. Può essere il simbolo della comunicazione perché riesce a mettere in contatto tra di loro punti dello sconfinato territorio americano fino ad allora irraggiungibili. Fino a diventare simbolo sessuale, simbolo dell’organo che può addentrarsi, tra gallerie e ponti, nelle lande inesplorate della natura selvaggia. Il pianista di Chicago, Meade Anderson Lewis (poi Lux) nel tentativo di intrattenere la sua gente nei Junkie Joint, le bettole dove si ritrovano gli afroamericani nel dopolavoro, decide di velocizzare le battute del Blues rendendolo ballabile e parlando loro di un argomento che conoscevano a memoria, il treno appunto che in questo modo lo esorcizzava. Così nasce intorno al 1927, Honky Tonk Train Blues. Non si sa cosa fosse Honky Tonk, forse un altro modo di definire i Junkie Joint, o un modo scherzoso di chiamare il pianoforte o, ancora, un genere musicale proveniente dal rag; ma in ogni caso è un fonema in cui chi aveva voglia di fare chiasso clandestinamente si riconosceva. Lo spartito mostra tutti i dettagli del viaggio del treno: la partenza, gli scambi, il suo passare vicino ai viaggiatori che aspettano, lo sbuffare della locomotiva, il passaggio sui ponti, il prendere velocità, l’arrivo in stazione. Lo stile musicale caratterizzato dalla velocizzazione delle battute con le tre dita della mano sinistra nel tipico Walking bass e le improvvisazioni melodiche con la mano destra, complesse ma orecchiabili, ballabili e sensuali, contribuiscono a creare in quel periodo, insieme ad altri musicisti che utilizzano le stesse modalità espressive; il genere che verrà chiamato Boogie Woogie, termine che non ha nessun senso ma che include tutti questi elementi. La registrazione del brano arriverà grazie alla produzione della Paramount e così la diffusione nazionale. La celebrità di Honky Tonk Train Blues lo fa diventare uno standard del Blues, con versioni realizzate dai più grandi Bluesmen della storia. 
Lewis porta il Boogie Woogie in giro per gli Stati Uniti per tutti gli anni trenta, inseme ad altri due pianisti, Albert Ammons e Pete Johnson, fino al celebre concerto tenuto al Carnegie Hall nel 1938. Il fenomeno Boogie diventa una vera e propria mania e come tutte le manie ad un certo punto perde il suo potere di traino. Il talento musicale permise a Meade Lux Lewis di reinventarsi e cimentarsi con altri strumenti e poi di approdare al genere Rag, diverso ma con le stesse radici del Boogie che continua a suonare fino a cinquant’otto anni, cioè fino all’incidente d’auto del 1964 che gli toglie la vita. Quando si ha voglia di ballare, a distanza di quasi cento anni, il Blues del treno mantiene intatto il suo fascino.

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