Max Roach: l’evoluzione della batteria – di Gabriele Peritore

La bacchetta come prolungamento delle dita, delle mani, come proiezione del ritmo cardiaco. La superficie del tamburo come pelle dell’amore che risponde alle percussioni con i battiti e percuote, batte e pulsa, galoppa… parla una nuova lingua. Oltre quella conosciuta del quattro quarti che accompagna ritmicamente gli altri strumenti, adesso dialoga, sviluppa melodia, si lancia in lunghi assoli affidati all’improvvisazione e percuote, batte e pulsa, galoppa… e sconquassa la cassa. Accelera la frequenza di precipitazioni torrenziali e poi… lo scroscio della pace che sta per arrivare. Tra i primi percussionisti a sviluppare il linguaggio della batteria (senza dimenticare il sorridente virtuoso e snodato Gene Krupa che, nell’orchestra di Benny Goodman, rivaleggiava in assolo con gli altri musicisti) possiamo ammirare lo stile del veterano Kenny Clark (Klook, per gli amici), inventore della tecnica che sposta la tenuta del ritmo dal rullante, o dalla grancassa, al piatto ride. Nello stesso periodo Charlie Parker e Dizzy Gillespie allargano le prospettive di improvvisazione dei vari strumenti dando vita al nuovo filone del Jazz, denominato Be Bop. Di qualche anno più giovane, entra a respirare quell’aria, così creativa dei locali della Grande Mela, il talentuoso Max Roach. Seppur giovanissimo ha già avuto un’esperienza formativa nell’orchestra di Duke Ellington (val la pena ricordare il mitico “Money Jungle” del 1963, inciso col Duca e col Pitecantropo). Tutti si sono accorti della sua tecnica personale e del tutto rivoluzionaria nell’approccio  alla batteria. Non c’è soltanto il timpano, anche il rullante può brontolare melodie percussive e dialogare con la grancassa e i piatti… dal ride al charleston. Che poi, fosse per lui, basterebbe uno soltanto di questi elementi per fare musica. Qualsiasi cosa possa risuonare, tra le sue mani è uno strumento nobile, anche il coperchio di una pentola. Max accorda personalmente i suoi tamburi, stirando le pelli in base alle sue esigenze e inventandone anche nuove di accordature. Riempie la grancassa con materiali di ogni tipo per sincopare e rimbombare il suono. La sintonia e l’amicizia con Charlie Parker gli permettono di sperimentare in ogni situazione, così, negli anni in cui le truppe americane sono impegnate nel secondo conflitto mondiale, loro si impegnano a cambiare i canoni musicali. Nel 1945, infatti, in una delle improvvisazioni più accese, registrano Ko Ko, in cui si può apprezzare uno dei primi assolo alla batteria nella sua totalità, svolta epocale per il genere Jazz. Non c’è grande musicista che non abbia collaborato con lui in quel periodo: a noi piace ricordare Bud Powell e Lester Young ma, facciamo un torto a tutti gli altri non meno strabilianti. Il desiderio incontenibile di sperimentare nuove sonorità lo spinge a formare quintetti in cui lascia la maggiore libertà possibile ai solisti, in qualche caso senza il sostegno del pianoforte, per recuperare alcune armonie delle radici musicali e per svilupparle ulteriormente, spianando la strada all’hard Bop. La sensibilità artistica in Max Roach corrisponde a quella umana e non può rimanere impassibile di fronte alle problematiche sociali e la rivendicazione dei diritti che, sul finire degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta, divampano in manifestazioni sempre più violente. Nel 1960 compone “We Insist! – Freedom Now Suite” (che al solo nominarlo ci vengono i brividi), un capolavoro ascrivibile al filone del Free Jazz. Commissionato dalla Associazione Nazionale per i Diritti delle Persone di Colore e con i testi del poeta e cantante Oscar Brown. Il genio di Max partorisce cinque brani collegati fra di loro in una suite, che racconta l’epopea degli afroamericani, dalla schiavitù all’emancipazione. Alla voce, la sua futura moglie, la stellare Abbey Lincoln, eccezionale nell’esaltare la straziante lacerazione delle violenze subite e la grande voglia di combattere per la pace… fino a raggiungerla. Per registrare Max si circonda dei migliori musicisti del periodo tra cui Coleman Hawkins al sassofono. La suite si conclude con Tears for Johannesburg, un tributo solidale alle popolazioni sudafricane oppresse con Michael Olatunij alle congas. L’esplicito contenuto provocatorio del disco, a partire dalla copertina, che ritrae tre afroamericani in un locale per bianchi, disturba gli alti grandi delle istituzioni e rende difficile la vita artistica di Max che trova sempre più difficoltà ad entrare in sala d’incisione ma, la sua tenacia, lo porta a registrare comunque altri fondamentali album per l’evoluzione della batteria come “Percussion Bitter Sweet” del 1961 e “Drums Unlimited” del 1966. Dopo le turbolenze degli anni sessanta la sua carriera decolla in maniera stabile allargando la sua fama a livello mondiale; sono importanti anche le registrazioni e i concerti tenuti in Italia, uno dei posti al mondo che lo ha accolto con maggiore calore negli anni settanta, infiammando la scena Jazz nostrana di quel periodo. Ha collaborato fino alla fine della sua lunga vita, avvenuta nel 2007, con i più grandi batteristi, incidendo album per sola batteria come “M’Boom” del 1979 e “Collage” del 1984. Ha contribuito a lanciare artisti che hanno segnato la storia del Jazz tra cui, Stanley Turrentine, Bill Lee e Art Davis. Le sue incisioni sono infinite e quasi impossibili da catalogare. Ha insegnato come docente dell’università del Massachusetts e tutti i suoi studenti sanno che non ci sono limiti… in ogni strumento bisogna mettere la propria passione, la propria tecnica e l’impegno assiduo… soltanto così si può liberare l’anima di un suono. Librarla in aria per trasformarla in emozione.

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