Mavis Staples: “Live in London” (2019) – di Maurizio Garatti

Live in London” di Mavis Staples è il disco che aspettavo da una vita. Lo aspettavo per vari motivi e, in effetti, adesso che lo vedo girare sul mio fidato Thorens provo un senso di pace. Non poteva che essere così del resto. Seguo Mavis dagli anni settanta, da quando il rhythm & blues e il gospel sono entrati prepotentemente nella mia vita. All’epoca erano The Staple Singers a focalizzare tutto il mio interesse. Questo incredibile quartetto, formato dal patriarca Roebuck Pop Staples” insieme ai figli Cleotha, Pervis e Mavis, ha dato alle stampe una incredibile serie di hit (a parte la seminale I’ll Take You There, ricordiamo Respect Yourself e Let’s Do It Again) capaci di arrivare molto in alto nelle classifiche americane, senza tuttavia scuotere più di tanto il cuore di noi europei. Eppure di carne al fuoco la famiglia Staples ne aveva messa davvero tanta: ma l’Europa era in piena trance progressive che contendeva la scena all’hard rock di stampo più classico. Il r&b sarebbe arrivato poi, con calma.
Di quel gruppo Mavis, che è la più giovane essendo nata nel 1939, resta indiscutibilmente la prima stella, quella che ha prodotto una serie di album di altissima qualità, a partire dallo splendido esordio del 1969 (“Mavis Staples“, uscito su Volt Records), doppiato poi dall’altrettanto strepitoso “Only For The Lonely” (1970 sempre su Volt Records). Poi un buco di nove anni, colmato dal buon “Oh What a Feeling” (1979 Warner Bros) a cui fa seguito “Time Waits For No One“, ancora dieci anni dopo (1989 Paisley Park), prodotto da Prince e impreziosito dalla title-track a firma Prince/Staples. Da qui in poi una serie di ottimi dischi, ogni 4/5 anni, che hanno tenuto viva la fiamma del soul in tutti noi. E finalmente il LIVE (e che Live). Un disco inclassificabile, che aggiunge legna a un fuoco che arde comunque sempre vigoroso. E non poteva essere altrimenti, visto che questa splendida donna di Chicago era persino riuscita nell’ardua impresa di far sì che Bob Dylan le chiedesse di sposarla (lo racconta lei stessa, affermando che negli anni sessanta Bob le fece la fatidica proposta) a cui lei rispose con un gentile rifiuto, convinta che Martin Luther King, di cui era convinta seguace, non avrebbe gradito il suo legame con un ragazzo bianco. Storie degli anni sessanta, storie di un’altra epoca. Resta il fatto che l’ormai ottantenne Mavis è in piena forma, e l’esplosione racchiusa a stento nei solchi di questo doppio vinile ne è la prova più eclatante. 
Live In London” esce l’8 febbraio del 2019 su etichetta Anti Records e contiene brani inerenti ai due concerti del 9 e 10 luglio del 2019 che si sono tenuti alla Union Chape di Londra, forse la sede più adatta per questo tipo di evento. Si comincia con una versione stratosferica di Live And Trust di Ben Harper (tratta dall’album “No Mercy In This Land” di Ben Harper & Charlie Musselwhite, uscito nel 2018 su Anti Records): chitarra a scandire le note, il pubblico a ritmare con le mani e Mavis che canta da par suo. Un blues tinto di soul e gospel di grande spessore, reso in modo superlativo da un combo che sembra perfetto per esaltare l’anima della singer di Chicago. Si continua con Who Told You That di Jeff Tweedy (Wilco) tratta dall’album “If All I Was Was Black“, uscito sempre su Anti Records nel 2017. Versione all’altezza del disco originale, interamente scritto da Jeff per Mavis: basso pulsante, chitarra che tratteggia note come lacrime e ritmo da brividi. Il soul del nuovo millennio abita qui.
Eccoci quindi a Slippery People dei Talking Heads, altro esempio di come il R&B si presti alle più splendide contaminazioni: grinta, ritmo e sudore per un brano ad elevato tasso soul. È poi la volta del classico What You Gonna Do scritto dal Patriarca Roebuck Staples, nel quale la forza del blues di Chicago si unisce al soul più puro per dar vita a una perla nera che gronda feeling da ogni nota. Take Us Back del grande Benjamin Booker (appena trentenne ma già stella di prima grandezza) prosegue sui binari tracciati sin qui, che si dipanano entro un mondo fatto di ritmo e anima: un percorso che, tra cover e grandi classici ci regala uno dei dischi migliori dell’anno. Poi l’accoppiata You Are Not Alone e No Time For Cryin, sempre di Tweedy, splendida e sofferta la prima, ritmata e incredibilmente blues la seconda. Senza soluzione di continuità ecco Can You Get Do That, a firma George Clinton/Ernie Harris, brano potente con un riff hard che si stempera lentamente in un soul blues accattivante e puro.
Let’s Do it Again è un grande classico di Curtis Mayfield, tratto dalla colonna sonora originale del film omonimo uscito per la regia di Sidney Poitier nel 1975: un brano nella classica concezione soul di Mayfield, reso con incredibile maestria da Mavis, che gigioneggia con le note come se fossero presenze tangibili. La delicata Dedicated, firmata dall’accoppiata Justin Vernon/Matthew Ward è una sontuosa ed elegante perla soul da ascoltare a luci spente, lasciandosi cullare dalle note e dalla voce. Poi arriva il ritmo irresistibile di We’re Gonna Make It, al quale è difficile resistere: il brano, scritto tra gli altri da Genne Barge e Billy Davis, è potente e ritmato come pochi, con soventi cambi di ritmo e l’accoppiata voce/chitarra che si dimostra perfettamente allineata alla grande serata a cui stiamo assistendo. Dopo il divertente intermezzo degli auguri di buon compleanno a Mavis (nata il 10 luglio) con il pubblico che canta divertito, ecco la splendida e conclusiva Touch a Hand, molto roccata e sudata, che conclude alla grande un concerto difficilmente ripetibile. I ringraziamenti sono doverosi: aspettiamo Mavis con un nuovo album di inediti, per continuare ad amare il rhythm & blues.

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