Mauro Pelosi: “Al Mercato degli Uomini Piccoli” (1973) -di Alessandro Freschi

Chiedo in prestito il “600” a mio padre: chitarra, canzoni, qualcosa da mettermi addosso e via a Milano. Non si arrivava mai. Poi audizioni e panini. Firmo con la Belldisc, non mi sembrava vero, era stato facilissimo… ma mi recidono il contratto dopo pochi mesi perché al nuovo direttore artistico, subentrato da poco, non piacevano le mie canzoni.
È attraverso le parole di questa confidenziale testimonianza che Mauro Pelosi inizia a raccontarsi sulle pagine del proprio sito ufficiale. Nato il 26 agosto del 1949, non ancora ventenne l’artista romano monta in sella della moto del padre e, lasciatosi alle spalle le vie della Capitale, si dirige in cerca di fortune verso le alacri nebbie milanesi. Dopo alcune esibizioni in città viene notato da Antonio Casetta e Federico Monti Arduini – quest’ultimo tastierista che con lo pseudonimo Il Guardiano del Faro raggiungerà nei primi anni settanta la vetta delle classifiche di vendita dei 45 giri con Il Gabbiano Infelice e Amore Grande, Amore Libero composizioni imperniate sulle evoluzioni al moog – che decidono di reclutarlo per la loro scuderia Belldisc. In realtà la coppia di discografici, nonostante il contratto redatto, rivede ben presto le proprie valutazioni nei confronti del cantautore finendo per non concedergli mai la concreta opportunità di varcare la soglia della sala d’incisione.
La chiamata per il servizio obbligatorio di leva a Bellinzago Novarese, porta inevitabilmente Mauro ad allontanarsi dalla label e di fatto sancisce il definitivo epilogo di una collaborazione mai realmente iniziata. Il secondo tentativo di approccio con una etichetta discografica non tarda a paventarsi ed è decisamente di tutt’altro rilevanza. È la Polydor guidata da Alan Trossat, dopo alcune audizioni, ad accogliere a braccia aperte Pelosi, distribuendo già nel luglio 1972 il 45 giri intitolato Vent’Anni di Galera, brano che incassa consensi positivi, riuscendo nell’impresa di ritagliarsi piccoli spazi all’interno dei palinsesti radiofonici delle seguitissime Supersonic ed Alto Gradimento. A ruota segue il primo lavoro sulla lunga distanza, “La Stagione per Morire”, che fa la sua comparsa sugli scaffali dei negozi di dischi a partire dall’autunno successivo. Figura chiave del Clan di Adriano Celentano, con il quale ha da poco condiviso il formidabile successo del geniale rap nonsense Prisencòlinensinàinciùsol, Detto Mariano cura integralmente gli arrangiamenti orchestrali delle nove tracce in scaletta. A dar manforte in studio intervengono tra gli altri Mike Logan dei Motowns, Flavio Premoli della P.F.M. e due elementi (Gianni Leone e Gianni Stinga) della emergente band Il Balletto di Bronzo; la formazione partenopea con Latte e Miele e Sensations’Fix rappresenta la ‘colonia progressiva’ del cospicuo catalogo Polydor che annovera grandi firme della musica leggera tricolore quali il popolare “usignolo di Cavriago” (Orietta Berti), l’ex New Dada Maurizio Arcieri e i Nuovi Angeli di Donna Felicità.
La Stagione per Morire” raccoglie apprezzate recensioni permettendo al grande pubblico di fare la propria conoscenza con la poesia intimistica di Pelosi anche se a livello di vendite il 33 giri incontra flebili favori. Così dopo la ripubblicazione del 45 giri d’esordio con una diversa B-Side (E Dire che a Maggio, brano scritto per i Gatti Rossi di Santino Rocchetti, gruppo spalla di Gino Paoli) viene rilasciato il secondo capitolo discografico “Al Mercato degli Uomini Piccoli” (1973), ideale seguito del lavoro dell’anno precedente. Proveniente da I Ragazzi della Via Gluck di Celentano, band che aveva preso parte – con modesto successo – alle kermesse musicali dell’epoca (Sanremo ’70, Cantagiro’70 e Un Disco per l’Estate ’71) il chitarrista meneghino Pinuccio Pirazzoli si occupa degli arrangiamenti e dirige l’orchestra di un lavoro imperniato su soggetti ben lontani da molte delle opere cantautorali dell’epoca, diffusamente improntate su tematiche sociali e spesso politicamente schierate. Otto tracce imbastite da un amaro fil rouge all’interno delle quali sono custoditi bozzetti di faticose quotidianità, dolenti passioni, solitudini e malinconie spesso inquadrate dall’angolazione degli ultimi della fila, dai cosiddetti uomini piccoli.
Da sempre ero lì col mio solito numero incollato sulla fronte, col valore modesto di chi è solo poco nella vita.’ È il brano che da il titolo all’album ad inaugurare la prima facciata del disco; la pietosa richiesta di attenzione, l’assenza di un sentimento che possa dare senso alla mediocrità esistenziale agitano le liriche della struggente Al Mercato degli Uomini Piccoli anticipando lo squallido risveglio di Un Mattino, alienato valzer tra le penombre e i demoni di una camera da letto. (Non puoi dormire e ti perdi nei sogni dietro alle ombre di strane avventure. Come un drogato che scappa dal mondo per non portar la realtà sulle spalle’). La consapevolezza di una latente infelicità stride con l’ipocrisia di un auto-indotto compiacimento in Hey! Signore ‘Non ho bisogno, non mi serve proprio niente. Cosa credi? Io sto bene, ho proprio tutto. Figurati che ho persino, io, l’amore’ mentre una seviziata timbrica rauca brancola tra le nebbie di un nostalgico e perduto vissuto in Non Tornano Più (‘E non tornano più le giornate belle con te. E le ore piene di te. E le notti passate a parlare soltanto’).
Sospesa tra delicati arpeggi ed una recita quasi sottovoce, Con Te introduce la B-Side ( ‘Passa il tempo e non la rabbia d’essere uguale a tutto, così sciocco ed imperfetto’ ); e se Ti Porterò Via tratteggia l’irrequieta instabilità del sentimento e l’istintiva necessità di una cura da qualsiasi persecuzione (‘Non dovrai più sognare e dimenticherai le paure e potrai ballare in mezzo ai fiori libera con me. Ed io, io trascorrerò le mie giornate a guardarti, ad essere felice perché tu lo sei.’) nel digradare delle malinconiche tinte quasi circensi di No, Io Scherzo si stagliano le patetiche maschere di circostanza indossate al cospetto di dolorosi e disprezzabili distacchi (‘No, sono stanco di scambiarti per quel sogno che mi porto dietro sempre e che è ormai sfuocato’). Negli orditi dell’epilogo, Mi Piacerebbe Diventare Vecchio con Te, Pelosi si allontana fugacemente dalle ansie del suo ‘mercato’ e materializza un rifugio confortevole per la sua anima buia, tratteggiando un finale alternativo a tutti quei desolanti scorci di vita che ha appena rappresentato. (‘Poi parleremo del tempo, delle belle stagioni, dei fiori in giardino, di una torta di mele. Noi e le nostre paure, i pensieri nascosti, le ombre sui muri. E la vita che sfuma e la vita che sfuma’).
Nonostante apprezzate critiche, come già accaduto per l’opera prima, anche “Al Mercato degli Uomini Piccoli” vende pochissime copie. La Polydor proclama una sorta di àut àut nei confronti del cantautore, mettendo in discussione l’adeguatezza del genere proposto (in realtà l’etichetta finirà per rilasciare alle stampe anche l’omonimo “Mauro Pelosi” del 1977 ed il susseguente “Il Signore dei Gatti” del 1979). Dopo aver preso parte al Festival Pop di Viterbo (manifestazione svoltasi il 23 settembre 1973 allo stadio ‘Enrico Rocchi’ alla quale prendono parte tra gli altri Sorrenti, Battiato, Morandi, Venditti e una imponente rappresentanza del palinsesto prog italiano) Mauro inizia a viaggiare per il mondo, soprattutto in Oriente. Per sbarcare il lunario si adatta a vendere braccialetti indiani e orecchini nepalesi a Porta Portese, senza mai tradire l’insita bramosia di comporre musica e disegnare esili uomini con un numero incollato sulla fronte.

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