Mauro Pagani: “Mauro Pagani” (1978) – di Fabrizio Medori

L’avventura della PFM aveva dato tutti i frutti possibili e aveva riempito i componenti dello storico gruppo milanese di soddisfazioni incredibili. Dopo l’avventura americana, terminata soprattutto a causa delle limitazioni politiche imposte dai discografici, che avevano una grandissima paura della partecipazione della “Premiata” a manifestazioni apertamente anti-sistema ed in particolare anti-israeliane, i cinque musicisti tornano a Milano, per stabilire quale sarà il loro futuro. Mauro Pagani spinge verso una strada più sperimentale, lontana il più possibile dalle proposte dell’”industria”, gli altri sarebbero disposti a cedere alle lusinghe – economiche, ma non solo – dei discografici. Si viene a creare una spaccatura e Pagani decide di uscire dal gruppo, visto che le sue idee musicali, sebbene poco appetibili per il grande mercato, sono ancora una volta geniali, all’avanguardia, anticipatrici di tendenze che esploderanno molti anni dopo, e che lui non ha nessun interesse a cercare il successo commerciale. Nel periodo immediatamente successivo alla sua uscita dal gruppo intensifica la collaborazione con gli Area, formazione del suo grande amico Demetrio Stratos, e con il Canzoniere del Lazio, gruppo impegnato nella ricerca delle musiche tradizionali del centro Italia. In questo clima di tensione creativa nasce il primo disco della sua carriera solista, al quale non verrà dato nessun titolo. Al lavoro, che all’epoca vendette pochissimo e che oggi è quasi completamente dimenticato, parteciparono i suoi vecchi compari della PFM (Mussida, Djvas e Di Cioccio senza la partecipazione di Premoli), gli Area, Giorgio Vivaldi e Pasquale Minieri del “Canzoniere”, Teresa De Sio ed un piccolo gruppo di amici (formato da Roberto Colombo e Walter Calloni, in seguito collaboratori della PFM), Mario Arcari (che poi collaborerà a lungo con Ivano Fossati), ed il chitarrista Luca Balbo. Il disco si apre con Europa Minor, che è un po’ il manifesto stilistico del suo autore: un esauriente riassunto di tutte le tematiche musicali espresse dal Pagani di quel periodo. Segue la splendida collaborazione con Teresa De Sio, Argiento, con un testo molto poetico scritto dalla cantante partenopea. Violer d’Amores ci presenta una splendida sovrapposizione di violino e viola, senza nessun accompagnamento di altri musicisti e La Città Aromatica vede, ancora una volta, Pagani accompagnato dai suoi ex compagni della Premiata Forneria Marconi. Il secondo lato del disco si apre con L’Albero di Canto, eseguito con il supporto straordinario degli Area, al quale si accodano due altri piccoli capolavori, Choron e Il Blu Comincia Davvero, scritta, quest’ultima, insieme a Luca Balbo. Il disco termina con una versione mozzafiato di L’Albero di Canto, riproposta qui in duo da Pagani e Stratos, eccezionale conclusione di un disco che di eccezionale ha molto. Negli anni la riscoperta delle tradizioni musicali popolari vivrà diverse fasi, tutte molto interessanti: da quella colta e quasi snob degli anni settanta, con la Nuova Compagnia di Canto Popolare; a quella magistralmente rappresentata, negli anni ottanta da “Crêuza de mä”, di Fabrizio De Andrè (disco epocale che, guarda caso, è opera, per metà, proprio di Mauro Pagani), dal successo di Pierangelo Bertoli con i Tazenda in Spunta La Luna dal Monte… alla scoperta internazionale dei Tenores di Bitti, star internazionali della musica etnica, grazie soprattutto alla collaborazione con l’etichetta Real World di Peter Gabriel. Il primo a prendere ispirazione dai suoni di tutto il bacino del mediterraneo e a trasformarli in musica moderna e al passo con i tempi è stato lui, Mauro Pagani, e questo disco ci mostra perfettamente perché, tanti anni dopo, Pagani ha potuto ricoprire con padronanza, competenza e disinvoltura, la direzione artistica di eventi così diversi come il Festival di Sanremo e La Notte della Taranta, la manifestazione più importante nell’ambito della musica etnica in Italia,

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