Mauro Boselli e Majo: “Tex: I rangers di Finnegan” (2018) – di Dario Lopez

“Texone” importante questo “I rangers di Finnegan”, se non altro almeno in virtù del fatto che vede la luce nell’anno del trentesimo anniversario della collana, inaugurata nell’ormai lontano 1988, stesso anno in cui la casa editrice di Tex prende il nome di Sergio Bonelli Editore. Come sempre più spesso accade anche quest’anno a illustrare l’albo più speciale e atteso del personaggio di punta della scuderia Bonelli è stato chiamato un artista italiano, l’ormai veterano Mario Rossi (quasi non ci si crede) a.k.a. Majo. Nonostante porti uno dei nomi più comuni in Italia, l’artista bresciano ribattezzatosi appunto Majo, emerge dall’anonimato già nei primi anni 90 partecipando al progetto Full Moon Project e, a seguire, unendosi a un gruppo di altri artisti nella realizzazione grafica delle avventure del Lazarus Ledd del mai troppo compianto Ade Capone, contribuendo poi a creare l’interessante serie fantascientifica Hammer. Da lì in avanti per il disegnatore si apriranno diverse strade che porteranno Majo a lavorare sia in Italia (Dampyr per Bonelli ad esempio) sia all’estero. In questo trentatreesimo “Texone” il focus della vicenda è incentrato sul corpo dei Texas Rangers, quello di cui sono illustri esponenti proprio il duo di pards composto da Tex Willer e Kit Carson. In origine i Texas Rangers non erano un vero e proprio gruppo organizzato; la necessità di avere un manipolo di pistoleri capaci di difendere le terre del Texas nasceva nei primi decenni del 1800, quando le famiglie di coloni stanziatesi nella zona in numero sempre maggiore, iniziavano ad avere sempre più pressante la necessità di difendersi dalle varie tribù di pellerossa e dalle incursioni dei bandidos messicani. Da qui la designazione di un gruppo di uomini a guardia dei confini e delle proprietà dei coloni… gruppi all’inizio sparuti e composti da uomini disordinati, spesso poco più che veri e propri farabutti senza onore, indisciplinati, violenti e inclini alla rissa: non proprio un corpo di polizia da guardare con rispetto e riverenza. Dalla loro prima apparizione e per almeno una quindicina d’anni i rangers del Texas furono un gruppo poco più che anarchico, sregolato, comunque utile alla bisogna per arginare le minacce incombenti dall’esterno dei territori di proprietà dei coloni. Solo nel 1838 la legge riconobbe l’ufficialità del corpo dei Texas Rangers che di lì in avanti prese via via un aspetto più istituzionale, organizzato in reggimenti e un pelo più incline a rispettare la legge e (forse e magari non sempre) anche la buona creanza. Tre indiani di una tribù forestiera si avvicinano ai territori Navajo protetti da Aquila della Notte, nome indiano del Nostro Tex Willer. Sono il capo Pecos, il saggio Kwinhai e il giovane Tuwik, arrivati dai lontani territori dei Comanche per chiedere proprio l’aiuto di Aquila della Notte. Il piccolo manipolo di pellerossa racconta a Tex, Carson, Kit e Tiger Jack una storia dura da digerire per il gruppo di pards: un massacro di indiani innocenti, compresi donne e bambini, perpetrato proprio dal “nobile” corpo dei Texas Rangers. I quattro compagni sono propensi a pensare più a un’azione organizzata da qualche gruppo di comancheros, commercianti e contrabbandieri spesso in affari con gli stessi Comanche, ma i tre indiani ospiti dei Navajos si sentono di escludere questa ipotesi e, convinti della colpevolezza dei rangers, chiedono così ad Aquila della Notte di portare a galla la verità sull’incresciosa faccenda… cosa che un uomo d’onore come Tex non può rifiutarsi di fare. Così Tex e Tiger si metteranno sulle tracce dei comancheros capitanati da Robledo indagando in quella direzione; Carson e Kit invece si recheranno ad Austin, cercando di infiltrare il figlio di Tex tra le fila dei Rangers di Finnegan, un capo carismatico che si è guadagnato la fedeltà dei suoi uomini. Qui cercheranno di capire se il manipolo locale dei Texas Rangers ha qualcosa da nascondere. Mauro Boselli imbastisce una trama funzionale, molto classica e forse un pizzico troppo prevedibile, andando a confezionare l’ennesimo “Texone” riuscito che però farà fatica a farsi ricordare, perso tra altre prove (molte delle quali dello stesso Boselli), riuscite meglio di questa. Si segnala un’attenzione particolare per Kit Willer, messo sotto i riflettori più di altre volte, un buon incipit d’azione in quel di Austin e la solita maestria nel confezionare una buona storia affidandosi al mestiere. L’apporto di Majo all’epopea texiana si rivela sicuramente apprezzabile anche se, pur offrendo una visione inedita del ranger, non lascia il lettore a bocca aperta per lo stupore. Nonostante Majo non sia uso ai territori del western, il disegnatore dimostra di trovarsi completamente a proprio agio tra i territori polverosi dell’Ovest americano… il suo west è impeccabile e si nota soprattutto il suo bel lavoro sugli scuri e sui notturni, meno interessante invece la caratterizzazione dei personaggi… comunque, in ogni caso, resa in maniera sempre più che professionale. Insomma, anche “I rangers di Finnegan” si rivela un buon “Texone”, non proprio quell’uscita memorabile che ogni anno ci piacerebbe aspettarci.

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