Maurice Ravel: “Boléro” (1928) – di Francesco Picca

Il 9 maggio 1930 il compositore Maurice Ravel scrive al maestro Arturo Toscanini: “Mio caro amico, ho saputo ultimamente che c’era un affaire Toscanini-Ravel. La cosa era senz’altro ignota anche a voi, benché mi dicano che i giornali ne hanno parlato: pare che il mio rifiuto di alzarmi in piedi quando hanno applaudito all’Opéra, fosse volto a punirvi per non aver preso il tempo esatto del Boléro. Ho sempre giudicato che l’autore, se non prende parte all’esecuzione dell’opera, debba negarsi alle ovazioni, che d’altronde vanno indirizzate all’interprete, o all’opera, o a entrambi. Sfortunatamente ero mal collocato, o piuttosto lo ero troppo bene, cosicché la mia astensione non è passata inosservata. Allora, perché il mio atteggiamento non desse in alcun luogo ad equivoci, mi sono ostentatamente volto verso di voi per applaudirvi e ringraziarvi. Ma la malignità, non è forse vero?, si presta assai meglio della verità alle notizie “sensazionali”. Spero che queste ultime non abbiano alterato la vostra fiducia nell’ammirazione e nella profonda amicizia del vostro Maurice Ravel”. Il 4 maggio 1930, all’Opera di Parigi, il maestro Arturo Toscanini aveva diretto la New York Philharmonic Orchestra nell’esecuzione del Boléro.
L’ovazione del pubblico era stata lunga e calorosa. Toscanini aveva intravisto Ravel in un palco di proscenio e lo aveva invitato più volte a condividere gli applausi. Le cronache raccontano che il rifiuto di Ravel fu netto e plateale; che, addirittura, il compositore abbia esclamato “Trop vite, trop vite!”. Voci non confermate elevano a verità anche il fatto che la discussione fosse proseguita nei camerini con toni piuttosto animati. Di certo c’è una sola cosa, ovvero che l’8 maggio, appena un giorno prima di impugnare la penna per scrivere a Toscanini, Ravel indirizza una lettera all’amica, pianista e modella, Ida Godebska e fornisce la seguente versione dell’accaduto: “Cara Iduchu, (…) Se sono stato visto all’Opéra, è perché sapevo che Toscanini prendeva il Boléro a un tempo ridicolo, e volevo dirglielo, cosa che ha provocato la costernazione generale, a cominciare dal grande virtuoso”. Il Boléro fu composto da Maurice Ravel nell’estate del 1928, durante un soggiorno a Saint Jean de Luz, località marittima ai piedi dei Pirenei, in Nuova Aquitania, ospite nella villa di Joaquìn Nin, padre della celebre Anaïs Nin.
Ravel era pressato dal dover comporre un balletto per l’étoile parigina Ida Rubinštejn e per la sua nuova compagnia, nella prospettiva a breve della stagione imminente. Il Boléro andò in scena il 22 novembre 1928 all’Opéra National de Paris. Sino a oggi la partitura è stata oggetto di numerosi tentativi di interpretazione, ma le indicazioni dell’autore in merito ai tempi di esecuzione erano state precise e tassative, soprattutto a seguito del malinteso con Toscanini, eliminando così ogni possibilità di adattamento. Tanti sono state anche gli esperimenti sulla coreografia, pensata e realizzata in origine come il balletto di una gitana sul tavolo di una taverna andalusa. La versione più suggestiva è sicuramente quella di Maurice Béjart, realizzata nel 1961 con il Ballet du XXe Siècle, inserita in una scenografia scarna e minimale, sublimata da una perfetta sovrapposizione tra le note e i passi; una coreografia improntata alla centralità del talento, senza margini di errore e di discussione, tra i massimi esempi di elevazione di un’arte, la danza, sicuramente voluta dagli dei.

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