Matthew Ryan: “Hustle Up Starlings” (2017) – di Bartolo Federico

Tutti i giocatori d’azzardo finiscono per fare quell’errore che li condannerà, superstiziosi e arroganti e anche un tantino bizzarri, sono colpevoli come il diavolo dei loro guai. Però sapere quando frenare non sarebbe sbagliato, almeno per non farsi troppo male quando le ombre con la loro faccia liscia e lucida iniziano a guardarti fisso negli occhi, e a rimproverarti i tuoi peccati. Ho aperto il cassetto e ci ho trovato delle sigarette spezzate, ne ho presa una e ho annusato il tabacco che sapeva di vecchio, mi è venuto da tossire, l’ho riposata e ho richiuso il cassetto. Erano le sue. Mi sono seduto vicino alla scrivania, tamburellando le dita sul tavolo. In questa casa si respira ancora il suo risentimento, le mie bugie, il nostro odio. Ho sentito un rumore da dietro la porta, non mi sono mosso, sapevo che non c’era nessuno. Non mi è mai piaciuto fare il cattivo, non è mai stato quello il mio ruolo. Cosi su quella disfatta, è toccato a lei infliggere il colpo finale. Mi sono alzato e ho acceso lo stereo, forse sparirò per un po’ di tempo, me ne andrò da qualche parte e porterò con me solo “Hustle Up Starlings” l’ultimo disco del cantautore Matthew Ryan, perché anche io come lui, sono morto in volo, come un aviatore. Ho riascoltato per l’ennesima volta All I Wanted e ho finito per piangerci di fianco, per quel suo modo di parlami di quelli che sono rimasti senza nulla in mano, che si sono persi senza fare rumore che, irrequieti come le mosche, si sono spostati nel buio, come per essere sicuri di esistere ancora. Il sole che sta occhieggiando tra i rami dell’albero mi striscia sul viso, e Close Your Eyes con gli occhi fissi nel nulla, sembra che insegua chi è già nelle braccia di un altro. Ho aperto la finestra e un venticello leggero è entrato soffiando sulle note febbrili e inquiete di Maybe I’ll Disappear, che affascinano con quella voce zeppa di raucedine, e strappano un brivido su quella cicatrice lunga e sottile. È sempre il suo modo di fare rock’n’roll questo, scuro e tagliente, la sua impronta netta e riconoscibile, di chi ha imparato a fare musica in bianco e nero, con canzoni che non rincorrono mai l’effimero, ma che ti fanno provare quei sussulti che ti mettono sdraiato sotto un’insegna al neon, ad ascoltare lo strascichio dei passi del mondo. Brian Fallon dei The Gaslight Anthem produce il disco, riportandolo dopo undici incisioni e vent’anni di carriera (svoltasi quasi nel più completo anonimato) a prendersi nuovamente cura di sé. Un musicista Matthew Ryan lasciato da solo a sorreggersi, che per farsi forza si è ferito di quel rock’n’roll che gronda sangue, e ti fa venire la voglia di mordere la vita, di spingere sull’acceleratore con l’antenna della radio a captare quelle emozioni che si diffondono solo in quella musica che ti fa fare le capriole, anche se non ne hai più la voglia, perché non sei più quel ragazzo che è scivolato senza respirare nel buio. Lo sa bene anche lui che quando s’invecchia si ha bisogno di una Summer Never Ends, di sole, di spiaggia e schiuma, delle onde del mare. Ho chiuso la porta dietro le mie spalle, erano le quattro meno dieci. Adesso metterò a posto le cose come ho sempre fatto, e quello che lei mi ha lasciato lo nasconderò nella parte bassa del cuore, nei profili senza luce, e ogni tanto ci danzerò con un delicato valzer. Non ho più da preoccuparmi di strabuzzare gli occhi, o sentire nell’oscurità quel groppo in gola, c’è sempre dell’altro, in ogni paura, in ogni sconforto, per i bastardi come me; e allora m’incammino lentamente, spingendomi attonito in quel trambusto dell’anima.

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