Matthew Lenton: “Interiors” al Teatro Sannazaro – di Marina Marino

Napoli, Teatro Sannazaro, 12 Maggio 2019. Ancor prima che le luci si spengano, si viene accolti da un rumore di vento che aiuta e accompagna a entrare nell’atmosfera di questo lavoro inconsuetopermeato  di fascino e malinconia. Scompare la cosiddetta “quarta parete”, sostituita da un vetro, da un plexiglass. Un comune soggiorno borghese, una luce calda, dorata, intima. Ignara di essere osservata, una donna in sottoveste si trucca, si pettina, si specchia con una naturalezza che la rende seducente in modo indicibile. Un uomo dà gli ultimi tocchi a una tavola apparecchiata, gira in mutande troppo larghe, senza problemi: è a casa sua, perché mai qualcuno dovrebbe spiarlo? La voce narrante di una ragazza ironica, triste e lontana, ci spiega che quella è la notte più lunga dell’anno e che per tradizione Sergio, il padrone di casa, organizza una cena tra amici. “Per tener fuori la notte, per stare al caldo, per convincersi che non tutto è finito, che c’è  ancora tempo”Arrivano gli ospiti, di cui non sentiremo mai le voci, i baci, i saluti. Qualcuno porta del vino che Sergio conserva: un gesto non solo scortese, ma anche futile, a cosa serve conservare? Un pianoforte, una voce stonata, una attrice si cambia le scarpe, la guardiamo, un gesto semplice e quotidiano che si carica di sensualità: lei non sa di essere osservata. Gli ospiti arrivano coi fucili, per difendersi dagli “orsi polari”, o da altro, da se stessi, dagli altri? Chiacchiere, musica, giochi di società, barzellette: tutto “per riempire gli spazi vuoti”, come ci ricorda la voce narrante. Il piatto forte è lo stufato di maiale, la voce esprime una rassegnata e dolce nostalgia della vita, del peso del corpo sulla terra, del sapore della carne, del sentirsi sazia, guarda, non vista, gli altri, ne conosce i pensieri e li racconta, dai più profondi, che hanno sempre il gusto acre della nostalgia, ai più normali e intimi, il fastidio di un perizoma. Al tavolo c’è una sedia vuota, è il nostro posto, credo, il posto di chi guarda, scruta, il “convitato di pietra” non invitato. La voce narrante ci spiega le schermaglie amorose, il conoscersi, l’abituarsi l’uno all’altro, “lo ricordo, anche io facevo così, i momenti di noia, i silenzi che devono essere colmati. Il rumore del vento diventa il rombare del sangue nelle vene, sangue come vita e morte, da chi non riesce a bere vino rosso perché troppo simile al sangue, all’epistassi improvvisa di Ivan, alle macchie sulla tovaglia. L’attenzione del pubblico è densa, concentrata, si potrebbe toccare. Ammalia, evidentemente, lo spiare le vite altrui. Da spettatrice, mi lascio coinvolgere da questa malia. Appare la fanciulla che vive per interposta persona, ha il costume di un’infermiera vittoriana, avanza tra le file con passo lieve, si pone sotto il palco, ora ha una visione perfetta. Piccoli screzi, meschinità, paure: potremmo essere noi, tutto nella vita sembra lontano e inutile visto con il distacco della morteLei, però, continua a guardare, chi si difende dal buio e dal freddo come sa e può, ci rivela il destino di ognuno: da Sergio, che morirà  entro poche settimane, a Rebecca, che morirà a sessantasei anni tra le braccia di un australiano ventitreennne, a Lucienne, che spirerà a ottancinque anni, nel sonno, in questa casa, “proprio come avrebbe voluto suo nonno (ma anche nella morte dobbiamo soddisfare le aspettative di qualcuno?). Gli ospiti si congedano, la cena è finita, più nulla da spiare, ma la fanciulla, con una nostalgia del vivere che mi ricorda versi straziati di Mariangela Gualtieri, ride, come di una monelleria, mentre dice “Ci saranno altre case accese in cui guardare”. L’epitome della non–vita, in fondo. Scritto ed ambientato ad Edimburgo, lo spettacolo era già stato a Napoli nel 2009 per il Napoli Teatro Festival, stavolta con la coproduzione di Tradizione e Turismo Centro di Produzione Teatrale e Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro. Gli attori, selezionati da Mattew Lenton, offrono una prova di impagabile bravura: entriamo anche noi nella capsula in cui si fondono teatro e cinema muto. Gli applausi scrosciano, le chiamate sono numerose, così come i commenti entusiasti. Io credo che essere spiati di continuo sia una violenza vigliacca e feroce. Non ricordo un Maggio così freddo da anni.

Ideazione e regia: Matthew Lenton.
con: Clara Bocchino, Giuseppe Brunetti, Ivan Castiglione, Sergio Di Paola,
Rebecca Furfaro, Lucienne Perreca, Giorgio Pinto, Ingrid Sansone.
assistente alla regia: Davide Pini Carenzi.
creazione: Vanishing Point.
musiche e sound design: Alasdair Macrae.
coproduzione: Tradizione e Turismo – Centro di Produzione Teatrale,
Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro

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