Matteo Sansonetto: “I’m Still Around” (2019) – di Capitan Delirio

Il Blues in Italia, anche se non è nel suo territorio d’origine, può vantare delle eccellenze assolute: una di queste è rappresentata da Matteo Sansonetto, musicista e autore già molto più che affermato nella scena musicale di Chicago e divulgatore a tutto tondo. Infatti, oltre che valido esponente di questo genere, è uno tra gli organizzatori del Festival che si tiene ogni anno a Cerea, il Blues Made in Italy. Proprio in questi giorni esce il suo ultimo progetto discografico che si chiama “I’m Still Around”. Matteo ci ha fatto l’onore di poterlo presentare in anteprima esclusiva
A distanza di quattro anni dal tuo precedente album, “My Life Began To Change”, esce “I’m Still Around”… che ci dici a riguardo? 
I’m Still Around significa “sono ancora in giro”. Il titolo prende spunto da una canzone che ho scritto e che parla della mia esperienza dell’anno scorso, visto che sono rimasto fuori dalla musica per sei mesi. Ho fatto un incidente abbastanza importante in macchina. Ho fatto un frontale, ho subito un’operazione ed è stata dura riprendersi perché mi ero rotto la mano sinistra che è quella che uso principalmente per suonare la chitarra”.
Un’esperienza durissima quindi. Immagino il tormento di non poter suonare per un musicista come te…
“Sono stato sei mesi fuori dalla musica con tanta voglia di ritornare a suonare sul palco. Proprio in quel periodo ho deciso di ritornare a Chicago a registrare il mio nuovo disco. Già il mio precedente disco “My Life Began to Change” l’avevo registrato a Chicago. In tutti e due i dischi utilizzo la stessa band che ormai è un gruppo affiatatissimo di grandissimi professionisti di cui ti posso citare: Marty Binder (batterista già con Albert Collins e Buddy Guy) che è il mio batterista a Chicago già da molti anni, Roosewelt Purifoy, grande organista che ha suonato pure con Marvin Gaye & The Stapler Singer, e quasi tutti i dischi della Dellmark Records, ma soprattutto voglio citarti Breezy Rodio alla chitarra ritmica e alla produzione di tutti e due i miei album. Sono ancora in giro dopo tutto quello che è successo, felice di essere ancora in giro. La particolarità di questo ultimo disco è che ho contaminato ancora di più il mio Blues con il Soul, con l’R&B, e con sonorità molto moderne che potrebbero anche stupire ma è questo quello che mi sentivo”.
In molti casi i dischi dei musicisti Blues sono formati da rifacimenti di standards. Nel tuo caso come è nata la scelta della lista?
“Non è formato da standards, è formato da cinque pezzi inediti e da cinque pezzi che non sono prettamente dei Blues canonici, come dicono i conoscitori del genere, 1/4/5, sono pezzi di Blues contemporaneo, poco conosciuti, almeno in Europa.
Hai già avuto modo di organizzare il tour promozionale?
“Per il 2019 ho in programma di portarlo in giro il più possibile. Ho già tantissimi concerti programmati fino all’estate che mi porteranno in giro per tutta l’Italia e probabilmente farò un bel giro oltreoceano ma questo posso dirtelo più avanti”.
Ormai la tua vita è impregnata di questo genere musicale fino al midollo, ed è qualcosa che pratichi tutti i giorni… cos’è per te il Blues, riesce a regalarti ancora emozioni?
“Effettivamente hai ragione, sono un chitarrista, un cantante, un compositore, un bandleader… però sono anche uno degli organizzatori del raduno del Blues italiano, quindi possiamo dire che il Blues fa parte prepotentemente della mia esistenza al centocinquanta per cento. Il Blues per me non è soltanto un genere musicale; posso citare uno che ne sapeva parecchio, il grande Willie Dixon, che ha scritto tutto il Chicago Blues che conta. Lui diceva sempre: “the Blues are the roots and the other musics are the fruits”. Il Blues è la radice della musica moderna e la musica a mio parere è il linguaggio più universale di comunicazione, e il più bello. Soprattutto credo che la musica possa salvare il mondo. Sono un idealista. Il Blues è anche e soprattutto il mezzo che io uso per esprimermi. Il Blues può dare tanto alle nuove generazioni perché è una musica onesta, è una musica povera, senza fronzoli e non morirà mai. Riesco a sentire l’impatto, quando le serate vanno bene, sentire l’emozione del pubblico. L’entusiasmo del pubblico è l’emozione più grande per me”.
Nel tuo caso dà davvero un senso all’esistenza ma è qualcosa di innato o una scoperta avvenuta in un determinato periodo della tua vita?
“Io sono italiano ma sin da piccolo ho ascoltato musica americana o inglese, soprattutto americana, quella è la mia formazione. Io purtroppo sono di una generazione che non ha avuto internet e tutti questi mezzi ma posso dire di avere sempre avuto, sin da piccolo, un’attenzione per la Black Music. Infatti da musicista ho iniziato a suonare prettamente Blues ma poi mi sono allargato a tutta la Black. Soprattutto nel mio ultimo lavoro. Ho sempre ricercato la Black Music ma quando ho iniziato io avevo un registratore a cassette e al negozio di dischi della mia città trovavo al massimo Eros Ramazzotti; poi in una puntata di una Sit Com molto famosa per quelli della mia generazione, “I Robinson”, vidi B.B. King, che era lì che interpretava se stesso… da lì è nato un amore sconfinato finché non sono riuscito a trovare un suo disco, e da lì è cominciato un percorso che tuttora porto avanti con grande gioia e soddisfazione”.
Suoni da tanti anni anche all’estero, quali sono le differenze principali secondo te?
“Il filo conduttore è culturale. Negli Stati Uniti è normale per la gente, anche per l’uomo comune non solo per l’appassionato di musica, andare in un locale e pagare anche la cover per vedere musica dal vivo. Qua invece tante persone storcono il naso quando un locale mette un biglietto all’ingresso, come in un night club o in un teatro… quando invece è una cosa normale perché stai andando ad ascoltare una cosa che ha un determinato valore artistico, umano. Negli Stati Uniti la musica dal vivo rimane una cosa molto importante. La gente quando esce vuole entertainment, non vuole il barista che mette audio in filodiffusione”.
Tu ormai a Chicago sei di casa. C’è un’emozione particolare che ti porti nel cuore del tuo arrivo nei luoghi dove è nato il Blues o un aneddoto dei tuoi concerti in quei posti?
“Posso raccontarti un aneddoto divertente. La prima collaborazione importante in uno dei miei primi dischi, “Going To Chicago”, fu quella con Billy Branch che sicuramente è uno dei più grandi armonicisti viventi, ma come succede quasi sempre per i miei lavori è stato tutto casuale, perché stavo registrando quei pezzi a casa di un produttore amico Pete Galanis, e doveva venire a fare una session di armonica un amico che al momento non era rintracciabile al cellulare. Al pianoforte c’era Aryo, grandissimo pianista di Blues, da trenta anni pianista di Billy Branch e ci disse : “Guardate che Billy abita qua vicino, posso chiamarlo e fargli sentire il pezzo che magari gli piace”. Per me Billy era un mito assoluto, l’avevo sentito in Italia in vari festival. Telefonammo a Billy che stava dipingendo la sua cucina, praticamente arrivò vestito da lavoro. Gli facemmo sentire il pezzo e disse “che bello, mi piacerebbe suonarci qualcosa sopra”… e così accadde che il grande Billy Branch suonò in uno dei pezzi del mio album”.
Bellissima questa esperienza che ci mette ancora più curiosità. Non ci resta che goderci il video di presentazione e ringraziarti per questa esclusiva.

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