Matteo Salvatore: “Padrone Mio” (1966) – di Francesco Picca

Un paradigma a cui siamo stati tutti affezionati, tutti, nessuno escluso, almeno una volta durante una vita fatta spesso di innamoramenti ideologici tanto immediati quanto fugaci, è quello che vorrebbe un “buon governo” che arruola un medico alla sanità, un insegnante all’istruzione e un contadino all’agricoltura. La realtà ci ha sempre riportato bruscamente ad altre soluzioni, sovente ad una delega in bianco messa nelle mani di burocrati navigati, con ginocchia forti e quadricipiti reattivi per disegnare traiettorie impossibili tra selve di paletti. L’eccezione che conferma la regola riguarda, proprio in questi giorni, una ministro donna che ha bruciato la propria adolescenza sotto il sole cocente del sud, schiena piegata e mani nella terra; che poi si è fatta voce “armata” del sindacato di categoria; che solo attraverso una lunga militanza ha scalato la torre della politica sino in cima, sino al dicastero delle politiche agricole; che però, a mio modesto parere, incarna un grumo di incongruenze disarmanti. È lei, tra gli altri, che ha manomesso – da ex sindacalista – l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; è lei che spinge per la piena attuazione del CETA, quel trattato di libero commercio internazionale che ha alterato i delicati equilibri del nostro mercato interno con prodotti agricoli esteri talvolta di pessima qualità; è lei che strizza l’occhio agli alambiccamenti OGM; ed è sempre lei che, sul tema Xylella, ferita aperta nella sua terra natia, spinge per la soluzione scientifica, affidandosi unilateralmente a quella stessa “scienza” indagata dalle procure e che non ha saputo far di meglio che proporre l’eradicazione degli ulivi, determinando la devastazione di un paesaggio e di una economia da sempre tenuta in piedi dai piccoli proprietari terrieri. Ed ecco che la terra, all’improvviso, torna centrale. La terra, casa e strumento di una classe volutamente povera, ingabbiata in un ruolo economico e sociale secondario, di sostentamento ma non di sostegno. I contadini, i cafoni, quelli del sud, con un occhio sempre rivolto al nord, con la valigia pronta, con il ventre perennemente gravido di rabbia, quella che l’etnologo Luigi Lombardi Satriani definì “una rabbia meridionale”. La sua analisi, rivolta alle dinamiche socio-economiche delle comunità agro-pastorali del sud e delle isole, evidenziò un lancinante dissidio esistenziale tra la disoccupazione da un lato e “un qualunque lavoro” dall’altro… un lavoro qualsiasi, sebbene subordinato allo sfruttamento. Fu proprio la disoccupazione, sinonimo di fame e frustrazione, che determinò quel vuoto di iniziativa politica in cui si inserì facilmente la strumentalizzazione fascista, peraltro con pesanti strascichi ancora negli anni 70, come in occasione dei moti di Reggio Calabria e i disordini ad Avola, a Battipaglia, a Caserta e a Napoli.
Lombardi Satriani evidenziò un’altra contraddizione in merito al folklore, ovvero a quel brusio di fondo che accompagna ogni cultura popolare: l’errore di considerare il folklore come un fattore di tradizione, come un insieme di elementi pittoreschi quasi esclusivamente identificati con il sud, tralasciando colpevolmente lo studio delle ampie sacche di miseria nel nord industrializzato. Il folklore è sempre stato ed è, invece, elemento costituente di una cultura globale; è un insieme dinamico di modi di vita e di valori che affianca alla tradizione una componente innovativa, quella che aveva già intuito e analizzato Antonio Gramsci: ovvero il folklore come cultura delle classi subalterne in contrapposizione netta ai modi di vita delle classi dominati. C’è un canto della tradizione popolare che si appoggia su un testo breve e dirompente, solo apparentemente contraddittorio: è Padrone mio, un canto di probabile origine siciliana, ma che è stato adottato da tutto il sud, riscritto in molti dialetti e intonato in altrettanti idiomi. Lo proponiamo nella versione di Matteo Salvatore, un cantante e compositore pugliese scoperto e lanciato da Claudio Villa a metà degli anni 50.
Un meridionale, figlio della miseria, che si è sottratto all’analfabetismo attraverso la scrittura, accreditandosi autorevolmente anche al mondo intellettuale. Di lui, Italo Calvino diceva: “Le parole di Matteo Salvatore noi le dobbiamo ancora inventare”. Il testo di Padrone mio trasuda fame e disperazione: “Padrone mio ti voglio arricchire / come un cane voglio lavorare / E quando sbaglio dammi le botte / voglio la morte / ma non mi cacciare”. Osservò ancora Lombardi Satriani come questo canto accogliesse una rivendicazione implicita, priva della consapevolezza di una contrapposizione di classe: reclamava il diritto al lavoro, un’affermazione di principio che però non si tradusse mai in realtà sociale, rimanendo unicamente una concessione benevola e paternalistica da parte del padrone. Questo canto si fa carico della nostra difficoltà di capire e di spiegare e, come spesso accade, ci fornisce una chiave di lettura illuminante; lo fa in nome e per conto della cultura popolare, carica dei suoi aneddoti e dei suoi anatemi, con il suo modo diretto e ruvido di raccontare la realtà odierna partendo da ciò che siamo stati. Al testo, al suo significato, manca di certo la componente attiva, quella di lotta. In soccorso, la storia del sindacalismo italiano ci propone, tra le altre, la vita di Peppino Di Vittorio, colonna portante della “questione meridionale” insieme ad un altro pugliese coriaceo ed illuminato, Gaetano SalveminiDi Vittorioprima anarchico, poi socialista,  aveva cominciato a difendere i diritti dei braccianti agricoli già a dodici anni, sotto il sole assassino del Tavoliere, al fianco di uomini e donne condannati all’analfabetismo, tumulati in un analfabetismo che non era soltanto una condizione di svantaggio, ma era sopra tutto una forma di umiliazione morale. Come non ricordare il mondo agricolo oppresso e opprimente narrato da Saverio Strati nel romanzo “Tibi e Tascia” (1966), la storia di due bambini della Calabria del dopoguerra che vivono il disincanto di una miseria brutale. Scrive Strati: “Tibi aveva un sogno, imparare a leggere e scrivere bene, a capire le cose, a saper fare tutto un discorso di fila, una parola dietro l’altra, senza smettere, in italiano, con fervore e sapienza”.
Giuseppe Di Vittorio, con le mani impastate nella fatica e nei sogni, aveva maturato una forza interiore e una autonomia di pensiero che lo portarono spesso a dissentire dalle posizioni ufficiali del partito e del sindacato; come quando, ad esempio, definì una “banda di assassini” i soldati russi che invadevano l’Ungheria. L’ambito agricolo, sebbene chiuso e opprimente, lo aveva inspiegabilmente dotato di una straordinaria capacità di visione, anche rispetto alle vicende politiche internazionali. Il pensiero di Di Vittorio è ancora oggi quanto mai attuale, sebbene applicato ad un nuovo scenario fatto di immagini stridenti e di incongruenze: quello che, accanto a realtà produttive moderne sonanti di tecnologia e progresso, vede resistere la piaga del caporalato, con le stesse dinamiche e modalità che la caratterizzavano nel dopoguerra. Le cronache dei nostri giorni spendono parole spesso incongrue e concetti altrettanto spesso fuorvianti sulle vicende dei nuovi poveri, dei cafoni del terzo millennio, non meno disperati e affamati dei nostri nonni. Il moderno romanzo sociale parla di poveri diavoli di pelle scura che il bestiario lessicale censisce spesso come clandestini… quei fantasmi che talvolta muoiono con il cuore in frantumi per la fatica, o bruciati vivi tra le lamiere e i teloni di plastica di una baraccopoli.
Sono i nuovi schiavi, vittime delle nostre incapacità e della circolarità della storia: da cinque secoli abbandonano forzosamente la propria terra e attraversano il mare, per finire nella terra di qualcun altro, per arricchire qualcun altro, per confermare l’anatema dantesco sul quanto sia amaro “lo pane altrui”. La mobilità, mutuata dal gergo tecnico per indicare un ammortizzatore sociale, è invece un dramma nel dramma, goffamente edulcorato da certa concezione globale del lavoro; in realtà è una condizione che nega le radici, che annulla la cultura, che reprime lo stesso concetto di “casa”. Si abbandona tutto quel poco che si possiede per farsi carico di un lavoro disprezzato e deprezzato, per diventare nient’altro che un “mezzo”, uno strumento in mano ad altri. Di Vittorio ha dato voce ad una classe rurale invisibile, china e prostrata, ignorata sino ad allora, che ha sempre pagato una sorta di dignità subalterna ad un’altra classe, quella operaia industriale e metropolitana. I braccianti dicevano di lui “lo volevano bene anche le pietre”, perché la sua empatica umanità prevaleva sempre sulla dimensione politica e sindacale. Di Vittorio era un lavoratore tra i lavoratori, che non ha mai dimenticato o rinnegato il proprio passato, che non ha perso mai occasione per difendere e per esaltare la dignità delle origini agricole, proprie e dei suoi compagni di giornata.
Peppino rammentava con dolore il pianto disperato della madre nel buio di una casa che lui stesso definiva “tugurio”… ma lo ricordava quel pianto, lo fissava, lo inchiodava per sempre nella memoria collettiva come punto di partenza e di riscatto. Risuonano ancora cristalline le parole del suo ultimo discorso, nei primi giorni di novembre del 1957, tenuto alla Camera del Lavoro di Lecco:
“E’ giusto che in Italia, mentre i grandi monopoli continuano a moltiplicare i loro profitti e le loro ricchezze, ai lavoratori non rimangano che le briciole? E’ giusto che il salario sia al di sotto dei bisogni vitali dei lavoratori, delle loro famiglie, delle loro creature? Pensate sempre che la nostra causa è la causa del progresso generale, della civiltà della giustizia tra gli uomini”.
Di Vittorio guardava al progresso ma la sua visione andava oltre quello tecnologico, che non riusciva ad immaginare senza l’attuazione di quello sociale. Questo scenario era incardinato attorno al ruolo dello Stato e l’impegno costante del Peppino politico fu quello di attuare una reale transizione, di mediare la contrapposizione frontale allo Stato, di superare quell’approccio improduttivo che, sino ad allora, aveva reso i luoghi di lavoro delle zone franche in mano ai padroni e aveva determinato soltanto l’esclusione sociale e un pesante vuoto nella rappresentanza sindacale. Matteo Salvatore, in apertura di una altro canto popolare, Sempre poveri, diceva: “Lo Stato è un lupo di pietra, non morde perché non ha denti, ma rimane il lupo. E le povere pecorelle meridionali, con problemi di cibo, senza pastore, ne hanno paura. Le stelle della Legge non possono proteggere le stalle”.

Padronə miə, ti vogliə arrecchire, / Padronə miə, ti vogliə arrecchire,
commə nu cæne i vò fatijə’, / commə nu cæne i vò fatijə’.
E qquannə sbagliə, dammə li bbottə, / e qquannə sbagliə, dammə li bbottə
vogliə la morte, ma nnu’ mme caccià, / vogliə la morte, ma nnu’ mme caccià.
I’ tenghə li figghjə che vonnə lu pænə, / I’ tenghə li figghjə che vonnə lu pænə
chi ccə lu dajə jè lu tatà, / chi ccə lu dajə jè lu tatà.

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