Matteo Passante e La Malorchestra: “Il Grande Stupore” (2017) – di Capitan Delirio

Undici ballate malinconiche che invitano a riflettere, per Matteo Passante e La Malorchestra, fin dal titolo di questo ultimo lavoro: “Il Grande Stupore”. Perché, sommersi da questo universo di comunicazione che ci investe di eventi straordinari, veri e falsi che siano, in ogni momento della nostra giornata, non siamo più in grado di stupirci per niente… e invece, a saper leggere tra le righe, qualcosa per cui stupirsi la si trova sempre. Naturalmente bisogna purificarlo dal chiacchiericcio indistinto del Parlarsi Addosso, come recita uno dei brani dell’album. Riscoprire le cose importanti per cui vale la pena vivere. Le cose che ci tengono in vita. Alla fine il chiacchiericcio è fango e dal fango siamo nati… ma come cita Dichiarerò Per Sempre, elementi che arricchiscono la nostra esistenza ce ne sono e sono tanti… e si possono dichiarare come si declama una poesia. Ci si può stupire che esista un posto del mondo che ha dedicato un museo agli amori che finiscono come canta in Il Museo Dei Disamori. Ci si può stupire di come una certa forma di colonialismo esista ancora, colonialismo mentale, simile a quello delle materie prime che attuava l’Europa in Africa nel 1958… Il brano 1958, appunto, forse uno dei momenti più toccanti e originali di un disco che ne può vantare comunque parecchi. Ad esempio, un altro dei brani che tocca corde profonde è Crepe, perché l’occidentale è in crisi. Servirebbe sapere che non bisogna nascondere le crepe ma valorizzarle con oro colato. D’altronde abbiamo rimedi per le nostre ferite: c’è l’amore come canta Eri La Lusinga… la cosa importante è non guardare troppo a fondo perché L’Amore È Dei Miopi. C’è la poesia, infatti Matteo Passante da cantautore ironico e sensibile, dedica un brano ad un suo immenso collega in Sergio Endrigo E Le Bolle A Mano, uno dei cantautori italiani per cui possiamo usare la parola “Poeta” senza tema di smentite. La Malorchestra con Diego Scilla alle tastiere, Marco Vismara alle chitarre e agli arrangiamenti, Luca Moroni al basso e al contrabbasso, Raffaele Pellino alla batteria, instaura la giusta sintonia con Matteo per permettergli di tirare fuori tutto il suo mondo poetico, di versi scritti di getto e che cercano atmosfere non immediate… le sue liriche denotano un grande coraggio creativo e la voglia di stupire se stesso prima ancora di stupire l’ascoltatore.

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