Matteo Garrone: “Pinocchio” (2019) – di Sabrina Sigon

Ti do pure un pezzo di formaggio. Però non devi dire più niente sul mio tavolo, e nemmeno sulla mia porta!”. Si siede finalmente a mangiare, Geppetto, in quella locanda dove cercava qualcosa da riparare in cambio di pochi soldi. Ma in quel paesino sperduto fra le colline toscane – che la direzione del film ha deciso ambientare nella Tenuta La Fratta in provincia di Siena, in Lazio e in Puglia – le risorse non sono molte. Fuori dalla locanda, il carrozzone dei burattini, con lo strillone che invita allo spettacolo. Cambio scena, Mastro Ciliegia è alle prese con un pezzo di legno che sembra si muova, e per questo decide di rifilarlo a Geppetto, una volta saputo del suo progetto di scolpire un burattino per girare il mondo facendo spettacoli. Al lume di una candela che sa rendere magica una stanza, Geppetto lavora tutta la notte, e il legno poco alla volta prende vita. “Mi senti Pinocchio? Dai, dì qualcosa! Dì: Babbo!”. Ma quando il legno intagliato con la forma del volto di un bambino dice davvero “Babbo”, Geppetto caracolla. Esce nella notte, esulta, “Sono padre!” grida. “Ma così, da un giorno all’altro?”, chiedono dalle finestre del casolare vicino. “Macché da un giorno all’altro, da un minuto all’altro!”. Ma basta poco e cominciano i guai: Pinocchio scappa per i casolari, nei campi, insegue le pecore e semina il padre che lo cerca forsennato, salvo poi tornare a casa e, da bravo burattino avventato, bruciarsi i piedi sul fuoco “No, i piedi non te li rifaccio, sennò scappi di nuovo”, dice Geppetto.
Babbo, ma che c’è là?” chiede Pinocchio una volta in strada perché il babbo, ovviamente, i piedi glieli ha rifatti. “C’è il teatro dei burattini”, dice Geppettoma prima devi andare a scuola”, aggiunge. Ma Pinocchio, quel Burattino senza fili la cui storia ispirò un concept album del cantautore Edoardo Bennato negli anni 70, scappa da scuola, va nel carrozzone e, notato da Mangiafuoco, viene aggregato suo malgrado alla compagnia itinerante. Da lì tutte le rocambolesche avventure che ben conosciamo, per una storia che non smette di rappresentare, attraverso la fiaba, la ribellione e i suoi rischi. Ecco quindi gli avvertimenti del Grillo Parlante, l’inaspettata generosità di Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe – e il fastidio per questi due malandrini senza riscatto, ben rappresentato dal disgusto che sale vedendoli ingozzarsi alla locanda – l’albero dei soldi e quello dell’impiccato, fino ad arrivare alla meravigliosa bontà e comprensione della Fata Turchina, che cura il burattino e lo convince a bere una sostanza bluastra: “La medicina è amara ma, tu già lo sai che la berrà” (La FataEdoardo Bennato). “Ma come hai fatto a diventare grande?” chiede Pinocchio alla Fata Turchina. “È un segreto”.
Quando ho sentito che c’era un altro film su Pinocchio ho chiesto ai miei amici se ne avessero letto la trama. Non per sapere di una storia che ormai tutti conosciamo a memoria, ma per capire cosa avesse di nuovo da dirci questo “Pinocchio” (2019), quale il valore aggiunto che portava e che mi avrebbe spinto a vederla. Dopo una prima lettura mi sono resa conto di trovarmi davanti a un film che, all’apparenza, non conteneva nessuna novità. Non mi restava, dunque, che andare nel luogo dove tutto prende forma e colore, il cinema, e dove spesso ti rendi conto che non è tanto importante il cosa, ma soprattutto il come. Basato sul romanzo per ragazzi “Le avventure di Pinocchio, Storia di un burattino” (1883), di Carlo Collodi, il film non si discosta dalla tradizione, ma ha il grande merito di entrarci e renderla attuale. Non solo per i bellissimi costumi e il trucco, tutto make up e niente effetti speciali di Mark Coulier (Harry Potter) – che sa portare lo spettatore in quel mondo fra l’onirico e il fantastico, quello dove le fiabe trovano la giusta leva per entrare nella realtà e scardinarla – non solo per la colonna sonora del compositore italiano Dario Marianelli, già premio Oscar nel 2008 per “Espiazione“, che affida ai suoni delicatamente ossessivi della Roma Tre Orchestra, e alla fisarmonica di Pietro Roffi, il compito di fare da contraltare alla storia, ma anche per come il regista Matteo Garrone struttura con la macchina da presa il doppio movimento per portarci all’interno di luoghi e sentimenti, per come utilizza la recitazione, per quel patto con lo spettatore che viene mantenuto dall’inizio alla fine del film.
Il patto è quello di raccontare il duplice messaggio che Collodi dalla prima scrittura di una storia che uscì a puntate sul periodico per l’infanzia Giornale per i Bambini il 7 luglio del 1881 – già in sintonia con la psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza che si sarebbe sviluppata per tutto il 900, voleva trasmettere a bambini e genitori: ai primi che non bisogna disobbedire, mentre ai secondi la funzione della ribellione. E come la stessa, attraverso il cambio generazionale e il conseguente spostamento di responsabilità, determina la crescita. Perché il rischio di non ribellarsi – e questo, i genitori di figli adolescenti dovrebbero saperlo – spesso si accompagna a una mancata assunzione di responsabilità; purtroppo non solo nel mondo delle fiabe ma anche nel nostro, i Campi dei Miracoli esistono davvero, e i figli, per crescere, devono imparare ad attraversarli. L’importante è non perderli di vista, mentre li attraversano, e far sentire loro che non sono soli.
Uscito in Italia il 19 dicembre del 2019, quindici le candidature all’edizione 2020 dei David di Donatello, cinque quelle vinte: miglior scenografo, miglior truccatore, miglior costumista, miglior acconciatore e migliori effetti speciali visivi. Una bella recitazione, sobria e pacata, quella di Roberto Benigni nel ruolo di Geppetto, insieme a tutti i personaggi che costellano la fiaba – bravo Massimo Ceccherini, un po’ sprecato Rocco Papaleo – che non escono mai dalle righe e riescono a rendere il giusto sapore delle cose. Certo dispiace sapere delle ore di trucco – pare sessioni quotidiane di quattro ore – alle quali il piccolo protagonista Federico Lelapi si è dovuto sottoporre, ma l’effetto è davvero apprezzabile e lui molto bravo. Famoso per “Gomorra”, non tutti ricollegano la regia di Garrone al bellissimo film “Il racconto dei racconti – Tale of Tales” del 2015, tratto dalla raccolta di fiabe di Giambattista Basile, presentato al Festival di Cannes dello stesso anno. Un film da vedere, quindi, il “Pinocchio” di Matteo Garrone, con una battuta iniziale che, già dalle prime scene, fa sentire la voce di Collodi, in quella frase che ogni padre dovrebbe saper dire a suo figlio: “Ti piace come ti ho fatto? A me tanto!”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: