Matilde Serao: “L’anima semplice, Suor Giovanna della Croce” (1901) – di Marina Marino

“L’anima semplice, Suor Giovanna della Croce”, romanzo di Matilde Serao del 1901, è preceduto da un lungo saggio di Henry James che, oltre a farci intuire una fama internazionale di Donna Matilde, ci mostra la cura del grande scrittore americano: più che analizzarlo sembra sfilettarlo come un pesce persico. Lessico, trama, costruzione dei periodi, pregi, difetti, paragoni con Émile Zola e il suo “spaccato di vita” (che bella traduzione di ”tranche de vie”) e persino con Jane Austen. Lettura interessante. Istruttiva, come la lunga introduzione di Rosa Casapullo. Consiglio non richiesto? Leggete la storia, immergetevi nella prosa accurata e rotonda di Matilde Serao. No, la protagonista non è giovane e bella, no, non si parla di avventure e amori contrastati. La storia ha inizio nella cittadella monastica di Suor Orsola Benincasa a Napoli che si estende da San Martino al Corso Vittorio Emanuele. Qui la scrittrice prende la libertà di far vivere  le Trentatré, come gli anni di Cristo, altro ordine monastico tuttora esistente al centro storico, o anche Sepolte Vive, donne soggette a una clausura strettissima, con il viso coperto da un fitto velo nero che fa pensare a un burqa, donne che voltano le spalle alla vita per trovarne un’altra, altra dignità, altra pace, un’altra, infinita libertà.
Scelta difficile da comprendere: ho avuto modo di vedere le ossa delle monache quasi intatte nei sotterranei del Suor Orsola. Le domande che quel giorno mi posi mi travolsero ma, dopo secoli, quei resti chiedono rispetto, non curiosità. Erano donne, nella clausura forse più libere di tante coetanee maritate con la coercizione. Lucia Bevilacqua ha un’indole passionale, donna di un solo uomo, quando la sua unica sorella le ruba il fidanzato che si lascia rubare, agisce d’istinto, una scelta estrema, si chiude in convento, prende il nome di Suor Giovanna della Croce. Lì vi resta per quaranta anni, giorni tutti uguali, giorni tutti diversi, tra digiuni, orazioni, il conforto dell’Eucarestia, la devozione alla badessa che fa da madre a lei, forse mai o male amata.  Francesco Crispi decreta la fine dei conventi di clausura: le suore, non più tali, dovranno tornare nel mondo e la brutalità con cui questo accade lascia sgomenti. Si sciolgono abitudini, legami, si ruzzola in una città, in una vita, a cui non si sente più di appartenere, straniere in patria, apolidi senza strada. Suor Giovanna viene accolta dalla sorella Grazia, in via Teatro Nuovo,  in un piccolo appartamento dove si trova a vivere con la sorella e i due nipoti, morti tutti i membri della famiglia. Pulisce casa, lava tazze e bicchieri che lasciano sporchi, ha mille lire di risarcimento che a poco a poco depaupera per il nipote, uguale al padre, per lei, mai stata madre: una tenerezza nuova.
Dieci mesi trascorre in quella casa, terminano i soldi e l’illusione della restituzione della dote portata al convento tanti anni prima. Grazia la mette alla porta (“Ti ho tenuta dieci mesi, nessuno potrà dire nulla”.) Quando termineremo di occuparci dell’opinione altrui? C’è un fine parallelismo tra la topografia napoletana e la sorte di Suor Giovanna, un degradare di luoghi fisici che corrisponde al degradare dei luoghi d’anima e di sorte. Da Suor Orsola a via teatro Nuovo, ora la troviamo in via Portamedina, in affitto presso una vedova con un figlio, forse la sua unica amica. Stanca, curva, la vista appannata, anima semplice (su questo Matilde battagliò con il suo traduttore francese), ma non gretta, ingenua ma non stupida, dotata di forze insospettabili. Vende i suoi finissimi merletti fatti a tombolo alla signorina del piano di sopra, una mantenuta che vive tra sete, profumi e illusioni, ne raccoglie gli sfoghi senza giudicare (“E voi perchévi fate maltrattare?” (…) “Il maltrattamento è un segno d’affetto“). Un’altra creatura sola (“Venitemi a trovare presto, zi’ monaca mia”). Le si offre, mal compensata, di assistere una puerpera vittima di emorragia, lei lo fa, vincendo un imbarazzo istintivo per il parto, la procreazione, il sesso, il bimbo allattato dalla balia. La suora è  zelante, premurosa, ascolta i deliri della neo-mamma con tatto e intelligenza ma, questa sfera della vita la turba. So di una suora che scoppiò in un pianto irrefrenabile all’arrivo della menopausa, non perché volesse esser madre, ma perché quel sangue mensile le ricordava la possibilità di esserlo. Terminato il puerperio, Giovanna va a servizio dal notaio del quarto piano. Vecchia, stanca al punto di non riuscire a pregare la sera, eppure contenta di lavorare.
Sono paghe misere, ormai il nero della sua tonaca ha assunto sfumature verdastre, la stoffa, lisa, accompagna il suo declino. La misera pensione che riceve ogni mese le viene dimezzata, ora troviamo questa vecchia donna coraggiosa, stanca, sola in una locanda infima che porta il nome beffardo di “Ville de Paris”, paga cinque soldi un letto e, ad un’ispezione improvvisa della polizia, su richiesta del nome: “Lucia Bevilacqua” Non avete mai avuto altro nome? “No, mai”. È Pasqua, ultimo atto: a Palazzo Tarsia i nobili napoletani si cospargono di carità e offrono un ricco pranzo ai mendicanti. Tra questi avanza tra la polvere e i calcinacci di una città sventrata, una donna, curva, vecchia, il capo avvolto in uno straccio nero. Tra gli effluvi di ragù e dei profumi costosi delle signore, si dia inizio al banchetto. Su una tovaglia semplice ma immacolata, piatti, bicchieri, posate pulitissimi. Il decoro, innanzitutto. Per un giorno, per due ore, almeno. Una giovane nobildonna bionda, vestita in seta grigia ”con deliziosi riflessi argentei”, si avvede di non saper che fare e, per rimediare all’inazione poco decorosa, si avvicina ai commensali, con l’acre sapore delle buone intenzioni e i sorrisi e le parole vuote, pesanti di imbarazzo. Si accosta alla vecchia, le chiede se mendichi “No, ho vergogna. E ho una pensione”. (…)Perché? La suora racconta in breve, con sforzo, la sua storia. Le parole tenute chiuse troppo a lungo sembrano spesso punte di selce, lacerano, strappano. “Oh, lo ricordo, ero piccina! E quale era il vostro nome di allora?“ (…) “Suor Giovanna della Croce” e, nel dirlo, nel dichiararsi e ricordare, arrivano le lacrime, le prime, cadono nel piatto intatto, sul viso arricchito da rughe profonde, cadono da qualche anfratto segreto dell’anima. Io, assurdamente, vorrei infilare una mano nella pagina per accarezzare quelle lacrime. Leggetelo, questo personaggio tanto inconsueto di carezze credo non ne abbia avute mai.

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