Matia Bazar: “Tango” (1983) – di Alessandro Freschi

Fede non ne ho, speranza solo un po’, carità non c’è”. Siamo agli albori dei contraddittori anni Settanta e all’ombra della Lanterna di Zena è in pieno fermento un’autentica fucina di talentuosi artisti immersi in sperimentazioni di matrice pop (solo in seguito il filone verrà ribattezzato come progressivo italiano). New Trolls, Delirium, Latte e Miele, Nuova Idea, Duello Madre, Garybaldi e Gleemen sono gli originali moniker che contraddistinguono queste innovative band, anima pulsante di quella irripetibile colonia nostrana che in un lustro avrà il merito di scrivere pagine essenziali del rock made in Italy rilasciando qualcosa come (disco più, disco meno) duecentocinquanta album. Tra i protagonisti della scena genovese del periodo compaiono anche i J.E.T.; gruppo nato nel 1970 dalle ceneri di una formazione nella quale gravitavano anche i futuri Ricchi e Poveri di Angelo Sotgiu e Franco Gatti, dopo la pubblicazione di una manciata di 45 giri piuttosto commerciali e la partecipazione a Un Disco per L’Estate 1971 e al Sanremo 1972 il quartetto composto da Carlo Bimbo Marrale (chitarra e voce), Aldo Stellita (basso), Piero Cassano (tastiere) e Renzo Pucci Cochis (batteria) incide un apprezzabile album in salsa hard-rock sinfonico distribuito dalla Durium: Fede, Speranza, Carità (la copertina apribile del vinile, chicca da collezionisti, presenta un foro dal quale si affaccia un calice incollato all’interno) dove emerge l’ottimo uso del falsetto e la predominante presenza di organi solenni.
Uscito di scena Cochis, nel
1974, al trio si uniscono Giancarlo Golzi, batterista dell’imperiese Museo Rosenbach (quello del capolavoro Zarathustra per intenderci) e la poco più che ventenne vocalist Antonella Ruggiero. A questo punto dopo l’incisione di un singolo per la Ariston (La Strada del Perdono) rilasciato come Matia (nomignolo appiccicato alla talentuosa cantante) i J.E.T. scompaiono definitivamente dalla scena per fare spazio ai Matia Bazar. “Era un venerdì notte di silenzi e di luna piena. Quanta tensione c’era giù in città, e quanta in quella stanza”. Oltrepassata la linea di mezzeria del decennio i Matia Bazar riescono ben presto a farsi notare dal grande pubblico, partecipando con frequenza a trasmissioni televisive. La straordinaria estensione dei vocalizzi della Ruggiero, il suggestivo interplay con le interpretazioni di BimboMarrale, si rivelano carte vincenti in una proposta di stampo pop-melodico, spesso animata da contaminazioni dal sapore sudamericano. Stasera Che Sera, Ma Perché, Che Male Fa, Raggio di Luna sono hit che imperversano ininterrottamente sulle frequenze della radio libere e nei juke-box collocando la band stabilmente nell’olimpo delle classifiche di vendita.
L’orecchiabile
Solo Tu, capace di vendere due milioni di copie e di occupare il primo posto in classifica per tre mesi, le suggestive atmosfere di Cavallo Bianco, cavalcata dal retrogusto prog e C’è tutto un mondo intorno, caratterizzata da complesse alchimie vocali, sono rappresentativi esempi di un repertorio musicale in bilico tra leggerezza e spessore, sempre e comunque di grande effetto. Dello stesso periodo le realizzazioni di cinque lavori sulla lunga distanza e l’affermazione al Festival di Sanremo 1978 con …E Dirsi Ciao, impresa bissata poi a distanza di ventiquattro anni (2002) con una line-up che presenterà Cassano e Golzi come unici superstiti della prima ora. Con il sopraggiungere degli Ottanta il progetto Matia Bazar effettua quella virata artisticaimpegnata” da tempo auspicata e rimandata per esigenze di mercato. Elemento essenziale nella metamorfosi synth-wave del gruppo è indubbiamente il tastierista Mauro Sabbione, subentrato a inizio 1981 a Piero Cassano in netto disaccordo con il restyling sonoro del Bazar e proiettato verso nuove missioni in campo discografico (sue produzione e composizione di Una Storia Importante rampa di lancio verso la celebrità di un giovane Eros Ramazzotti).
L’estro sperimentale e innovativo delle nuove realizzazioni conducono su
lidi sonori lontani anni luce dalla tradizionale leggerezza del repertorio tradizionale e vincente della band. I registri lirici della Ruggiero diventano strumento a tutti gli effetti tra gli orditi di fredde partiture elettroniche e quando sugli scaffali dei negozi di dischi Berlino, Parigi, Londra (1982) fa la sua comparsa molti estimatori della prima ora rimangono spiazzati. È decisamente improbabile pensare che dietro l’incedere marziale delle drum-pads doppiate da un gommoso basso e un testo che riecheggia atmosfere anni Quaranta di matrice mitteleuropea (Fantasia) si celino gli stessi musicisti che solo qualche stagione fa inneggiavano a un grottesco Mister Mandarino. Un album di respiro internazionale che miscela l’avanguardia dei Krisma di Arcieri con i synth della irrompente new wave d’oltremanica all’interno del quale trovano spazio una decadente rielaborazione della Canzone della Giovane Sentinella (Lilì Marleen) e brani di ottima presa quali Io Ti Voglio Adesso e Astra.
“Ma piove il cielo sulla città, tu con il cuore nel fango. L’oro e l’argento, le sale da tè, paese che non ha più campanelli”. Una beguine sintetica, una cartolina crepuscolare inviata dalla Roma felliniana di fine anni Cinquanta. Le nostalgiche melodie delle Vacanze Romane disegnate dai Matia Bazar sul soppalco del Teatro Ariston nel corso dell’edizione sanremese 1983 sin dal primo ascolto effondano nell’etere una sensazione di respiro eterno che poco ha a che fare con l’irrisorio valore che può derivare dal piazzamento in classifica di una kermesse canora nazional-popolare. A distanza di decenni sono in pochi a ricordare chi si aggiudicò quel festival, ancor meno chi lo presentò, ma l’iconica esibizione della elegantissima Ruggiero quella no, quella se la ricordano tutti. Un successo strepitoso di vendite (il 45 giri risulterà il quarto nella Hit Parade annuale dietro ai tormentoni estivi firmati da Gazebo e i Righiera e all’ennesimo soundtrack moroderiano) che fa da apripista a un album che rappresenta una delle vette più alte delle produzioni Matia Bazar e della new-wave made in Italy: Tango” (1983). Dimostrando di aver perfettamente metabolizzato il cambio di passo stilistico del lavoro precedente, il quintetto ligure imbandisce una scaletta di otto movimenti inediti all’interno dei quali gli algoritmi di codifica di severi vocoder si stemperano a coinvolgenti aperture di taglio lirico e l’incantevole timbrica della vocalist acquisisce, tra le diagonali scolpite da taglienti synth, le sembianze di un inimitabile e insostituibile strumento aggiunto.
La sezione ritmica
Golzi-Stellita si fa carico della stesura di oniriche liriche lasciando l’onere (e l’onore) della tessitura dell’ordito sonoro al resto della compagnia in quello che si rivela un ispirato teamwork. Oltrepassati le evocativeterrazze del corso dell’orecchiabile motivo festivaliero, al nostro cospetto prendono forma i desertici contorni dell’elettro-reggae Palestina (“I faraoni di Mercurio affogano Sorella sfinge nei suoi vecchi quiz. L’antico oracolo non sa rispondere a quel turista in cerca di un motel”) che anticipano la convulsa Elettrochoc, scorribanda elettrica sagomata su lemmi surreali che sembrano fuoriuscire da uno dei migliori labirinti panelliani e dove un insospettabile Enzo Jannacci fa la sua comparsa nelle vesti di “puntuale traduttore” (“Il pesce ha un gusto strano che non so, ma perché se è rombo e non quadrato… Elettrochoc perché non impari ma. Un altro choc per quello che non farai”). Se fischiettii di westerniana memoria (sul loro scanzonato utilizzo i Matia Bazar avevano costruito nel 1978 la hit Tu Semplicità) si addensano nelle pieghe imperscrutabili delle atmosfere dilatate di Intellighenzia, Il Video Sono Io imprigiona nella cornice di una frenetica istantanea dalle tinte Eighty (“Guarda guarda che bel video abbassa la tua radio”) l’avanguardistico linguaggio sonoro veicolato dagli iper-tecnologici videoclip (siamo nel pieno del boom di MTV e della nostrana VideoMusic).
In bilico tra tipiche armonie mediterranee e fredde spirali synth-pop si anima
Scacco un po’ Matto traccia nella quale, per dirlo alla Giuni Russo, Ruggiero si avvale acutamente di “quel trucco che le sdoppia la voce“. Recuperando lo ieratico aplomb  rétro di Vacanze Romane, i Matia Bazar rielaborano in codici digitali la coinvolgente danza di un Tango nel Fango (“Milongami un po’ col dittongo tuo. Gira su te che fai girare me con passo lento e malizioso e magari un po’ gitano e demodé”), per poi affondare il colpo conclusivo nelle traiettorie euro-pop de I Bambini di Poi, performance di grande effetto dagli inequivocabili echi ultravoxiani. Il distacco di Sabbione, proiettato sempre più nella ricerca sperimentale, suggella idealmente la parentesi elettro della band che comunque continua, nel corso del decennio, a rendersi artefice di lavori di buon livello che riscuotono apprezzamenti dalla critica (Red Corner del 1989 e Melancholiadel 1985 contenente Souvenir, ideale sequel di Vacanze Romane e la hit riempipista Ti Sento). Condensato nel seducente abbraccio frontale impresso sulla stilizzata copertina, il techno Tango dei Matia Bazar si colloca indiscutibilmente tra i migliori 33 giri italiani di stampo synthpop. Passo dopo passo, “nel vortice sfrenato di un casquet”.

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