Massive Attack: “Unfinished Sympathy” (1991) – di Girolamo Tarwater

Uno degli ascolti che più ricordo per l’impatto che ebbero su di me nei primi anni di università è “Blue Lines” (1991) dei Massive (senza Attack, nella cassetta di allora: era tempo di guerra nel Golfo e una band con questo nome avrebbe creato problemi). In quel periodo stavo ancora esplorando i mille rivoli del rock, presenti e passati. C’erano, nel presente, i Nirvana e i R.E.M. che avevano reso planetario un tipo di musica che era nata in contesti decisamente più piccoli e che avevo visto crescere. Non era, insomma, roba nuova per me. Volendo capire da dove veniva certa musica, finivo per trovarne altra che non c’entrava niente e non faceva altro che aizzare la mia curiosità. C’era poi il passato, praticamente tre decenni da esplorare, per rimanere al rock. Quando entravo in un negozio di dischi avevo la regola di prenderne almeno uno vecchio ogni due nuovi. Dovevo recuperare. Per quanto mi ricordi, allora (come sempre, a dire il vero) si ragionava per lo più a compartimenti stagni nonostante, finalmente, qualcuno cominciasse a mischiare le carte. Era l’anno di “SceamadelicaPrimal Scream e di “Blood Sugar Sex Magik” dei Red Hot Chili Peppers. C’era stato Prince (mille volte meglio – vista la mia (de)formazione rock – di quel fighetto di Jackson che però scriveva canzoni straordinarie che non erano così vuote come sembrava – a me – essere lui), c’era Jimi Hendrix e tutto il rock blues elettrico fino a Muddy Waters e B.B. King ma pur sempre rock era, per quanto imbastardito fosse.
Blue Lines” fu come scoprire una mappa del tesoro che indicava posti che non conoscevo o che richiamavano qualche leggenda lontana. C’era tutta una serie di sentieri che, tutto d’un colpo, mi si aprivano davanti e mi sembrava di essere un ragazzino che corre di qua e di là ad ascoltare, scoprire, cercare, domandare, frugare. Da una parte, allora, c’era il soul sinfonico che portava a Isaac Hayes, poi c’era il suono profondo del dub che conduceva a King Tubby e Lee Perry, e poi tutta una scena dance raffinata che cominciava nella mia mappatura musicale ad avere spazi sempre più ampi, con i Soul II Soul, ad esempio, a ridefinire i confini della (ehm) disco. C’era tutto un modo nuovo (per un ignorantone come me, ovviamente) di intendere l’hip hop, che, sempre per me, in pieno periodo Posse (vivevo a Roma in quel periodo e ascoltavo spesso Radio Onda Rossa), coincideva fino ad allora con quella forza della natura che erano i Public Enemy, come se i neri dovessero essere solo e per forza incazzati. C’era anche quello, ma tanto, tanto altro da scoprire. “Blue Lines” era fatto di canzoni bellissime, con melodie avvolgenti, arrangiamenti raffinati e un susseguirsi di voci e di ritmi che erano un invito a riscrivere la storia della musica che amavo. Se devo essere sincero, ora preferisco i due successivi, diversissimi, “Protection” (1994) e “Mezzanine” (1998), di una perfezione e compiutezza formale ed emozionale inarrivabile.
Ma questa è un’altra storia. Tra le canzoni del disco, quella che mi colpì da subito (la breccia che aprì la strada per infinite escursioni) fu Unfinished Sympathy, per l’atmosfera creata dal ritmo quasi sincopato ma deciso, dagli archi avvolgenti e dalla voce portentosa di Shara Nelson. Il video, poi, è uno dei miei preferiti di sempre, per non parlare del titolo, praticamente perfetto: due parole che giocano insieme, che stanno insieme pur dicendo il contrario. L’ “un” di “unfinished” sta accanto al “sym” di “sympathy”, come due poli in tensione, a creare un campo di forze, a suggerire una via mediana tra in-compiutezza e com-passione, che – se non possono stare assieme – creano uno spazio perché in mezzo qualcosa possa combinarsi. Come se ci fosse sempre un “molto di più” avanti, pagine sempre nuove di un libro che non vuol saperne di arrivare alla fine. Si apre una porta e non si sa dove porta, costi quel che costi. E costa molto, costa molta sofferenza di sicuro. Sballottati tra opposti, notte e giorno, anima e corpo. Tutto a soqquadro ma tutto insieme. L’amore non chiude i conti ma li apre, come – appunto – un libro (“You’re the book that I have opened / And now I’ve got to know much more”), una terra sempre più incognita più la si esplora. O come un bacio: “The curiousness of your potential kiss / Has got my mind and body aching”.
La potenzialità (ciò che potrebbe essere) è uno spasimo; la curiosità non apre a delizie ma a sofferenza. “Hurt” è la parola più usata nella canzone. Eppure Unfinished Sympathy non è una canzone triste, nemmeno rabbiosa. Non manca la tristezza, né la rabbia ma sono stemperate da altro. Da cosa? Prendiamo i versi finali: “Like a soul without a mind / In a body without a heart / I’m missing every part”. Letti così, da soli, non danno un senso di desolazione, di disperata solitudine e frammentazione? Gli articoli indeterminati (“a soul… a body… a heart”) come se non appartenessero a nessuno. Indistinti, vuoti. Quel “without” ripetuto due volte a marcare un’assenza, una lontananza. Non sono, questi versi, ora, ormai trent’anni dopo, di una attualità sconvolgente? Siamo sconnessi con noi stessi, questo è il nostro problema. Ci siamo parcellizzati e abbiamo perso il filo che ci lega. Hai voglia di stare connessi con tutto il mondo, chiusi in casa. Hai voglia di campare di Smart Working (chi, ovviamente, ce l’ha), di Didattica A Distanza. Se ci manca il mondo fuori è perché, prima, siamo noi, dentro, che siamo a pezzi. E questi pezzi, per di più, li abbiamo ormai pure persi. Letteralmente.
Eppure, nella canzone, manca ogni tono moralista o apocalittico da sentenza disperata. Come è possibile? Beh, cari miei, è la musica, è il soul. Questa canzone gronda di “Soul”, è tutta soul, una delle sue tante, infinite mutazioni e incarnazioni, e il soul è fatto di anima, certo, ma anche di corpo, tanto corpo, è fatta di lacrime ma anche di abbracci, di balli, di corpi scatenati. Mi ha sempre colpito la fisicità del soul – in tutte le sue declinazioni (e via con mille altri sentieri da esplorare) – come se l’anima non potesse dirsi e cantarsi se non attraverso il corpo, mille corpi, mille voci, mille storie. Ecco allora la voce di Shara Nelson, tutta d’un pezzo, massiccia e potente, come il suo fisico, per niente parcellizzata, ma capace pure di giocare con le sfumature e che l’echo delle finali dei versi valorizza, quasi a stemperare un vigore che – da solo – sì farebbe veramente male. Una forza della natura che sa quando deve scatenarsi in urlo di rabbia e dolore e quando deve lasciarsi andare a uno spleen più soffuso, a minare certezze ritenute troppo certe. Pieno e vuoto caratterizzano anche archi e ritmica. Vale la pena, a proposito dei primi, sottolineare lo spartano finale (io l’avrei visto bene per Nina Simone) in cui prima le note si arrampicano in alto sul pentagramma per poi crollare e lasciarsi andare placidamente, puntellate da astratte note di pianoforte, così come avveniva all’inizio, dove una nota, quasi indecisa, si ripete, poi ondeggia su e giù per qualche battuta prima di aprirsi in un pieno che coincide con l’apparire della voce femminile.
Una menzione speciale, a proposito della sezione ritmica, merita il gioco dei piattini che dall’inizio si ripete per tutta la canzone e accompagna col suo suono acuto l’incedere della batteria, basato più sui vuoti che sui pieni. Sono questi vuoti, riempiti dal tintinnio dei piattini che sostanziano l’incedere del pezzo. Vuoto e pieno non smettono di inseguirsi e scambiarsi il posto, come notte e giorno, come anima e corpo. C’è poi il video. A mio avviso un vero e proprio manifesto politico anche se per nulla politicizzato. Un invito alla resistenza, attraverso uno dei gesti più sovversivi: camminare. La passeggiata di Shara Nelson per le strade del quartiere, apparentemente presa nei suoi pensieri e problemi (d’amore, si direbbe), non è un modo per stranirsi o distrarsi. È un modo di essere presente, il suo modo (per riprendere una espressione di Militant A) di conquistare il suo quartiere, con la sua umanità feriale, dimessa, antieroica, come fosse un tardo pomeriggio qualsiasi, con la solita gente. Esserci, passare in mezzo alle persone camminando è assumere una postura e un ritmoumano”. “Tante cose nel nostro quotidiano sono legate ai ritmi veloci. Camminare invece è un’azione lenta. E in questo senso una delle più radicali che si possano compiere” (E. Kragge, “Camminare. Un gesto sovversivo” del 2018).
È con i piedi e non con la testa che nel video si mantiene il contatto con la realtà, con cui si fa esperienza del mondo. Non per sentito dire o perché ho fatto una veloce ricerca su Google, ma perché ci sono passato in mezzo. Così fa la Shara Nelson in questo video che, quindi, non ha nulla di sentimentale psicologismo ma è decisamente sociale, politico (nel senso di polis, cittadino) e vive nella relazione con il proprio territorio. “Da seduti, la vita diventa meno fisica. (…) Come i personaggi di WALL-E perderemmo letteralmente il contatto con il suolo. Invece di fare esperienza della realtà che ci circonda, di conoscere noi stessi e l’ambiente attraverso la superficie che fa da confine tra il corpo e il mondo”. Per questo, nonostante i versi (presi astrattamente), Unfinished Sympathy non ha nulla di astratto: ha i piedi ben piantati per terra. Da qui la sua “fisicità” (che Shara con la sua voce incarna – letteralmente – alla perfezione) che, di fatto, è la medicina alla malattia che diagnostica. Ma non si tratta solo di cura. È una forma di resistenza, un modo per reagire all’accelerazione spasmodica che avrebbe poi (la canzone è di 30 anni fa, ricordiamolo) frantumato la nostra percezione del tempo e dello spazio.
Perfino un agile economista come John Maynard Keynes ammoniva che dobbiamo inventarci una nuova saggezza per una nuova epoca. Invece il paesaggio mentale di un uomo diventato un insieme di dati disincarnati, una specie di spirito senza corpo che vive e funziona simultaneamente in posti diversi, oggi non interessa a nessuno sembra, è accettato con esaltazione, rassegnazione o per senso del dovere, comunque come un segno dei tempi, la sorte progressiva. Cominciamo a vivere come macchine puramente cognitive, come se l’individuo fosse solo una mente e il corpo un peso morto, al massimo da plasmare a fini estetici ma in realtà inquietante perché concepito come la parte mortale” (P. Morelli, “La postura del guerriero. Addestramento etico e altre modeste proposte” del 2020). Già si comincia a intravedere la straordinaria, cupa, cyborg-entomologica copertina di “Mezzanine” (anche lì, comunque, qualcosa che sta in mezzo, e pure lì un pulsare intimo del cuore sotto una crosta dura). È forse sulla capacità di accettare e affrontare la “parte mortale” che si gioca la battaglia e, paradossalmente, sono forse i “pezzi” meno buoni, quelli scartati, quelli inutilizzabili che contano di più, quelli che resistono con dignità.
Anche in questo caso il video è magistrale (nel senso che dà una lezione di vita). Mi ha sempre colpito, infatti, come buona parte della gente che Sarah Nelson incontra apparentemente casualmente non solo è gente normalissima (gli antieroi che ricordavo) ma rappresenta un’umanità non vincente (ma secondo le regole di quale gioco?) e marginale: disabili, immigrati, operai dediti a lavori pesanti e probabilmente sottopagati, anziani (tra cui una impresentabile dolcissima coppia che si bacia, persa nel suo mondo), un pellerossa addirittura, ubriaconi. Un mondo multietnico dal basso in cui le parti sono ri-com-poste. Ma non è – e non lo sarà mai – una cosa data una volte per tutte. È una strada che deve essere continuamente battuta, ogni volta, ogni giorno. L’incompiutezza del titolo non è solo una cicatrice che ricorda fragilità e fallimenti ma anche un impegno, una speranza, un lavoro sempre da fare. Come, in fondo, è la vita. Non è soul tutto questo? Esserci, questo conta. E resistere con la propria postura, con la propria andatura. Shara Nelson, nel suo meditabondo, composto vagabondare, mi ricorda la governante Dilsey de “L’urlo e il furore” (1929) di William Faulkner: “Resisterono”.

I know that I’ve been mad in love before / And how it could be with you
Really hurt me baby, really hurt me baby / How can you have a day without a night?
You’re the book that I have opened / And now I’ve got to know much more
The curiousness of your potential kiss / Has got my mind and body aching
Really hurt me, baby, really hurt me, baby / How can you have a day without a night?
You’re the book that I have opened / And now I’ve got to know much more
Like a soul without a mind / In a body without a heart / I’m missing every part.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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