Massimo Volume: “Da dove sono stato” (2013) – di Lorenzo Scala

Mille. Mille gruppi avanzano nella penombra della ragione, tra i crateri della memoria, mille e ancora mille e forse qualcuno in più. Si affollano, sulla tela della materia grigia, come schizzi di Pollock, i nomi di una miriade di gruppi musicali emergenti, di stimoli erranti, suoni condensati in cristalli, piccoli entusiasmi e musiche già sentite, trite e ritrite, ma comunque colme d’entusiasmo. Quasi sempre degne di nota. Quasi sempre le comunioni d’intenti creano una sorta di frenetico candore. Creare un gruppo autoalimenta una sorta di follia creativa interna, che si comprime per poi esplodere in piccole supernove nei live. Come un cavo elettrico cerco di assorbire gli stimoli che mi circondano e in quest’ottica, tendo a sovraccaricarmi. Mi ritrovo la scatola cranica affollata di note, immagini, visioni personali da decifrare, testi ermetici da intuire. Così, sempre più spesso, la mia ambizione prende i contorni di un spazio cèrulo e silente, dove filtra all’udito unicamente il suono di rami ondeggianti nel vento primaverile, il suono di un aereo in lontananza e qualche schiamazzo lontano, di cui a giungere è solo il riverbero.
Sapersi decomprimere, distendere, aprire le finestre e far entrare nuovo ossigeno, aria fresca nelle anticamere neuronali, imporsi uno stop, oppure, ancora meglio, distrarsi con altro. Finché, quasi sempre e quasi sempre puntuale, torna il lampo, la tigre di carta che ti artiglia, magari un semplice ricordo, una nota, una frase e l’ispirazione, semplicemente, torna. L’ispirazione infantile entusiasma e allo stesso tempo dona alla prosa qualcosa di barocco e pomposo, altisonante e circense, ma poco importa, le dita scorrono fluide, questo conta. Le sbavature fanno parte della mistica equazione. Il piacere ritrovato. La commozione rinvenuta. Questo invece conta. E questo ricordo, questa piccola ispirazione condensata e dormiente in un anfratto della memoria, torna a galla.
Ad accendere le luci del Natale perpetuo ripiegato nel buio, proprio ieri, nella mia testa, è stata la canzone Da dove sono stato, dei Massimo Volume, contenuta nell’album del 2013, “Aspettando i barbari“, per La Tempesta dischi. Un testo che sembra una vertigine vestita da commiato, di cui non voglio assolutamente parlare, se non unicamente per dire che contiene una citazione di John Cage. Voglio piuttosto regalare a queste parole uno spazio virtuale, anzi uno spazio inesistente, sperando di percepirle uscire attraverso lo sguardo attento di qualcuno.

Camerieri / Cantanti / Attori bipolari / Arguti figli di papà / Bukowski butterati
Massa drogata / Sanbenedetto in croce / Mahagonny abbandonate
Monterey di sogno / Parrucchieri in estasi / Gerani ai davanzali
Ricordarsi di dare da bere / Von Braun tradito / Vasche ionizzate
E culi di Hockney / Culi di Hockney bagnati di luce annoiata
Il lusso freddo della solitudine / Di cose al loro posto mai desiderate
“Noi siamo o non siamo / Siamo o non siamo / Noi siamo o non siamo
Socialmente parlando” / Buckminster Fuller / Perso in una bolla di vetro e di metallo
Di fronte a tutti voi io oggi umilmente mi inchino / Per avermi fatto sentire vivo

E reso grazia al vostro incanto vi lascio / E corro incontro ai giorni che mi spettano
Le carte appese al petto / E una versione di riserva / Per tutte le strofe uscite male
E le frasi sbagliate che nessuno potrà più cancellare / Io vi saluto e mi inchino
Io vi saluto / E pieno di rispetto vi dico addio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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