Massimo Urbani: “L’avanguardia è nei sentimenti” – di Gabriele Peritore

Quando Massimo Urbani saliva sul palco, imboccava il suo sax e iniziava la sua serenata alle stelle, nessuno poteva rimanere indifferente al suo singolarissimo timbro, fin dalla prima nota. Cominciava ad oscillare come se volasse. Le sue dita sembravano leggere dove serviva tanta forza. Strabuzzava gli occhi verso l’alto come in cerca di concentrazione o trascendenza per non perdere la sintonia con il suono del cielo… e inondava l’ambiente con un’energia creativa potente come un mare in tempesta, tale da trascinare tutti gli altri elementi della band a derive di piacere sonoro mai conosciute prima per loro. Era totalmente fuso con il suo strumento. Il sax contralto era tutto… la vita, la medicina, la compagnia, la passione: non aveva importanza che fosse sano anzi, più scassato stava più il suono era personale… sapeva mettere gli elastichetti nel posto giusto. Forse perché da scassato suonava come realmente voleva che suonasse, come la sua vita, come la sua intima essenza, scassata appunto. Quando suonava, come nella vita, aveva uno sguardo azzurro, limpido: abbagliante quando stava bene e di una malinconia che trasmetteva anche agli altri quando stava male. Una nota lunga, poi un fraseggio rapido, vorticante, e poi un assolo che lo portava a volteggiare a quote elevatissime. Quando si arriva a quelle altitudini è difficile rimanere in compagnia, spesso si è soli. La solitudine che ti permette di conoscere profondità dell’inconscio artistico impossibili per altri, poi conduce ad un stato di isolamento alienante difficile da comunicare a voce. La sua voce era il sax, e spesso quella nota lunga era un urlo interiore. Un’intensità tragica nell’interpretare qualsiasi brano a cui si approcciava. Ogni nota avvicinava musicalmente – e spiritualmente – il “Man” ad un altro sassofonista divino, forse il più grande… Charlie Parker. Massimo conosceva a memoria ogni pezzo suonato da Bird”, le sue improvvisazioni, i suoi fraseggi, i suoi solo, la sua tragicità. Soprattutto il suo stile di vita, che prevedeva la necessità di superare l’angoscia quotidiana attimo per attimo, senza filtri. Difficile da gestire quel miscuglio di fumo, sostanze stupefacenti e alcol… e infatti qualche volta ci riusciva, molte altre no. Nell’ambiente si sospettava che usasse l’eroina per emulare il suo mito musicale e forse era vero. Le sostanze gli permettevano di dilatare la coscienza per oltrepassare ogni limite, fino a dove nessun altro musicista è mai arrivato; forse servivano anche a sostenere il peso delle responsabilità, visto che a diciassette anni era già considerato un sassofonista di livello eccezionale ed era leader di una band con cui incise “Jazz a confronto Vol. 13” nel 1975, con molti brani firmati di suo pugno. Quelli che lo conoscono bene dicono che abbia iniziato a farsi dopo la morte della madre. Lui aveva poco più di vent’anni e come sempre si è tenuto tutto dentro. Dolore che si aggiunge al dolore. Negli anni settanta, per tutto quello che succedeva nel mondo e nella politica, con l’eco del post-Sessantotto che si portava dietro tutta la filosofia di ribellione al sistema, era quasi un obbligo per tutti i musicisti sperimentare una o più sostanze stupefacenti. Circolava con una facilità disarmante, fonte continua di tentazioni. Lui era un ragazzo troppo sensibile e fragile… e forse a questo va ricondotto tutto. La particolarità che più lo avvicinava al bopper di Kansas City, era un certo malessere esistenziale, innato, che si portava dentro senza neanche conoscerne i motivi e che all’età di tredici anni lo indirizzò verso il Jazz: prima con il clarinetto e poi con il suo proseguimento naturale: il sax contralto. Il Jazz era l’unica forma espressiva che gli permetteva di comunicare quel malessere, e il Jazz, per un ragazzino italiano bianco, di Roma, Monte Mario, non era per niente una scelta scontata. Era un genere suonato prevalentemente da afroamericani negli Stati Uniti. In Italia, forse, il suo essere un borgataro tra altoborghesi intellettuali lo faceva sentire un emarginato, proprio come un afroamericano negli Stati Uniti. O forse è il Jazz ad aver scelto lui. Ha soltanto quindici anni, quando Puccio Sboto lo sente suonare. Durante una sessione di prove, in un momento di pausa, sente un sax che freseggia leggero e profondo allo stesso tempo. All’inizio pensa che sia uno stereo che riproduce un pezzo di Charlie Parker, dopo un po’ sospetta che sia proprio il fantasma di “Bird” ad essersi materializzato, fin quando non scopre da dove proviene il suono… e vede un ragazzetto paffutello, impacciato, che perde per magia la goffaggine soltanto al cospetto del suo strumento. Sboto ne coglie immediatamente l’eccezionalità e lo inserisce nell’ambiente. Mario Schiano lo porta in sala d’incisione a soli sedici anni, per una collaborazione nel disco “Sud” del 1973. Giorgio Gaslini, per ovviare al fatto che Massimo non aveva nessun titolo di studio, lo inserisce come uditore, figura che inventa proprio per lui, ai corsi del Conservatorio di Santa Lucia. Da lì inizia la sua ascesa, che lo vede collaborare con tutti i più grandi artisti nazionali come Gaetano Liguori o Enrico Rava (ma anche Gianna Nannini) e internazionali del calibro di Jack Dejohnette, Chet Baker, Red Rodney per citarne solo alcuni. Non c’è palco, locale, o festival dove si suona Jazz, blues, rock, che non lo veda protagonista… ma poi succede qualcosa che non è chiaro da identificare o ricostruire. L’unica linea di demarcazione riconoscibile è la morte della madre. Forse la sua fragilità, il suo malessere innato, anche se mai esternato, con la perdita della donna che ha sempre assecondato la sua passione, subisce il colpo di grazia. L’uso delle sostanze che dapprima è utilizzo consapevole, dopo pochi anni diventa una vera e propria dipendenza, impossibile da gestire, anche se lui prova a tenerla a bada con il consumo dell’alcool. Lo stato di ubriachezza perenne gli fa perdere il contatto con lo spazio e con il tempo, o con i rapporti umani. È spesso in ritardo, irascibile, rissoso, senza rispetto per i colleghi e, anche se è riconosciuto come uno dei più grandi sassofonisti del panorama musicale di quel periodo, la sua dipendenza gli procura assenze ad appuntamenti importanti e lo porta ad un allontanamento da parte dei musicisti impegnati sul campo. Perde colpi a livello fisico, ma quando soffia nel sax è sempre il migliore di tutti. Dopo quasi vent’anni di carriera, con ben sessantasei registrazioni, tra ufficiali e non ufficiali, e migliaia di palchi e chilometri calcati, non gli manca niente: ha ancora un bel feeling con il sax, una donna che lo ama e che aspetta il suo bambino. Il pensiero di un figlio gli mette ansia per le responsabilità che gli si prospettano ma lo riempie anche di gioia, non è questo il problema. Il problema è l’incapacità di riconoscere i suoi limiti fisici, fino alla dose fatale che procura l’arresto cardiaco la mattina del 23 giugno 1993. Probabilmente nel suo autentico capolavoro “Dedications to A. A. & J. C.” (1980) si percepisce tutta la comprensione e la stima profonda per la tecnica di musicisti dalla vita travagliata come Albert Ayler, John Coltrane, Ornette Coleman e per il già citato Charlie Parker… ma lo stile di Massimo Urbani detto il “Man” era unico, come il suo tormento interiore e la sua tragicità, che si sommavano nella sua intensità espressiva che ne faceva e ne fa tuttora uno dei più grandi sassofonisti di tutti i tempi. Era tutto quello che voleva fare: dare amore attraverso le note del suo sax.

Letture consigliate:
“L’avanguardia è nei sentimenti” (Arcana Edizioni 2014) di Carola De Scipio.
“Go Max go – Romanzo musicale” (Arkadia edizioni 2016) di Paola Musa

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