Massimo Troisi… un ricordo – di Irene Spagnuolo

Ricominciare da zero? No, Massimo Troisi aveva un’idea alternativa:tre cose me so’ riuscite dint’a vita, pecché aggia perdere pure chest?” La comicità nella saggezza è un’arte sopraffina che lui conosceva bene, molto bene. Come la poesia amarognola che ne accompagnava l’espressione. Che far ridere è difficile, far ridere con quel senso profondo della vita e della sua squinternata durezza fa quasi gridare…al miracolo. Perché, ce lo ha insegnato, esiste “o miracolo miracolo e o miracolo solamente” e lui era vicino al primo. Peccato non sia riuscito a compierlo con la sua salute. Peccato il male l’abbia stroncato troppo presto. D’altra parte questo tocca agli eroi differenti, a quelli destinati alla Storia. Scrivono solo poche, memorabili pagine e tocca a chi resta farsele bastare. È un po’ questo, il mio ricordo di Massimo Troisi. Quello di un guitto eccezionale, di un maestro di tristezza e di allegria, di un osservatore acuto e irriverente. Mica doveva essere un uomo soffice soffice, tutt’altro. Penso fosse una sorta di incontentabile. Forse pure incontenibile. Uno che ci ha lasciato “Il Postino” e poi è spirato gettandoci in uno sconforto davvero importante. Philippe Noiret nei panni di Neruda e Massimo (aiutato dalla controfigura Gerardo Ferrara) hanno portato sul grande schermo un capolavoro di amore e umanità, un testamento di grandezza indescrivibile. Troisi è stato ammirato e applaudito. Con ragione, naturalmente. Lui talentuoso e coraggioso, lui combattente e appassionato. Del resto l’ironia dev’essere stata la sua alleata generosa. Quando hai i giorni più o meno contati “Non ci resta che piangere” non può che far ridere. Questo è il segreto di tutto, forse. Della sua genialità ma anche della sua verve accorata. Era folgorante, scanzonato, leggero. Ma anche assorto, assorto in un silenzio comico ma intriso di una sensazionale consapevolezza. Aveva il linguaggio del suo popolo, della sua terra. Aveva la ricchezza della realtà. Descritto come un pigro riservato, a Troisi la popolarità credo non abbia destato grandi pruriti. Magari neanche le belle donne con le quali si è accompagnato. Del resto “quando c’è l’amore c’è tutto…No, ti sbagli, chella è ‘a salute”. Può darsi si portasse dietro e dentro l’impossibilità di amare a tempo indeterminato o che cogliesse quell’impossibilità nella natura stessa dei nostri animi. Massimo Troisi analizza i sentimenti della coppia moderna e le difficoltà di portare avanti un legame tra un uomo e una donna in “Pensavo fosse amore invece era un calesse”: i protagonisti non compiono il viaggio della felicità esattamente come non lo ha compiuto lui nelle sue vicende sentimentali. Interprete di un tempo universale e di un umorismo caldo e originale. “Scusate il ritardo” ma lui in ritardo non era mai, puntuale o semplicemente senza tempo come sanno essere i grandi autori e i grandi interpreti. Qualcuno l’ha consacrato erede di Eduardo e Totò… io penso basti, eccome, celebrarlo come Massimo Troisi. Con il suo personalissimo dito nelle pieghe sociali e nelle macchiette umane. Ricordare quanto adorava raccontare, girare, recitare. Che poi… chissà se recitava o portava tante volte se stesso sul set! A me ha fatto piangere, in vita e in quel maledetto giorno di giugno del 1994. Ora lo rivedo ogni volta con un pugno di malinconia nello stomaco ma è un attimo, subito dopo mi scappa un sorriso e la voglia di ringraziarlo. Ci ha dato tantissimo. Profetico e audace il suo “Morto Troisi, viva Troisi”. Del resto sarebbe stato capace di scherzare su tutto, con la sua mimica e le sue battute. Scandagliava l’animo umano, fragilità incluse, con la grazia di chi, nudo e crudo, sembra vestito da re. Speriamo che “Le vie del Signore sono finite” non sia altrettanto premonitore. Il mondo e il cinema hanno bisogno di tanti e tanti e tanti Massimo Troisi. Quante indelebili emozioni, caro Troisi. Certo, mi manchi, manchi all’Italia intera, ma avevi il diritto di riposarti.

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