Massimo Martellotta: “One Man Sessions vol. 1-5” (2018) – di Maurizio Pupi Bracali

Abbiamo pazientemente aspettato di avere tra le mani (e nelle orecchie) tutti e cinque i volumi dell’interessantissimo progetto “One Man Sessions” di Massimo Martellotta anziché spezzettarli nel tempo con altrettante singole recensioni per avere un quadro completo ed esaustivo dell’opera del musicista romano. Martellotta, già polistrumentista e compositore nei Calibro 35, in questo ambizioso progetto in cinque atti si muove totalmente in solitaria, dedicando la sua arte compositiva alle diverse sfaccettature che lo rappresentano musicalmente e strumentalmente al di fuori della band della quale fa parte. Ecco quindi che il primo volume, “Sintesi” (Cinedelic 2018), già a partire dal titolo, non lascia spazio all’immaginazione essendo una summa di quanto si può ricavare dall’uso di un (o più di uno) sintetizzatore. L’atmosfera che permea tutto l’ottimo album è quella della soundtrack da film di fantascienza che al di là delle inesistenti immagini vive di vita propria, lasciando, in questo caso magnificamente, proprio spazio all’immaginazione dell’ascoltatore che può far vagare la mente in un viaggio interstellare tra galassie sonore (s)conosciute dove convivono il reiterato minimalismo Ryleiano che si apre a suggestive sonorità orchestrali. Sintesi 1, un brano ambient che farebbe invidia a Brian Eno. Sintesi 4, le progressioni ritmiche à la Tangerine Dream (quasi rubate al capolavoro “Phaedra” del 1974) che sostengono le scure folate di synth di Sintesi 5, i borbottii alieni e robotici di Sintesi 2, gli spazi eterei e rarefatti di mondi siderali e melodiosi di Sintesi 3 e le sonorità Vangelis connnection di Sintesi 6. Tutt’altro discorso per il secondo volume “Unprepared Piano”(Cinedelic 2018) che, come annuncia il titolo, è invece dedicato al pianoforte di cui Martellotta modifica il suono, inserendo tra le corde vari oggetti e creando “effetti speciali”, giocando con microfoni e amplificazione trasformandone il suono a seconda dei brani. Ma non sempre è così: nella magnifica traccia d’apertura Come Un Notturno il polistrumentista (che qui suona minimamente anche batteria, mellotron e vibrafono) evoca alla perfezione il cristallino romanticismo ottocentesco dei Notturni di Chopin e delle sonate di Erik Satie, per poi perdersi durante il corso dell’album in minimalismi avanguardistici (Nécessaire Per Fanciulli), oscure tracce oniriche evocatrici di saghe nordiche, (Quarto Pedale), brevi torrenzialità Jazz, (Verticale, Orizzontale), gioiose sarabande (Sostenuto), accenti gravi dalle tinte fosche (Risonanza) e romanticismi cromatici à la Wim Mertens (Caviglie). Il tutto scorre fluidamente nel torrente pianistico che nel suo flusso contempla cascatelle di note che precipitano in larghe pozze di suoni più introspettivi, per poi riprendere agilmente la corsa verso il sonoro mare di una musica sperimentale ma non ostica e sinceramente apprezzabile… e il fiume scorre e ci conduce al terzo album della saga solistica di Martellotta dal titolo “One Man Orchestra” (Cinedelic 2018) dove lo “strumento” in questione è proprio l’orchestra, e dove ancora una volta invisibili trame cinematografiche si aprono all’ascolto degli archi e degli ottoni che riprendono atmosfere noir anni 40, (Oppio e Attesa Notturna) romanticismi barocchi (Presa di coscienza), sonorità più saltellanti, allegre e settecentesche (Il Cappotto) che rimandano a capolavori del cinema di animazione quali il “Fantasia” di Walt Disney o il nostro “Allegro, non troppo” di Bruno Bozzetto, temi Hitchcockiani come Baruffa con organo Hammond protagonista, raffinate melodie da cocktail lounge come è Serenata Per Adulti  che avrebbe potuto apparire senza tema di smentita nella soundtracks di“Colazione da Tiffany”, o “Senza Zucchero”, ancora con l’Hammond protagonista che ricrea atmosfere da poliziottesco italiano anni 70, la più introspettiva Reale Immaginario con pianoforte protagonista come nella bellissima Come In Una Favola, brano top di un album estremamente gradevole e immaginifico. Si arriva così al quarto e penultimo album delle sessioni solistiche di Martellotta“Underwater” (Cinedelic 2018), dedicato alla chitarra, che si apre a liquefazioni sonore fin dal primo bellissimo e introspettivo brano Archimede’s Principle, dove lo strumento riverberato, echizzato, delayzzato, scende sotto acque scure e profonde punteggiate da lievi percussioni e pulsazioni elettroniche. Non ci si aspetti, dunque, una chitarra così come la conosciamo abitualmente nel mondo del rock, bensì uno strumento “trattato” che si adegua ai palpiti di un cuore elettronico che ancora deve qualcosa ai Tangerine Dream (Apnea 2) o al Battiato degli anni 70 (Black Out Syndrome) e che, nonostante la liquidità subacquea enunciata nel titolo, si muove in oscuri vicoli notturni (Twilight Zone) con un occhio rivolto una volta di più al mondo del cinema. Mondo del cinema ancora più evocato (insieme a quello culinario) nel quinto e ultimo volume delle One Man Sessions” dal titolo “Just Cooking” (Cinedelic 2018), splendido esempio di rilettura di musiche lontane ma non troppo, dove Martellotta suona tutti gli strumenti, passando con estrema disinvoltura e capacità dagli sperimentalismi elettronici degli album precedenti a momenti solari orecchiabili e quasi canzonettistici, nell’accezione più nobile di questa parola. Ecco quindi che Carbonara non è un brano totalmente in bianco, essendo condito in salsa funky con un occhio al cinema italiano degli anni 70, (poliziottesco e non), mentre Big Burger flirta magnificamente con le colonne sonore americane blaxploitation, tra brevi e deliziosi assoli di piano elettrico jazzato su chitarre funky. Hammer Milkshake vede protagonista un vibrafono lontano su una linea di basso rocciosa e infaticabile, mentre Spacey Kudu si sposta verso l’Africa, sposando ritmi afrobeat che ricordano il blackpop di maestri quali Fela Kuti o Tony Allen. Ancora grande funky cinematografico e psichedelico nello spuntino di mezzanotte (Midnight Snack), per poi arrivare al dolce (Pasticciotto), con organo Hammond protagonista e Zighinì con chitarra elettrica svisante su incessanti ritmi percussivi. Si conclude così, con un occhio ai grandi musicisti del cinema italiano (Umiliani, Piccioni, Trovajoli, Cipriani) e uno a Isaac Hayes e dintorni, il viaggio in cinque tappe di Massimo Martellotta, eclettico polistrumentista capace, come abbiamo visto, di passare da raffinatezze classiche, a viaggi siderali, da sperimentalismi elettronici a liquidità ambient, e da ritmi accattivanti a onirismi introspettivi, senza mai deludere.

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