Massimo Bigi: “Bestemmio e Prego” (2020) – di Claudio Trezzani

La premessa di questo disco, uscito in quest’anno così particolare, incuriosisce ancor prima dell’ascolto. Un esordio discografico a un’età che di solito per un artista significa magari lo scemare dell’ispirazione oppure la sensazione di non aver più nulla di nuovo da dire. Massimo Bigi ha 62 anni e dopo una vita vissuta dietro le quinte della musica, è stato tour manager per alcuni anni dell’amico Enrico Ruggeri, proprio grazie alla spinta di quest’ultimo che è solito dare possibilità e disponibilità a tutti, ha compiuto un passo importante e molto coraggioso. Canzoni scritte negli anni, lui e la sua chitarra auto-costruita, il suono delicato, la campagna e la sua gatta. Per me che scrivo e amo gli autori country indipendenti americani, questo è quanto di più country potessi immaginare, uno spirito musicale che adoro e di cui l’Italia musicale aveva assoluto bisogno: un progetto non costruito per lanciare una carriera appoggiandosi magari a dei nomi di grido, ma un lavoro che sgorga naturale e fluisca lasciandoci in bocca un piacevolissimo sapore di sentimenti veri, talento e mente libera. Non ha nulla da dimostrare “Il Bigi” ma non lasciatevi sviare troppo dalla premessa, questo è un gioiello di rock italiano come nessuno (o quasi) ormai ne scrive più e che ricorda proprio i lavori dell’amico Enrico della fine degli anni 80. Ascoltare per credere.
Il titolo poi, “Bestemmio e Prego” (2020), è geniale e irriverente come si conviene a un disco rock. Non si tratta di una frase a effetto per catturare audience ma di una semplice riflessione su come ciascuno di noi ha sempre questi due sentimenti dentro di sé che esprime a modo suo, senza essere per forza ferventi religiosi o blasfemi eretici. Ruggeri dopo aver ascoltato il singolo che poi aprirà il disco, Come se fosse Facile, si innamora delle idee, decide di lavorarci e farlo uscire sotto la sua etichetta Anyway Music; alla produzione lavorerà Fortu Sacka, bassista della band e alla realizzazione in qualità di musicisti e comparse parteciperà tutta la famigliaRouge“. Il singolo in questione è un brano rock coinvolgente che nasce da una parte di basso e un riff graffiante molto convincente, il lavoro di Enrico Ruggeri è lampante e la sua voce contro-canta in maniera pressoché perfetta la voce più da cantautore dell’amico ma, come detto, i testi sono egualmente importanti e le liriche lasciano il segno, mai banali un po’ come la difficoltà del vivere. Ognuno a modo suo può tranquillamente dire “come se fosse facile / uscire la mattina di casa / evitare ostacoli e prigioni / salutare e fare finta che va bene / perché è quello che conviene. Come fosse facile scrivere un testo non banale ma semplice: il Bigi ci riesce alla grande.
L’amore per il rock inglese, il punk, il rock della west coast è quello che traspare da questi dieci pezzi e da canzoni come Il Randagio e l’Ubriaco, con un lavoro alle chitarre mirabile da parte del grande Paolo Zanetti e di Fortu Sacka: al solito, un testo geniale nella sua semplicità: “Non lasciare mai per strada / un amore o un rifiuto / un randagio o un ubriaco / niente vada perduto, quasi un sottotitolo dell’avventura che è stata questo disco e con una ciliegina finale che è il contributo di Silvio Capeccia, membro della band di culto dei Decibel assieme a Ruggeri, che regala al brano quel sentimento punk tanto caro anche a Massimo Bigi. Splendida la ballata rock circense Circo Meraviglia, dove la voce di Bigi dà il suo meglio, aiutato nei cori dalla profonda voce del “Rouge“, un brano molto intenso sulla necessità di continuare a sognare, da cui la musica rock italiana dovrebbe prendere spunto. Quando c’è il talento e si crede in quello che si fa non esiste legge del music business che possa frenarti e grazie a Dio non ha fermato questa banda di amici. Dio nell’Ultimo Bar è un altro riferimento a questo rapporto con Dio senza gli intermediari, un racconto ad anima aperta davanti a un bicchiere circondati dall’odore di fumo: al solito le chitarre di Zanetti lasciano il segno ma è il suono del sax che regala quell’atmosfera di locale fumoso, pieno di anime perse e “masticate dal mondo.
Massimo Bigi e i sogni mai abbandonati, le passioni che lo spingevano a 20 anni, la musica, il suonare in una band, gli fanno urlare in Un’altra età che lui “non ha più vent’anni ma non ha nemmeno un’altra età“: così semplice, così chiaro in questo brano rock dal sapore inglese, con riff che ricordano il suono che aveva la magica chitarra di Peter Townshend in quegli anni meravigliosi. La voce della grande Andrea Mirò nei cori – al pari di quella del “Rouge” – è l’ennesima ciliegina su alcuni brani, come la bellissima malinconica ballata Le ombre della Sera ma, soprattutto, la sua abilità di violinista appare in tutto il suo splendore in Parte di me, una ballata intensa che è una dedica a una persona importante che il suono degli archi arricchisce e che la produzione perfetta valorizza. Vi dicevo che il disco e il sentimento che ne è alla base mi ricordava molto gli artisti di vero country indipendente che ho ascoltato in questi anni ed ecco, dal nulla, un duetto fiato e chitarra che ha il sapore della ballata rock country, una cavalcata da film di Sergio Leone e un testo ancora più affine al cantautorato che citavo prima: “L’asfalto corre veloce mentre tu insegui la pace / seguendo la scia dei fari verso domani / e sotto le nuvole basse tra mille colpi di tosse / con gli occhi puntati al tramonto correndogli incontro”. Un affresco urbano da on the road con un’abilità lirica notevole.
L’Italia e la sua musica rock avevano bisogno assoluto di un disco così, di qualcuno che urlasse al mondo con un suono ispirato agli Who: un’Anima in Pena è “triste come una cover band o un mercatino di Natale / come l’ora di religione o un politico seriale / come un nobile in galera o un vegano su una baleniera”. Il lavoro della band nel cesellare uno stupendo pezzo che deve molto al rock inglese si incastra perfettamente con un testo che per genialità e originalità potrebbe tranquillamente stare in una bacheca a fianco dei testi del “Rouge“… uno dei più grandi parolieri che la musica italiana ci abbia regalato. Il disco, pressoché perfetto nella sua “semplicità rock“, si chiude con la title-track che ne è il perfetto capitolo finale. Un riff che graffia l’aria e accompagna le liriche così incisive e cosi vere: “Bestemmio e prego come Dio allo specchio / quando si guarda e si vede vecchio”, non c’è blasfemia ma sincerità. Guardandosi dentro ognuno si può riconoscere in questo dualismo, in questo sentimento fra la rabbia e la speranza. Chapeau! Un disco sorprendente, un esordio che magari non avvierà una nuova carriera folgorante (o magari sì) ma ci regala una ventata d’aria fresca rock di cui sentivamo francamente la necessità, soprattutto in questi tempi folli. “Il Bigi” ha voluto ringraziare “Il Rouge” per l’opportunità e anche noi ci sentiamo di farlo per aver creduto in questo 62enne con tante cose da raccontarci e da suonarci. Buon ascolto.
Abbiamo fin qui parlato del disco, un esordio che a 62 anni stupisce per freschezza e qualità, ora tenteremo di scoprire di più con una chiacchierata con Massimo Bigi.
Innanzitutto grazie per la disponibilità e il tempo che dedichi ai nostri lettori. Abbiamo ascoltato attentamente il tuo lavoro e siamo rimasti piacevolmente sorpresi nell’aver trovato un nuovo rocker italiano di razza, tutto grazie a Enrico Ruggeri o magari avresti fatto questo passo anche da solo?
“La colonna sonora della mia vita credo che possa andar bene anche per quella di Enrico e viceversa. La nostra generazione è quella che dal vinile 45 giri, fino agli attuali negozi digitali, ha in assoluto consumato musica in maniera importante e costante. Le nostre affinità musicali differiscono soltanto di quel minimo che rende qualsiasi confronto sul tema più avvincente e accattivante. L’impronta di Ruggeri nell’album “Bestemmio e Prego” affonda in maniera decisiva nel sound, nella scrittura, e struttura dei brani, almeno quanto quella di Fortu Sacka. Senza di loro questo disco sarebbe un contenitore di bella scrittura fin troppo educata e pettinata. Lo hanno contaminato di grinta e “savoir faire” allo stesso tempo. Due possenti grizzly a danzare sulle punte la musica che più gli si addice”.
Ti possiamo chiedere se anche tu, come noi, senti un’affinità coi lavori di Enrico Ruggeri della fine degli anni 80, soprattutto nei brani più rock? Ha modificato i tuoi brani o già la tua scrittura era affine alla sua e cioè con influenze marcate della musica degli Who e di un certo rock inglese?
“Ho sempre ascoltato tantissimo R’n’R, ero come posseduto dalla musica dei  gruppi inglesi e americani, quando iniziai a intraprendere il mestiere di tecnico del suono mi ritrovai a lavorare prevalentemente con artistiitaliani, decisi quindi di dedicarmi maggiormente all’ascolto di musicaitaliana. Fui immediatamente colpito dalla vena compositiva del “Rouge“, quel modo colto e al tempo stesso graffiante e poetico di coniugare musica e parole, un cantautore capace di scrivere Il funambolo e subito dopo Punk prima di te. Se dovessi mettere un vinile sul piatto in questo momento sarei indeciso tra i Ramones o Bruce Springsteen o, perché no, Alma.”
I testi sono davvero la marcia in più di questo lavoro, a quale di loro ti senti più legato? Sono tutti tuoi o ha contribuito anche qualcun altro della band?
“Ogni testo è la conseguenza naturale di quello che lo ha preceduto, la vita e la musica sono dei “concept album”  non un collage di episodi a sé stanti. Certo quando ascolto Circo Meraviglia capita di chiedermi da dove cavolo sia arrivata, poi realizzo che sono stato bambino e deduco la provenienza”
Questa pandemia ha influito sulla vita di tanta gente e gli artisti (e tutto quello che viene con loro) non sono stati da meno. Come hai vissuto questo periodo? Stare in casa ti ha aiutato per concludere questo lavoro?
“La pandemia ha ridotto notevolmente la distanza tra me e “Rouge“, lui stava scrivendo il romanzo di prossima uscita e quando alzava gli occhi dal manoscritto ci sentivamo per “architettare” il nostro folle progetto, l’album del Bigi.
La band sembra davvero una famiglia, negli anni che hai lavorato con Enrico era davvero così? Com’è lavorare con lui? Non appena possibile pensi di suonare il disco dal vivo, magari di supporto alRouge?
“Il concetto di “band” per “Rouge” credo sia sempre stato alla base del suo progetto musicale e questo credo sia il più grande tributo che un rocker dedichi alla propria passione. Sinceramente credo che attualmente Enrico sia supportato da musicisti importanti per i suoi prossimi progetti, gente libera e passionale, pronta a scendere in galleria come minatori di una volta e altrettanto pronta a stappare bottiglie e lanciare coriandoli. Il grande musicista è quello che spezza il cuore e ti fa divertire e alla Anyway credetemi, ci si diverte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

www.trexroads.altervista.org

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