Mary Chapin Carpenter: “The Thing That Are Made Of” (2016) – di Nicola Chinellato

Non è un caso che alcuni dei migliori dischi di “Americana” degli ultimi anni siano stati prodotti da Dave Cobb.
“Traveller” di Chris Stapleton, “Southeastern” di Jason Isbel, “Metamodern Sounds in Country Music” di Sturgill Simpson sono solo alcuni episodi, forse i più sorprendenti, del tocco magico del produttore originario di Savannah. Leggere, quindi, il suo nome fra i crediti del nuovo full lenght di Mary Chapin Carpenter è sicuramente una certificazione di qualità. Non che Mary, a dire il vero, abbia particolarmente bisogno di avere le spalle coperte: cinque Grammy Award vinti (di cui quattro consecutivamente), una decina di singoli piazzati nella top ten delle classifiche country e milioni di copie di album venduti in tutto il mondo (solo “Come On Come On” del 1992 si portò a casa ben quattro dischi di platino) sono i numeri di un’artista capace di tenere saldamente in mano la barra del timone della propria carriera. Tuttavia, era da qualche anno che non usciva un suo disco di canzoni originali (precisamente dallo sbiadito “Ashes And Roses” del 2012) e l’ultima prova, l’orchestrale greatest hits,
“Songs From The Movie” (2014), deponeva a favore di un momento di appannamento creativo, forse acuito anche dall’ondivaga depressione che da anni affligge la cinquantottenne cantautrice del New Jersey.
“The Things That We Are Made Of” arriva, invece, giusto in tempo per fugare ogni dubbio in proposito.
Mary Chapin Carpenter, infatti, sembra aver ritrovato l’ottima vena compositiva di “Between Here And Gone” (2004), un’ispirazione che Cobb riesce ad assecondare con la consueta sapienza, senza inventarsi troppi giochi di prestigio, ma semplicemente catturandone tutta la passione e la vulnerabilità in undici emozionanti canzoni. Cobb aggiunge qualcosa solo dove necessario (il pianoforte nella splendida Deep Deep Down Heart) e semmai, qui e là, lima con cura artigianale. Così al centro della scena c’è solo Mary, la sua voce dolce e al contempo autorevole, il tocco preciso della sua chitarra acustica, i suoi versi, delicati e sofferti, che raccontano la vita, nella gioia, nel dolore e nella perdita. Canzoni semplici e dirette, il cui mood malinconico si perde fra le trame di un folk fluido ed elegante, in cui, anche nei momenti all’apparenza più solari (il singolo radiofonico Map Of My Heart), un lieve scarto verso il basso, un improvviso accordo in minore, riesce sempre a illanguidirci l’anima.
C’è una tale grazia in queste canzoni, che alla fine il mestiere, la tecnica e la raffinata veste formale passano in secondo piano. Merito di Cobb, certo, ma merito soprattutto di Mary Chapin Carpenter,
che torna a noi con un disco intimo e meditato, che forse parla un linguaggio noto, ma che è ancora capace di toccarci il cuore con la fragile poesia dei sentimenti.

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Mary Chapin Carpenter chinellato

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