Marvin Gaye: “What’s Going On” (1971) – di Nicola Chiello

La prima cosa di “What’s Going On” (1971) che attira chiunque lo intraveda fra le pagine di una rivista di musica o fra gli scaffali di un negozio di dischi, e che lo invita a dare un’occhiata più attenta, è la copertina: il primo piano di un Marvin Gaye adulto e carismatico sotto una pioggia leggera, elegante nel suo impermeabile nero, e uno sguardo che più si tenta di decifrare più si contraddice nella sua dolcezza e nel suo dolore. Una copertina così non può che condizionare chi ascolta, che, nei primi secondi della title-track, dai quotidiani dialoghi del “come te la passi?” (“Hey brother, what’s happening” e altre espressioni come “Right on”, riprese nei titoli delle canzoni successive), è catapultato fra le strade di una città piovosa, in una Detroit con le sue industrie e le sue rivolte sociali, o nel triste fascino di un quartiere decadente di New York. Quello che accoglie l’ascoltatore è un mix avvolgente di cori continui e orchestrazioni per archi, percussioni a impreziosire la sezione ritmica, un pianoforte e una chitarra non più protagonisti e suonati in sordina che si limitano a seguire gli accordi e in centro, chiari e inconfondibili, la voce sconfinata di Marvin Gaye e il basso inarrestabile di James Jamerson.
Dopo la spinta delle prime due tracce il tempo si dilata nella surreale Flyin’ High (In The Friendly Sky), dove l’incedere jazzato del basso fa da contrappunto al falsetto di Gaye. Le canzoni fluiscono naturalmente le une nelle altre, creando una sensazione di continuità da concept-album. Attraverso nove brani di denuncia sociale e ricerca spirituale infatti Gaye si cala nei panni di un soldato americano tornato in patria dal trauma del Vietnam. Al disappunto per la strada che l’America sembrerebbe prendere intreccia scene e turbamenti della sua vita privata. Il risultato è un disco che diventa ritratto sociale capace di avere sul lato A un testo sugli effetti dell’eroina e sul lato B un altro che invita alla lettura della Bibbia. Tuttavia quello che manca è una presa di posizione: lo spoken word politicamente corretto di Save The Children è lontano anni luce dal debutto dello stesso anno di Gil Scott-Heron (“Pieces of a Man” del 1971): se quest’ultimo mira a scuotere le coscienze con la sua The Revolution Will Not Be Televised, il Nostro mira piuttosto a scuotere i corpi sulla pista da ballo. Il messia del neo-soul D’Angelo, ventiquattro anni più tardi, riuscirà a fare entrambe le cose. Il sole spunta a metà del disco coi toni più allegri di Mercy Mercy Me (The Ecology) e col funk latino di Right On, per poi tramontare fra i grattacieli della inner-city: nell’ultima traccia, Inner City Blues (Make Me Wanna Holler), la narrazione lirica si sposta nei ghetti e a cantare è il basso di Bob Babbitt, mentre Gaye gioca col falsetto, risponde ai cori, e al sassofono. Poi, proprio quando il “Principe del soul” sembra averci ipnotizzati con uno dei suoi brani migliori, un solo di pianoforte e voce ci riporta alla prima traccia di cui vengono ripresi i versi: Mother, mother / everybody thinks we’re wrong / oh, but who are they to judge us / simply ‘cause our hair is long?.

 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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