Martin Scorsese: “The Wolf Of Wall Street” (2013) – di Dario Lopez

Accompagnato da un Leonardo DiCaprio in grande spolvero, Martin Scorsese torna a raccontarci una storia pregna di quell’afflato epico proprio dei migliori esiti del regista di Little Italy. Con “The Wolf Of Wall Street” il regista tratteggia un affresco riuscitissimo come forse non se ne vedevano dai tempi di “Casinò” (1995) pur riconoscendo a Scorsese tutti i meriti per i buoni e gli ottimi film girati nel frattempo. Ma qui c’è qualcosa di più, si torna a respirare la vera magia del Cinema di Scorsese, lontano per una volta dal mondo dei gangsters, della mafia e della criminalità violenta; ci si ritrova invece immersi nelle pieghe della finanza a barcamenarsi con enorme piacere tra azioni blue chip e pidocchiose penny stock, circondati da brokers d’esperienza invasati e da poveri sfigati con un desiderio incontrollabile di soldi e di ricchezza.
L’uomo e il soldo, il soldo e il vizio, il vizio e l’uomo. Tecnicamente l’opera è magniloquente, Scorsese si gioca tutte le sue carte migliori, a partire da una voce fuoricampo perfetta compagna di viaggio, un protagonista che guarda e parla in macchina al suo pubblico e l’ottimo montaggio della sodale Thelma Schoonmaker, capace di donare alle tre ore del film un ritmo forsennato e di tenere lo spettatore incollato allo schermo per tutta la sua durata. Inspiegabilmente (ma forse è stata più che altro sfortuna) il film non ottenne alcun riconoscimento durante la notte degli Oscar 2014, penalizzato dalla forte concorrenza di film come “12 anni schiavo”, “Gravity” e “Dallas buyers club”;
e dire che un Oscar l’avrebbero meritato: il film, Martin Scorsese, Leonardo DiCaprio, Jonah Hill e anche Thelma Schoonmaker. Alcune sequenze sono memorabili, DiCaprio e Hill formano una coppia eccezionale capace di grandi prove d’attore soprattutto nelle loro scorribande in preda agli eccessi dettati dalle droghe, tutte quante quelle disponibili, da inghiottire o inalare, dalla cocaina al quaalude (pillole nate come sedativi e tranquillanti). Semplicemente divina Margot Robbie che, seppur lontanissima dal carisma di una Sharon Stone in “Casinò”, riempie lo schermo con una bellezza accecante. È un turbinio dell’accumulo di esperienze e di soldi, una corsa lanciatissima verso l’altare del lusso e della ricchezza, il racconto di uomini fedeli a un unico e solo dio, verde e fatto di carta. È la storia di Jordan Belfort (realmente esistito e qui interpretato da Leonardo DiCaprio), aspirante broker di Wall Street che impara i primi “comandamenti” del mestiere dallo sciroccato Mark Hanna (Matthew McCounaughey) ricco e di successo, svergognatamente onesto: “Regola numero uno. Spostare i soldi dalle tasche del tuo cliente e metterli nelle tue. […] Regola numero uno a Wall Street. Nessuno sa se la borsa va su, giù, di lato, in circolo, meno che mai noi broker, ok? È tutto un fugazi, fugace, volante, polvere di stelle… non esiste, non tocca terra, non ha importanza, non è sulla tavola degli elementi, non è reale cazzo. Seguimi, noi non creiamo un cazzo, non costruiamo niente”. Qui sta il succo, una ricchezza basata sul nulla, sul raggiro, che diventa unica ragione di vita, droga tra tante droghe, fine ultimo e mezzo per una vita dissoluta, un’esistenza dove non si intuisce mai un affetto vero, importante, neanche per la famiglia. Ciò che più assomiglia a questo sentimento è la fedeltà del protagonista a un gruppo scalcagnato di sodali afflitti dagli stessi desideri e appetiti di Jordan Belfort, smodati e senza misura alcuna; un insieme di teste tra le quali spicca quella del co-fondatore della “Stratton Oakmont”, Donnie Azoff (un inarrestabile Jonah Hill) ragazzo che accompagnerà fino in fondo Jordan Belfort nella sua parabola di ascesa e caduta. Nonostante l’insensatezza dell’agire con in testa solo il venale, Scorsese riesce a farci entrare anche nella testa di un personaggio come Belfort e, soprattutto in occasione dei dialoghi con l’agente dell’F.B.I. Patrick Denham (Kyle Chandler) riesce a farci capire il suo punto di vista che in alcuni passaggi diventa meno alieno di quanto si possa credere. Con le dovute proporzioni, alcune realtà, alcune mentalità messe in scena da Scorsese, sono davvero dietro l’angolo, oltre l’uscio della porta accanto. I Jordan Belfort sono tra di noi, magari più piccoli di lui, ma con la loro incurante arroganza, mi duole dirlo, stanno vincendo incontrastati una guerra che porterà molti di noi alla rovina.

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