Martin Scorsese: “Hugo Cabret” (2011) – di Dario Lopez

Qualche anno fa all’interno del Museo del Cinema di Torino ebbi modo di vedere la mostra dedicata a Martin Scorsese, per chi scrive uno dei massimi registi viventi. Tanti i materiali utili a ricostruire l’infanzia, il rapporto con la famiglia, con la religione e con l’America del giovane futuro regista. Cresciuto a Little Italy, in Elizabeth street, a segnare l’immaginario di Scorsese arrivò il connubio conflittuale tra la fede, la vita religiosa e la violenza della strada; non a caso il sottotitolo di uno dei suoi primi film, il bellissimo “Mean streets”, recita: “Domenica in chiesa, lunedì all’inferno”. Tra i vari materiali di scena, molti provenienti dal set di “Gangs of New York” e cimeli personali della famiglia Scorsese, mi piacque molto un’installazione probabilmente più anonima ma significativa di quello che è il cinema di Martin Scorsese.
Lungo un grosso pannello rettangolare vi erano allineati una dozzina di monitor, alcuni nella parte alta, altri in quella bassa. Al centro vi era rappresentata una enorme pianta di Manhattan (e di New York) con i suoi quartieri principali e le sue vie. Ogni monitor riproduceva alcune scene di un film di Scorsese, il monitor era collegato per mezzo di una segnaletica ad una strada sulla cartina, ad una zona che era quella nella quale si ambientavano le azioni riprodotte nel video. Un’idea semplicissima, un’idea davanti alla quale rimasi però incantato per moltissimo tempo, perché per me quell’installazione,rappresentava tutto il cinema di Martin Scorsese: Newyorkese, vicino alla strada, intriso delle contraddizioni, spesso violente, della vita nella metropoli. Detto questo, è noto come Martin Scorsese, oltre che per queste tematiche, abbia passioni sconfinate per la storia del Cinema e per la musica, con un occhio particolare per il blues ad esempio. “Hugo Cabret” nasce proprio dalla prima di queste, un’amore viscerale per il Cinema, cosa che sembra quasi scontata per un cineasta di lungo corso. Eppure, nonostante sia più che evidente la totale devozione alla materia trattata in questo film, “Hugo Cabret” mi ha dato l’impressione di un lavoro portato a termine con impegno e amore da un regista lontano da casa, da un uomo della strada che guarda sognante alla Luna che rimane lassù, lontana, mentre i suoi piedi sono ancorati a un marciapiede macchiato di sangue. Non è un brutto film “Hugo Cabret”, non mancano gli spunti d’interesse soprattutto nell’omaggio ai fratelli Lumière e ai primi passi del neonato Cinema, ai suoi primi vagiti nel fantastico grazie alle opere di George Méliès, uno dei più importanti innovatori della Settima Arte. Proprio nello scoprire poco a poco, passo dopo passo, le connessioni tra le vicende del giovane protagonista Hugo Cabret (Asa Butterfield) e quelle del genio George Méliès (Ben Kingsley) ritiratosi da molto tempo dalle scene, si trova il lato più emozionante di un film altrimenti avvolto in un immaginario fantastico tanto sfarzoso e luccicante quanto artificioso, capace di appagare gli occhi ma dal sapore finto e stucchevole. 
Mi sembra difficile credere che un’operazione come questa, sicuramente sincera e non priva di pregi, possa soddisfare il palato dell’amante del Cinema e della sua storia, così come non credo lo faccia con il fan dell’opera Scorsesiana. L’impressione è che Hugo Cabret possa essere considerato un buon film per ragazzi, una bella visione per famiglie e, se vogliamo vederla in quest’ottica, anche un film riuscito. Non di meno, con buona pace delle scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (premiati con l’Oscar) e di tutte le maestranze che si son portate a casa con merito ben cinque statuette tecniche, il film rimane uno degli episodi più innocui e meno convincenti della filmografia di un regista immenso; è innegabile come Martin Scorsese abbia facilità a toccare le corde giuste al momento più opportuno, di certo non gli manca il mestiere, la parabola di ascesa, caduta e risalita (o riscoperta) del grande George Méliès non lascia indifferenti, la laccatura patinata spruzzata sull’intero film è di quelle che Hollywood ama, la critica ha generalmente unito i puntini e apprezzato. Non sono qui a voler fare la voce fuori dal coro ma a volte anche dire che l’opera di un grande rientra in un’onorevole medietà non è reato.

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