Martha Tilston: “Nomad” (2017) di Maurizio Garatti

Martha Tilston è, musicalmente parlando, una figura appartata, di secondo piano, almeno qui da noi, e non gode dei favori dei media; i suoi lavori passano purtroppo inosservati, privando di fatto il pubblico di un talento fuori dal comune. Il suo nuovo Album, “Nomad”, è un delicato gioiello che merita di uscire allo scoperto, per cui è opportuno fare in modo che il pubblico entri in contatto con questa Artista dal mood delicato che sa elargire brividi di rara intensità. Martha è figlia d’arte, suo padre Steve Tilston vanta una carriera di tutto rispetto nell’ambiente Folk britannico, con collaborazioni illustri assieme a Bert Jansch e John Renbourn, mentre Maggie Boyle, che di Steve era la compagna, di Martha è stata la matrigna, oltre ovviamente ad essere anche lei una figura di tutto rispetto dell’area Folk. Con queste premesse era logico aspettarsi un altro talento in famiglia. Infatti già dal 2000 Martha pubblica una serie di Album (dapprima coi Mouse e Nick Marshall, poi da sola) che si fanno notare da subito per la qualità delle composizioni e per la delicata trama che ne contraddistingue gli arrangiamenti. Arrivata oggi a quarant’anni (o forse quarantuno, le informazioni al riguardo sono piuttosto nebulose), eccola proporre un nuovo lavoro che spicca nella sua pur valida discografia. Uscito da pochi giorni, “Nomad” (che segue il pur brillante “The Sea” del 2014) è un lavoro intenso e riflessivo, assemblato con amore ed estremamente intimo; utilizzando una strumentazione parca e spesso volutamente spoglia, Martha dipinge una serie di acquarelli d’autore che fanno centro sin dal primo ascolto. Spetta all’iniziale Nomad Blood l’onore di aprire il disco: da subito si evince la qualità del songwriting di Martha; la canzone è molto bella, con il delicato arpeggio della chitarra che accompagna la voce nell’accattivante melodia. La seguente Green Moon è ancora più intima, e fotografa perfettamente il suono del disco: splendido cantato, una chitarra acustica e un accenno di archi a colorare un’atmosfera magica. Little Arrow è un pezzo che pare scritto da Joni Mitchell nei gloriosi giorni del Laurel Canyon, e regala una dose massiccia di brividi, mentre Stories appare più personale e british, con un incedere tipico da ballata. L’ascolto del disco è piacevole, non ci sono cadute di tono e l’amalgama che ne consegue appare perfettamente dosato. Il lavoro in fase di produzione è stato di altissimo livello e il risultato è davvero all’altezza. I quasi sei minuti di Ribbons for John vedono Martha confrontarsi con un brano che ricorda il modo di scrivere e di cantare di John Renbourn, e da quello che si sente non una singola lezione del maestro è andata perduta: brano coinvolgente ed emozionante come pochi. Tutti i brani in realtà brillano di luce propria e contribuiscono al quadro di insieme. Taxy Light è un’altra tenue melodia, suonata e cantata in maniera impeccabile; e Fish Tank si fa notare per il suo approccio più ritmato e per il violino che ne tratteggia la trama. Climbing Gates e Scribbled Fever sono altri due brani di spessore che si calano perfettamente nell’atmosfera quasi crepuscolare del disco, e la conclusiva Blue Pearl, porta a compimento un’opera semplice e sofisticata al contempo. “Nomad” è da considerarsi l’Album migliore di Martha Tilston, quello nel quale la songwriter britannica pare aver raggiunto il fine ultimo della sua ricerca musicale. La tradizione cantautorale folk è sicuramente in buone mani, e a noi semplici fruitori di buona musica non resta che gioirne.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.