Marlene Kuntz: “La canzone che scrivo per te” (2000) – di Lorenzo Scala

Introduzione al racconto breve: questo è un piccolo testo per omaggiare i testi poetici, voi lettori e, soprattutto, il brano dei Marlene Kuntz dal titolo La canzone che scrivo per te (singolo del 2000 tratto dall’album “Che cosa vedi”, in cui canta, insieme a Cristiano Godano, la cantante Skin degli Skunk Anansie). Dopo questa didascalia sterile vi invito ad entrare per qualche minuto nella vita di due esseri viventi anomali e in qualche modo scollegati dai loro regni d’appartenenza. Pronti. Partenza. Via. Capello Lungo posò il martello che usava per forgiare spade sul tavolo di legno. All’interno della sua capanna da lavoro la luce del sole che filtrava dalle finestre si era attenuata da un po’ e la spada era quasi finita, l’indomani avrebbe ultimato il lavoro. Si asciugò la fronte con una pezza che ripose nella tasca della sua palandrana di stoffa marrone, simile a quella di un monaco francescano. Uscì dall’angusta armeria che aveva costruito da giovane, quando cercava un ruolo nella sua comunità di Nanelfi, mezzi nani e mezzi elfi. Raccolse l’antica borraccia rivestita di cuoio da dietro la siepe, chiuse la porta con il chiavistello in ferro battuto da lui creato e ingollò mezzo litro di vino con un paio di lunghi sorsi. Dopo essersi messo la borraccia a tracolla, con il tipico passo di un nanelfo, goffo e ciondolante, imboccò il sentiero sterrato che attraversando la valle portava al villaggio. Aveva le mani sudate per l’emozione. Negli ultimi trenta giorni, percorrendo quel sentiero, aveva fatto amicizia con una piccola fata che ogni notte cantava e volteggiava strafatta del polline dei soffioni, lontana dalla foresta violacea dove abitavano le altre fate, ovvero le sue sobrie sorelle. Non era mai riuscito a parlarle, timido e incantato dalla perfezione dei lineamenti di quella piccola donna alata e luminescente. Giunto a metà del suo percorso, con le piccole capanne da lavoro alle spalle e il suo villaggio, a sei chilometri di distanza verso nord, si accovacciò sul ciglio del sentiero, a ridosso di un piccolo ciliegio morente… e tese l’orecchio in attesa. Non passò molto tempo quando cominciarono a giungere le prime note del canto, un poco stonate a dire il vero ma graziose, che la piccola fatina nuda e drogata era solita cantare per lui. A dire il vero non era sicuro di essere il destinatario di quella nenia suggestiva ma gli piaceva pensarla così. Si issò facendo leva sulle ginocchia cigolanti, ingollò un altro sorso di vino dalla sua borraccia per trovare un barlume di coraggio e allargò le braccia in segno di benvenuto. La fatina, aveva notato, mostrava sempre un certo entusiasmo nel vederlo e anche quella sera prese a volteggiare sbilenca cimentandosi in piccole capriole nell’aria, tanto che sembrava nuotarci dentro con stile libero e anarchico. Le sue movenze disegnavano delle scie concentriche e sospese di polvere cristallina. Al termine di queste cerimonie si avvicinò fino a stabilizzarsi a mezz’aria, proprio davanti il suo volto talmente grezzo da sembrare intagliato nel legno. Capello Lungo, scrutando da vicino la faccia della fatina, si accorse che era, come tutte le sere, imbrattata dal bianco polline dei soffioni e i suoi  occhi dilatati e colmi di un rosso porpora. “Fatina!” Esclamò il nanelfo e, a quel suono, lei prese a saltellare nell’aria sorpresa. “Ho trovato la forza di parlarti! Ho scritto delle frasi per te… me le sono segnate, aspetta, le ho qui da qualche parte…” si frugò visibilmente nervoso nelle ampie tasche della palandrana e tirò fuori un pezzo di carta stropicciato. “Sei pronta?”. La fatina prese a ridere euforica e starnutì un miscuglio di saliva e polline sul suo nasone deforme. Capello Lungo allora iniziò a ridere pure lui, emettendo versi simili a latrati e, la fatina, più alterata rispetto alle altre sere, vomitò a pressione un liquido fluorescente. Il nanelfo le porse la sua pezza e lei, pallida e civettuola, si avvicinò alla sua mano callosa asciugandosi il viso. “Spero ti piacciano queste frasi” disse il carpentiere più brutto del villaggio, si schiarì la voce e cominciò tremante: “Non c’è contatto di mucosa con mucosa… eppur mi infetto di te, che arrivi e porti desideri e capogiri… in versi appassionati e indirizzati a me… e porgi in dono la tua essenza misteriosa… che fu un brillio fugace qualche notte fa… questa è la canzone che scrivo per te… riesci a scorgerti?” La fatina apolide e innamorata di quella creatura obesa e dai lunghi capelli sudici, al suono di quelle parole cominciò a piangere. Ogni volta che una fata piange, evento più unico che raro, uno sciame di stelle cadenti invade il cielo e, dal terreno che circonda la foresta violacea, germogliano piante di menta e salvia. Capello Lungo lasciò cadere il pezzetto di carta con la poesia. In realtà non l’aveva scritta lui ma il poeta del suo villaggio, però aveva sempre detto a se stesso: “la poesia appartiene a chi ne ha bisogno!” La fatina raccolse il foglio e lo mangiò, cominciando a mordicchiarlo dai lati fino a farlo sparire dentro di sé. Il nanelfo si lasciò cadere sulle ginocchia, cominciò a piangere di felicità lasciando cadere dagli occhi il succo salato sulle foglie di salvia e menta appena nate. La valle, le stelle e il ciliegio morente furono gli unici testimoni di quella singolare epifania d’anime astratte.

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