Mark Lanegan & Duke Garwood: “With Animals” (2018) – di Francesca Spaccatini

Care bestie, qui sarete le benvenute. Troverete ancore e ristoro, una dimora presso il “Paradiso degli stolti”. Fedeli compagne, caricate la mia anima e io inchiostrerò le corde. Cari mostri, qui verrete incoronati e innalzati a vita eterna, non vi abbandonerò neppur per l’amor materno come fece Max nel Paese di voi selvaggi, piuttosto vi accudirò e cresceremo insieme nella ridda alberata. Cari fantasmi, qui troverete spessore e consistenza, per viaggiare strutturati nei caratteri cupi e danneggiati. Non ci sarà del Valium ad addormentarvi, ad incontrarvi sarà solo una musa insonne. Sporcatemi l’animo fino al midollo, io mi prenderò cura di ogni granello impolverato per continuare a sentire e a cercare chiarezza. Siete la linfa della narrazione e vi devo tutto il mio amore. Suona proprio come una dichiarazione quella di Mark Lanegan e Duke Garwood, che con “With Animals” (2018), riaffermano il sodalizio iniziato ai tempi di “Black Pudding” (2013). Un tripudio di loop che amalgama le due carriere fino a scomodare la Gestalt, in cui il tutto risulta più della somma delle singole parti. Echeggiano vecchi richiami: da Mescalito dei due a Burning Seas del solo Garwood, sembra quasi di ritrovarci in anteprima nella terza stagione di Rocco Schiavone, la fortunata serie con protagonista un poliziotto borderline (interpretato da Marco Giallini) dal carattere burbero, che ha l’abitudine di associare ogni individuo che incontra ad un particolare animale. La saga continua e “With Animals” somiglia a un bestiario, in apertura i suoni si addensano fitti nello stomaco attraverso l’ovattata Save me, che striscia serpentina e suadente. Il predatore è dietro l’angolo e segue con lo sguardo paziente la preda con l’ipnotica Feast to Famine. Arriva il tempo di My Shadow Life e Lanegan, come un gabbiano sporco di petrolio impossibilitato a volare, sguazza nel terreno paludoso di sabbie mobili, senza volersene liberare. L.A. Blue avanza a passo felino e come una lonza ammalia e lussureggia. Scarlett struscia ruffiana e prega attenzioni. Lonesome Infidel incatena i cavalli al palo e li fa girare all’indietro sopra una giostra al rallentatore. L’omonima traccia del disco apre le gabbie della sofferenza e non si lascia intimorire da interventi serafici. Si aleggia tra la nebbia con una breve Ghost Stories per risalire al galoppo in Spaceman, dove tutto si vede dall’alto: Blackbird, blackbird, how You keep on flying so high?”. Si torna sui pavimenti di pietra, nella dimensione più congeniale: quella della solitudine con One Way Glass e della disillusione con Desert Song: mentre il pagliaccio si strucca e smaschera la sua tristezza, Mark Lanegan e Duke Garwood ricoprono di sacralità ogni patimento terreno arrecato da bestie, mostri e fantasmi. Un disco da assaporare al calar della notte per essere cullati e forse curati.

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