Mark Knopfler: “Down the road wherever” (2018) – di Francesca Spaccatini

Mark Knopfler, ex leader dei Dire Straits, torna a darci il ben trovati con il suo nono album da solista “Down the road wherever”. In copertina una lunga e dritta lingua d’asfalto tra il paesaggio brullo americano. Come chi torna da un lungo viaggio, l’artista, mostra le istantanee sonore scattate durante il suo percorso di vita e narra inoltre le storie di avventurieri, che armati di solo coraggio e sprovvisti di mappe o guide turistiche, affrontano un tragitto in cui è impossibile scorgerne il punto di arrivo. Ovunque, lungo la strada, tutto cambia: lo scorrere dei paesaggi; il viaggiatore, sempre carico di esperienze prima da vivere e poi rielaborare; persino la strada stessa, che quando si tenta di ripercorrerla si notano nuove buche, cartelli o deviazioni. Di sicuro però, a non mutare qui è l’indiscusso talento del musicista, un’inclinazione naturale verso la musica e la composizione di testi evocativi. In pieno stile-Knopfler, le innumerevoli chitarre utilizzate farciscono ogni traccia di un’ambientazione unica: romantica, nostalgica, triste… ma anche vivace, felice e piena di riscatto. In un batter d’occhio si passa dal rock al blues, al folk al country e ad attimi di jazz, funk e persino di reggae. Ciò nonostante il tutto riesce a risultare omogeneo e connesso da quel fil rouge tematico espresso bene dal titolo del disco, proveniente dalla magnifica One song at a time, omaggio all’amico di una vita tristemente scomparso Chet Atkins, con cui condivideva l’amore per il songwriting e le chitarre. Knopfler spiega che un giorno Atkins disse di essersi liberato della povertà una canzone alla volta, ed ecco forse perché Down the road wherever riveste di eleganza e dignità persino i drovers australiani (Drover’s road), o il Trapper man, l’antico cacciatore indipendente che passo dopo passo aprì la strada verso il west al popolo statunitense, o il Nobody’s child, il figlio di nessuno dal carattere duro come le sierras, che si aggira in sella, solitario, cantando il “cow cow yicki yicki yea” del ribelle Leadbelly, il grande bluesman della Louisiana. Miglia a miglia, si torna verso casa negli anni d’infanzia passati a Newcastle, con la folk blues Just a boy away from home, in cui un tifoso del Liverpool s’aggira per strada lontano da casa sotto la sua finestra, intonando “You’ll never walk alone”. Il “musicista errante” continua a far scorrere i nastri della memoria con la già citata One song at a time, portandoci sulle rive del Tamigi a Deptford, la città da cui ebbe inizio la fortunata scalata dei Dire Straits verso il successo, da poco finalmente riconosciuto persino da quella stretta cerchia di giudici della “Rock and Roll Hall of Fame”, verso la quale Mark Knopfler ha declinato l’invito. Con Back on the dance floor si torna alla guida di una decapottabile dalla quale scivolano veloci le luci a neon dei night club sul ciglio della strada, fino ad approdare decisi sulla pista da ballo in Good on You son. Immancabile è la ballata romantica e spartana, quando si parla di viaggiatori: When you live (introdotta dalla malinconica tromba di Tom Walsh e dal triste pianoforte di Jim Cox) è un momento intenso di distacco tra chi resta e chi parte. Mark Knopfler, s’immerge “random” nel tempo e da grande professionista salta tra i generi: il funk alla Stevie Wonder in Nobody does that, i cha cha cha più o meno lenti in Floating away e in Heavy up. Il disco si chiude con una tenera Matchstick Man, in cui un dipinto di parole ritrae un vagabondo con una chitarra e una vecchia valigia, in procinto di tornare a Deptford in autostop durante la vigilia di Natale a Penzance, nell’innevata Cornovaglia. L’uomo fiammifero che brucia lentamente in Slow Learner, sente ancora che ci sia molta strada da fare, tanto da esprimere il suo desiderio di prendere ripetizioni di chitarra. Con esemplare umiltà Knopfler si guarda indietro per procedere in avanti, consapevole che non c’è mai fine al migliorarsi e, di conseguenza, alle miglia da percorrere. Un disco ottimo, seppur impegnativo per la lunga durata, che sarà in grado di non deludere le aspettative dei vecchi fan e di chi si appresta un po’ digiuno all’ascolto del “grande Cantastorie”.

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