Mark Eitzel: un barcaiolo rude dal cuore tenero – di Pietro Previti

Salerno, 22 Ottobre 2017  Mark Eitzel è un bel pezzo di storia musicale americana. Intorno alla sessantina, l’anno prossimo festeggerà i trentacinque anni di carriera, da quando, nel 1983, formò gli American Music Club, band seminale dello slowcore insieme ad altre formazioni di culto  quali Slint, Codeine e Galaxie 500. Inevitabile, quindi, che vi fosse una certa attesa tra gli appassionati campani di rock per il suo passaggio al Modo Restaurant di Salerno, anche perché era la prima volta che il cantautore americano veniva da queste parti; o forse per la scelta del luogo, ricaduta su un elegante locale che solitamente ospita musicisti jazz ma, soprattutto, vi era molta curiosità di ascoltare Eitzel dal vivo, alle prese con il nuovo album Hey Mr Ferryman”, uscito nelle prime settimane di questo 2017 e da molti critici considerato il suo miglior lavoro da diversi anni a questa parte. Un album raffinato e ben scritto, registrato e prodotto da Bernard Butler dei Suede che vi ha suonato anche tutte le chitarre, i bassi e le tastiere. A quanto pare, questo lavoro sta riservando non poche soddisfazioni a Mark ed allo stesso Butler per quanto riguarda il discorso delle vendite, che appaiono nettamente superiori rispetto alle ultime uscite in solo di Eitzel. Nel rimandare il lettore alla puntuale recensione http://www.magazzininesistenti.it/?s=eitzel resa a febbraio, a pochi giorni dall’uscita dell’album, dal nostro Capitan Delirio, va detto che la figura di Mark è legata non solo al progetto American Music Club, gruppo ormai fermo dal lontano 2008, ma ad una consistente produzione anche da solista. Se si contano i dischi a suo nome o quelli da leader degli AMCMark ha pubblicato ad oggi diciassette album di materiale originale. Si tratta di un’artista che ha, quindi, un repertorio vasto e collaudato ed in cui grande importanza hanno i testi. L’etichetta adesiva posta in bella mostra sul nuovo lavoro non lascia spazio a dubbi. Per The Guardian il Nostro è semplicemente il “più grande paroliere vivente d’America”… e veniamo al concerto. Paolo Messere, il nume dei Blessed Child Opera, cui era affidato un breve ma intenso set d’apertura in sintonia con la serata, riesce giusto in tempo a spegnere la strumentazione che Mark, arrivando trafelato, quasi di corsa, sale sul palco seguito dalla sua band, composta da tre musicisti britannici che lo accompagneranno con attenzione e misura nel corso del live e che, purtroppo, non avranno il piacere di essere presentati dal musicista americano. Eitzel parte subito in quarta. I pezzi si susseguono senza interruzione anche se non è facile riconoscere i brani. La voce di Mark è più scura e vissuta del solito. Rispetto ad un lavoro “pulito”, quasi cesellato, come Hey Mr Ferryman”, pare di trovarsi di fronte un altro artista, come se a dividerli ci fossero due anime. Da un lato il songwriter raffinato e dalla dizione pulita, limpida… dall’altro, questa sera, un’artista maudit, un sopravvissuto, che prende per il collo i suoi pezzi più cari per maltrattarli e stravolgerli. Si inizia dalla produzione da solista più recente, la scaletta cade su I love you but you’re dead, praticamente una dichiarazione d’intenti, e Nowhere to run entrambi tratti da un album molto sofferto qual è Don’t be a Stranger” (undicesimo lavoro in studio, edito in quel maledetto 2012, anno in cui il nostro fu ricoverato per un infarto). Dal disco che dà il nome al tour vengono proposti An Answer, potenziale hit radiofonica, e The last ten years, intervallati da Why won’t you stay, ripescato da Everclear” (1991), probabilmente il best seller degli American Music Club. Il percorso con la vecchia band viene ancora ricordato con due brani tratti da Mercury” (1993). La scelta cade su Apology for an accident ed una Johnny Mathis’ Feet da brividi. Dicevamo dello scarso feeling con il pubblico, seppure caloroso. Quando Eitzel tenterà di fare una presentazione, quasi a metà concerto, un commento dalla sala lo irrita. Il punto è che anche stanco, forse troppe date ravvicinate. Avverte il pubblico che eseguirà solo altri due brani dopodiché il concerto potrà ritenersi concluso. Richiamato a gran voce dagli astanti rientra accompagnato dalla band per un paio di canzoni, prima di sparire di nuovo… ma per i presenti non è ancora sufficiente. In molti vi è l’impressione che abbia voluto esageratamente stravolgere ed accorciare  la set list dopo l’accaduto. In fondo il concerto è durato poco più di un’ora e Eitzel avrà eseguito a malapena una dozzina di songs. Dopo qualche minuto riappare nuovamente, bofonchiando contrariato, sfibrato ma deciso ad interrompere le pressanti richieste di un nuovo ed ultimo bis. Si presenta da solo, questa volta, chitarra acustica e voce per eseguire una sofferta versione di La Llorona, il brano più significativo di “Hey Mr. Ferryman”. Terminato il concerto, Mark non può sottrarsi ad una inevitabile sessione di autografi. Qualcuno gli porge da firmare tutta la discografia in vinile degli AMC. Eitzel non crede ai propri occhi, sbuffa ed autografa gli album ponendo le copertine al contrario. Da parte mia gli porgo West”, uno dei suoi primi album da solista registrato in compagnia di Peter Buck dei REM, anno di grazia 1997. La copertina che lo ritrae non gli piace proprio. Scrive su “No, No, No” e poi apre il booklet. Finalmente trova la foto che cercava, un bello scatto in bianco e nero, e me l’autografa… ecco, pare finalmente rasserenarsi. Il pubblico inizia a defluire e lui può avvicinarsi al bancone del locale per sorseggiare un calice di vino rosso. Te lo sei meritato, Mr. Ferryman… è stata una grande serata, malgrado tutto. Il Rock, quello che amiamo, è anche questo.

Foto e articolo di Pietro Previti © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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