Mark Eitzel: “Hey Mr Ferryman” (2017) – di Massimiliano Speri

Se i requisiti imprescindibili di un cantautore di culto sono 1. rimanere lontano dalla ribalta, ma non sbagliare mai un disco 2. avere alle spalle una biografia tormentata, ma non di quelle spettacolarizzabili dai rotocalchi 3. approcciare la scrittura in maniera così personale da imporsi come un nuovo classico (per pochi) 4. non subordinare mai la qualità musicale allo spessore lirico, allora Mark Eitzel non può che essere uno degli eroi del songwriting contemporaneo. La sbalorditiva abilità con cui riesce a tramutare i propri drammi in tumultuosi rivoli di note & parole ha segnato alcuni dei traguardi assoluti del moderno rock d’atmosfera. Più che semplici canzoni, le sue sono sedute psicanalitiche organizzate in architetture a metà tra la suite barocca e la fuga free form, canovacci su cui una gran varietà di strumenti è libera di fluttuare in un turbine elettroacustico che asseconda in presa diretta ogni sfumatura delle sue sofferte confessioni, proferite da una delle voci più riconoscibili degli ultimi trent’anni. La quantità e qualità di idee anche solo melodiche e arrangiative che, sin dai tempi degli American Music Club, dissemina in un suo brano-standard, sono materiale con cui un collega di medio livello potrebbe costruire un’intera carriera. Emanazione della stessa San Francisco altra di Mark Kozelek (a cui viene spesso accostato), scaraventato sommariamente nel carrozzone slowcore per facilitare il compito alla stampa, Eitzel è un poeta inafferrabile, fragile come Nick Drake, sofisticato come Van Morrison, imprevedibile come Tim Buckley, austero come Leonard Cohen… ed è proprio l’ombra di quest’ultimo a proiettarsi obliquamente su questo nuovo lavoro, prezioso come gran parte del suo catalogo. L’iniziale The Last Ten Years pare essere uscita proprio da I’m Your Man, non fosse che al posto dello scabro baritono del canadese troviamo il canto stupendamente liquido di Eitzel, con le sue vocali trascinate fino allo spasimo, i suoi cromatismi impossibili, le sillabe ora sussurrate ora sputate, a librarsi sopra un sontuoso impasto di coro femminile, mellotron, glockenspiel, battiti di mani e chitarre in overdrive, con tanto di assolo un po’ alla Jerry Garcia. L’incredibile An Answer si apre con una ripresa ambientale di pianoforte per poi trasformarsi in una solenne ballata notturna, scheletriche maracas ad azzardare un accompagnamento, ancora il glockenspiel a dettarne la drammaturgia e poi degli impietosi colpi di rullante per tenere in piedi il bisbiglio spettrale degli archi, acrobazie vocali alla Costello e un ponte sconsolato che rimanda addirittura ai Pavlov’s Dog. C’è qualcosa di vagamente mediterraneo nella confezione, a riprova che la folgorazione per la musica greca di “The Ugly American” (2002) non era una sbandata momentanea. The Road parte come un pezzo di David Crosby, poi inizia ad avvitarsi in una spirale di saliscendi emotivi da stordimento, con un micidiale fuoco incrociato tra due chitarre soliste incapaci di prevalere l’una sull’altra, come se avessero attaccato due cloni di Duane Allman alla stessa flebo di eroina tagliata male. La prosciugata Nothing And Everything torna a tirare in ballo Cohen, ma anche europei sofisticati come John Martyn o Richard Thompson, la voce che vibra divina sulle carezze della chitarra, i cori fantasmatici e le tastiere a ibernare il finale in una grotta metafisica. An Angel’s Wing Brushed The Penny Slots è ciò che nel lessico eitzeliano più si avvicina al concetto di filastrocca, un’armonia spigolosa librata su una lievissima drum machine come ai tempi di “The Invisible Man” (2001), flauto e mellotron a impreziosirne la sghemba progressione. In My Role As Professional Singer And Ham riesuma per l’ennesima volta la salma coheniana, incorniciando la grattugia della chitarra acustica tra feedback di gomma fusa, la batteria leggera e incalzante, la coda gonfiata da archi e fiati sintetici giocata sul filo di una tensione che non esplode mai. Il carillon alla Eels di Mr. Humphries se ne sta accoccolato tra due cialde di chitarra elettrica pulita e toy piano, i pieni orchestrali amministrati con magistrale parsimonia, piccoli interventi harrisoniani a simulare un theremin difettoso, bridge celestiale e assolo finale tranciato prima che se ne possa godere troppo. La Llorona marcia allo scampanare di un triangolo, botti di grancassa come il cuore di un pachiderma morente, staffilate ribottiane sopra la marcia percussiva, crescendo western da pelle d’oca e finale spaziale con piroette alla Jorma Kaukonen. Più cameristica Just Because, introdotta da piano e violoncello, poi una dodici corde sgranata in un universo vuoto, sottilissima batteria tutta di bordo, basso soffice come una piuma, profondissimi affondi full band e una chitarra a decomporsi in piccoli clangori mentre Eitzel pare sfidare Mark Hollis in un duello a distanza. L’apertura alla Codeine di Let Me Go è la fuorviante esca di un lamento epico degno dei King Crimson, la voce echeggiata in maniera sinistra, un cofanetto di impennate melodrammatiche scevre da facile enfasi. Chiusura da brividi con Sleep From My Eyes, forse la vetta del disco, un brano di una delicatezza quasi insostenibile, scarno fino a mostrare le costole ma condotto con un pudore religioso, il canto prossimo al pianto, colpo di grazia di un match da KO tecnico. Consigliata la deluxe edition che aggiunge, tra le altre cose, l’imperdibile bonus track The Singer, commossa dedica all’amico Jason Molina. Ennesima conferma di un talento fuori dal comune, “Hey Mr Ferryman” è una lezione di stile a tre dimensioni, la dimostrazione di quanto l’intimismo esasperato di un’anima immensa possa diventare un grido di dolore universale.

Tracklist: 1. The Last Ten Years. 2. An Answer. 3. The Road. 4. Nothing And Everything.
5. An Angel’s Wing Brushed The Penny Slots. 6. In My Role As Professional Singer And Ham.
7. Mr Humphries. 8. La Llorna. 9. Just Because. 10. Let Me Go. 11. Sleeps From My Eyes.

Foto Pietro Previti e Lucio Carbonelli © tutti i diritti riservati 

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