Mark Almond: “Mark-Almond” (Thumb Records 1971) – di Pietro Previti

Non ne volevano proprio sentire parlare. Niente da fare. Una band senza batterista è un’assurdità, non può esistere, non ha mercato. I discografici erano stati chiari. Nessuno a volere rischiare con Jon e Johnny; respinti senza neanche un provino. Una proposta musicale troppo morbida e non adatta al mercato americano. Per i produttori i ragazzi in quel momento volevano solo Grand Funk e Led Zeppelin. Insomma, dovevano sparire. Era questo il destino di Jon Mark e Johnny Almond. Entrambi inglesi, si conoscevano già da almeno un lustro, avendo partecipato come sessionmen alle registrazioni dello storico “John Mayall’s Blues Breakers with Eric Clapton” (1965). Sarà sempre Mayall a ricongiungere i destini di Mark e Almond nel 1969 reclutandoli nell’inconsueto quartetto drumless che avrebbe registrato in quello stesso anno “Empty Rooms” e “The Turning Point“, quest’ultimo tratto da un’esibizione dal vivo al Fillmore East di New York. Dischi importanti e atipici per lo stesso Mayall che era stato il promotore più influente del blues elettrico in Inghilterra, a cui va riconosciuto il lancio di un numero impressionante di musicisti che avrebbero fatto molta strada. In questi lavori il blues di Mayall diventa introspettivo e acustico, originale e cristallino quasi a volere cercare nuove strade ad una scuola, quella del british blues, che si avviava verso la sua conclusione.
Jon Mark in quei giorni non aveva mai smesso di scrivere. Lui e Almond sapevano che l’avventura con John stava volgendo al termine. Del resto loro stessi l’avevano considerato un percorso utile per fare esperienza e conoscere magari qualche personaggio legato al music business a cui proporsi. Prima dell’ingaggio con Mayall, ad inizio dei Sessanta, Mark aveva suonato come busker per le strade assieme ad Alun Davies per diventare pochi anni dopo compositore, chitarrista e coproduttore, in quest’ultima veste assieme a Mick Jagger, della fascinosa Marianne Faithfull. Aveva poi formato una band, gli Sweet Thursday, con il pianista Nicky Hopkins e lo stesso Alun Davies, dalla vita breve e sfortunata. La Tetragammatron pubblicò il loro 33 giri e fallì nel volgere di pochi giorni. Johnny Almond, da parte sua, aveva suonato con la Zoot Money’s Big Roll Band e The Alan Price Set. Era già un apprezzato e richiesto sideman quando la Deram, la label della Decca dedicata alle proposte underground e progressive, sul finire del 1968 l’aveva messo sotto contratto per fargli incidere due album a nome Johnny Almond’s Music Machine.
Mark e Almond, durante le tournèe con Mayall, avevano conosciuto ad un festival in Francia Rodger Sutton, bassista di estrazione jazzistica e dalla spiccata vena compositiva impegnato con la band inglese dei Jody Grind. Proprio Sutton presentò successivamente Tommy Eyre, pianista di Sheffield poco più che ventenne ma già molto stimato nell’ambiente, avendo suonato con la Grease Band di Joe Cocker (sua l’apertura di organo in With A Little Help From My Friends) The Aynsley Dunbar Retaliation e i Juicy Lucy. Sutton ed Eyre in quello stesso periodo stavano cercando di focalizzare un progetto non molto dissimile, a cui avevano messo nome Strabismus. Terminati gli impegni contrattuali con le rispettive band, Sutton e Eyre accettarono l’invito a trasferirsi in California, dove Mark e Almond avevano già trovato un ingaggio alla nascente formazione al Troubadour di Los Angeles. Sono giorni concitati, in cui ad un progressivo affiatamento della band fa da contrappeso la difficoltà a trovare qualche sbocco nell’ambiente discografico. I quattro si mettono al lavoro sui brani composti da Mark e, tra prove e concerti nel locale losangelino, inizia a prendere forma il sound del gruppo.
Si tratta di un blend di stili che si amalgama in maniera originale e raffinata, senza mai apparire sterile o melliflua. Una sorta di rock prevalentemente acustico, aperto a lunghe divagazioni strumentali in cui vengono inserite, giungendo talvolta inaspettate, cesellature di folk e jazz, ritmi latini e blues ad accompagnare la voce melanconica di Jon Mark. Nonostante i buoni riscontri di pubblico, ad una delle ultime serate dal vivo, prossimi allo scioglimento, giunse la proposta di Bob Krasnow, proprietario dell’emergente Blue Thumb Records, che mise la band sotto contratto per la pubblicazione di due dischi. In un’intervista a Rolling Stones del giugno 1971 Jon ricordava tra il divertito e il sarcastico la quantità di inviti a cene e a feste che a loro arrivarono proprio da quei discografici che li avevano snobbati e che erano intenzionati, prima che entrassero in sala d’incisione, a sottrarli all’unica label che aveva dato loro una chance.
Uscito in quello stesso anno, “Mark-Almond” è un disco difficile da definire in quanto, a suo modo, unico. Composto da sole cinque tracce, alcune lunghissime, tutte a firma di Mark ad eccezione dell’ultima, Song for You, composta da Rodger Sutton. La sequenza iniziale è strepitosa, lascia senza fiato. The Ghetto (6:05) ha un approccio iniziale cantautorale affidato al toccante piano di Eyre e all’accompagnamento corale di stampo gospel fino ad evolversi in liquida improvvisazione jazz a seguito dell’ingresso dei fiati di Almond. Comincia come una bossanova, invece, In The City (11:05), chitarra, piano elettrico e prelibatezze strumentali varie. Il brano in versione accorciata ebbe anche una buona diffusione radiofonica e rappresenterà il maggiore successo della band. Nella versione del trentatré giri il brano si dilata e permette a tutti i musicisti di dimostrare le indubbie capacità esecutive nella diversità dei mood delle tre sottotracce (Grass And Concrete, Taxi To Brooklyn, Speak Easy It’s A Whiskey Scene).
L’impressione è che a parti scritte la band aggiunga aperture di musica improvvisata, aspetto che la rende paragonabile a un combo jazz che approccia in maniera dilatata un repertorio di matrice pop. La struggente e disperata Tramp And The Young Girl (4:55) è l’unico brano formato canzone del disco e ne rappresenta il capolavoro con un Almond in stato di grazia a vibrafono e flauto. La seconda facciata si apre con una suite dall’incedere cameristico per chitarra classica e flauto. Love (11:49) dispone di quattro movimenti (Renaissance – Prelude – Pickup – Hotel Backstage) articolati e fluidi, ricchi di momenti inaspettati e creativi. Song For You (8:25) ha un incedere più cupo, quasi onirico, che si avvale del sostegno ritmico del contrabbasso e della voce di Sutton. È anche il brano più suggestivo del lavoro e quello più vicino a certe istanze del progressive europeo. Non a caso, sarebbe stata proprio l’etichetta Harvest a distribuire nel Vecchio Continente questo album da riscoprire.

Jon Mark: Classical Guitar, Electric Guitar, Bass [Second], Percussion, Lead Vocals.
Jonny Almond: Baritone, Tenor, Alto, Soprano Saxes, Vibraphone, Harmony Vocals,
Congas, Alto and Bass Flutes.
Tommy Eyre: Concert Grand Piano, Electric Piano, Harmony Vocals, Organ,
Flute [Second], Percussion, Guitar [Second].
Rodger Sutton: Bass [First], Percussion, Harmony Vocals, Vocals [Second].

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