Mario Schiano & Tommaso Vittorini: critica della ragion comica – di Francesco Chiari

Gli anni Settanta della militanza e del motto “il personale è politico” si andavano spegnendo con una serie di avvenimenti non solo musicali da far rabbrividire: nel 1978 fu rapito e ucciso Aldo Moro, nel 1979 morì ad appena 34 anni un grandissimo come Demetrio Stratos – e il concerto all’Arena di Milano pensato in origine allo scopo di raccogliere fondi per le spese mediche si trasformò involontariamente nel funerale del movimento – e nel 1980 ci fu l’attentato alla stazione di Bologna. Tutti questi eventi segnarono davvero la chiusura di un’epoca e lo spostamento degli interessi dal pubblico al privato, con l’inizio del “riflusso” cui Nanni Svampa dedicò nello stesso 1980 uno dei suoi spettacoli più belli e forse meno compresi all’epoca, ossia “Riflusso Riflesso”. Questa situazione creò un grande disagio fra i musicisti più “impegnati”- non necessariamente politicizzati, si badi – alla quale ognuno di loro trovò intrasmissibili soluzioni personali: il caso più eclatante è quello di Paolo Tofani, chitarrista e anima tecnologica degli Area, entrato addirittura nelle file degli Hare Krishna, tanto da realizzare insieme a Claudio Rocchi l’album “Un gusto superiore” che gli “arancioni” vendevano ad ogni angolo di strada; alcuni altri – pensiamo a Giorgio Gaslini e Gaetano Liguori – si dedicarono ad approfondire alcuni aspetti peculiari del loro mondo musicale già ben definito, mentre altri se ne uscirono con soluzioni davvero spiazzanti per molti.
In questa sede vogliamo parlare di due album realizzati insieme da Mario Schiano e Tommaso Vittorini e che ricuperavano l’avanspettacolo e il varietà, ossia “Un cielo di stelle”, registrato nel febbraio 1979 e pubblicato dalla Cramps, e “Swimming Pool Orchestra”, registrato nell’ottobre 1980 e pubblicato l’anno dopo da Dischi della Quercia, l’etichetta personale di Giorgio Gaslini, col quale ambedue avevano avuto rapporti, Schiano perché aveva registrato con lui e Vittorini perché aveva frequentato nel 1972 il corso tenuto da Gaslini a Santa Cecilia e aveva partecipato al classico film horror Profondo Rosso (1975), nella cui scena iniziale è il primo musicista a sinistra fra quelli diretti da David Hemmings. Non sembra casuale perché, come già detto in un nostro articolo a lui dedicato, anche Gaslini aveva avuto esperienze nelle orchestre da ballo e nella cosiddetta “musica leggera”, sebbene la sua profonda preparazione teorica lo avesse connotato diversamente fin dagli inizi.
Quando questi dischi uscirono il mondo del jazz italiano fu preso in contropiede per l’impossibilità di collocarli correttamente: “Musica Jazz”, ad esempio, confinò “Un cielo di stelle” nelle “Segnalazioni” avvisando i lettori: “Non aspettatevi una sola nota di jazz, però non lasciatevi sfuggire questo album”, mentre “Swimming Pool Orchestra” fu analizzato con la consueta competenza da Gianfranco Salvatore all’interno di un articolo sulla rivista citata dal titolo emblematico, “Segnali dal non-jazz”, in cui Schiano era accostato ai Lounge Lizards di John Lurie e all’album di Nick Mason dei Pink FloydFictitious Sports” (1981) i cui testi e le cui musiche sono interamente opera della grande jazzista Carla Bley. Forse, sulla scia di Salvatore, possiamo partire dal termine “non-jazz” per far rilevare che Schiano, in tutta la sua carriera, si è sempre mosso in ambito tangenziale rispetto all’idea comunemente accettata di “jazz”, ossia in soldoni rifarsi, non importa con quanta innegabile creatività, al modello del jazz americano basato sugli standard, com’era ad esempio concepito a Milano da quello che Lino Liguori – storico batterista napoletano e frequente collaboratore di Schiano – definiva causticamente “il clan dei piemontesi”;
Schiano invece intende “jazz” come modo di essere prima che come modo di suonare, come sguardo sempre aperto sul mondo per accogliere qualunque spunto anche il più in apparenza estraneo, con un modo di procedere inclusivo e non esclusivo. Una simile procedura, a ben vedere, era reperibile anche nel jazz statunitense: pensiamo a quanti musicisti hanno iniziato nel vaudeville o nelle orchestre di fossa a Broadway, o a quanto l’aspetto coreutico è stato presente, con tantissimi musicisti che hanno collaborato con ballerini o sono stati anche ottimi ballerini anch’essi. Sul versante italiano il riferimento non poteva essere che la rivista o appunto l’avanspettacolo, con cui Schiano era cresciuto, come apprendiamo dal bellissimo libro-intervista “Un cielo di stelle – Parole e musica di Mario Schiano” (ManifestoLibri, 2003, con CD accluso), curato amorevolmente da Pierpaolo Faggiano, la cui morte inattesa di propria mano ha lasciato un vuoto immenso;
anche Tommaso Vittorini, nonostante fosse molto più giovane di Schiano, aveva avuto esperienza di questo mondo, come da lui rivelatomi in uno dei messaggi che ci siamo scambiati a proposito di “Un cielo di stelle”: “Io avevo 23 anni quando lo scrivemmo, ma quel tipo di spettacolo un po’ straccione era ancora vivo in qualche luogo dimenticato dell’Urbe, e i personaggi che lo animavano erano in giro, ben visibili”. Se poi vogliamo ampliare il nostro raggio d’indagine, andiamo a scoprire che Schiano e Vittorini avevano già creato un disco legato allo spettacolo a metà anni Settanta, ossia “Partenza di Pulcinella per la Luna” (1975), dove già ad esempio troviamo in apertura e chiusura È sempre primavera, perfetta sigla di spettacolo di rivista, e nonostante la grande presenza di “jazz”, qualunque cosa vogliate intendere, la dimensione spettacolare è ben presente. “Un cielo di stelle” prosegue quest’intuizione ma ancora in senso più teatrale, coi due musicisti che secondo le parole di Schiano decidono di montare uno spettacolo di varietà da vendere ad un impresario americano: l’impresa naturalmente va a rotoli, ma la conclusione è affidata al brano che intitola il disco, di grande respiro melodico e pregno di tenera nostalgia, degna chiusura di un disco che – parere personale – cresce dopo ogni ascolto.
Anche “Swimming Pool Orchestra” è legato allo spettacolo ma stavolta a tristissimo fine: la realizzazione di un disco – piena di inceppi e digressioni – non avviene perché la sala d’incisione è sommersa dall’acqua per un guasto idraulico, come in un laico diluvio universale, e la stessa atmosfera presenta momenti inquietanti o sardonici, come in Solo la classica assemblea di piazza va a cortocircuitarsi con l’attacco di Rico Vacillon, classico ballabile latino da night legato a gente come Marino Marini o Franco e i G5, quasi a segnare un simbolico passaggio di consegne dall’impegno al disimpegno. Anche l’avanspettacolo ha qui un retrogusto amaro, con la presenza del comico Trottolino – scomparso neanche un anno dopo l’incisione – che prima riprende un suo classico di repertorio come Paraguay e poi canta ‘O Vero Free, finta canzone napoletana scritta da Schiano addirittura nel 1972, nella quale ci si lamenta che i pescatori non cantano più free, ma solo rock! (Già in “Un cielo di stelleSchiano intonava Nun te scurdà ‘o garofano, altro finto brano napoletano, e Vittorini cantava con umorismo feroce la parodistica E la ruota la gira). Quando dissi a Tommaso che questo ultimo disco mi pareva più cupo di “Un cielo di stelle” lui mi rispose “Sì, hai colto nel segno. “Swimming Pool Orchestra era una riflessione sulla libertà (o mancanza di essa) nel definire tutto ciò che andava sotto il nome di jazz all’alba degli anni Ottanta. “Un Cielo di Stelle” era un puro divertimento, conteneva metafore nascoste ma era un divertimento”.
Non casualmente, crediamo, “Swimming Pool Orchestra” da noi analizzato si chiude col brano che intitolava il primo ma suonato col nastro al contrario, come un gorgo infernale che inghiotte nostalgia e divertimento, e non altrettanto casualmente nel brano Concepts IV che apre la seconda facciata del vinile originale si sente ancora Trottolino, la cui voce sbuca quasi affannosa da un fondale di musica concreta, proclamare una perla di saggezza partenopea come “I’nun so’ fesso… I’aggia fa’ ‘o fesso pe’ te fa’ fesso”, proprio come il vero comico sa burlarsi del pubblico nel momento stesso in cui lo diverte. Quest’aspetto, benché sempre presente nella musica di Mario Schiano, ha richiesto forse più tempo del solito per essere messo a fuoco nella maniera migliore, e forse oggi è vieppiù valida la stringata affermazione di Tommaso Vittorini con cui concludiamo, quando mi disse: “Molto del lavoro di Schiano è stato capito solo a metà”.

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