Mario Francese: il prezzo della Verità – di Flavia Giunta

C’era una volta un signore che amava gli animali. Nella sua campagna teneva un’enorme quantità di gabbiette, con dentro uccellini di tante specie: cardellini, merli, passeri, canarini. Se ne occupava personalmente, con passione e diligenza, talvolta aiutato dai figli. Sì, perché oltre agli animali, questo signore amava la propria famiglia. La sua Maria e i loro quattro bei ragazzi: Giulio, Massimo, Fabio e il piccolo Giuseppe. Amava stare con loro, riunirsi tutti a tavola la sera e ridere e scherzare e raccontarsi. Amava le cose belle, questo signore, ma più di tutto amava la verità. Che è anch’essa una cosa bella. Il signore di cui parliamo aveva un lavoro. Era un giornalista, cioè l’unico lavoro davvero perfetto per chi ama la verità. O almeno così era per lui. Aveva fatto la gavetta del mestiere che culminò con l’entrata in redazione al “Giornale di Sicilia”, a Palermo, per il quale si occupava di cronaca giudiziaria. Era molto bravo nel suo lavoro, questo signore. I suoi colleghi gli volevano bene: ogni sera, all’orario di messa in rotativa, si rivolgeva a loro dicendo: “Uomini del Colorado… Vi saluto e me ne vado”, dopodiché infilava la porta e raggiungeva la sua famiglia per cena. Tutte le sere così, per tanti anni. Finché non venne una sera in cui questo signore non tornò a casa. Uscì dall’ufficio salutando i colleghi, come sempre, ma non arrivò mai a casa. No, non si era stufato dei suoi cari, li amava ancora e forse più di prima: ma qualcuno gli aveva impedito di tornare da loro. Qualcuno che, quella sera del 26 gennaio 1979, gli piazzò sei colpi di pistola calibro 38 nella schiena, dopodiché fuggì protetto dall’oscurità, lasciando un corpo riverso a terra. A pochi metri dalla casa alla quale voleva ritornare. Semplice, come sparare ad un uccellino. Perché ammazzare un uccellino? Cosa aveva fatto di male? Abbiamo detto che il signore amava la verità. Ma non tutti la amano come faceva lui, anzi, a molti altri signori dà fastidio. Ci sono cose che è meglio non far sapere in giro, per cui chi ama la verità, e la racconta, è pericoloso. Gli uccellini non devono cantare. A volte dovrebbero semplicemente stare in silenzio. Glielo si può dire gentilmente: “Uccellino, potresti smetterla? Questa canzone non mi piace, è scomoda”. A volte funziona. Per alcuni colleghi di lavoro del nostro signore, funzionò. Semplicemente, se ne andarono via, volarono su un altro ramo e non cantarono più. Ma lui no. A lui importava che tutti sentissero quella canzone, che era quella della verità. Che, per quanto terribile sia, è una e una sola. Non possiamo cambiarla. Per questo, e per molto altro, lui continuò. E allora, come fare a impedirgli di cantare? Il signore-uccellino si chiamava Mario Francese, e per la sua morte nessuno venne incriminato per più di vent’anni. Il suo caso venne archiviato come omicidio di stampo mafioso, ma senza cercare riscontri, né prove, né i responsabili. Solo, “si sapeva” che doveva essere così, poiché il signor Francese si era occupato di diversi eventi di cronaca strettamente collegati alla mafia, nella zona di Palermo e non solo. Erano inoltre presenti due sorte di “aggravanti”: la prima era che Francese era l’unico, in quel periodo, a menzionare nei suoi pezzi nomi e cognomi dei sospettati mandanti delle stragi mafiose. Quando tutti volevano voltarsi dall’altra parte, lui li costringeva a fissare gli occhi nel vero. La seconda aggravante era che Francese era intelligente: collegò tra loro una serie di eventi che fecero luce su una realtà ancora più grande e pericolosa, vale a dire il connubio tra la mafia e la classe politica che la appoggiava. Molti anni prima che tutto questo venisse comprovato. Scrisse articoli sulla strage di viale Lazio, su quella di Ciaculli, per arrivare alla storia degli appalti per la costruzione della diga Garcia nella valle del Belice. Fu quella la goccia che fece traboccare il vaso, ma a “scoprirlo” fu solo il figlio del giornalista, Giuseppe Francese, vent’anni dopo la morte del padre. Fu proprio lui, insieme ai fratelli, a far riaprire il caso, che era stato insabbiato per tutto quel tempo. Anche lui aveva sete di verità. E la verità non va in prescrizione. Molti sembravano aver dimenticato che la morte di Mario Francese fu la prima della lunga scia di “Cadaveri Eccellenti”, che proseguì con Boris Giuliano (capo della squadra mobile palermitana che investigò illo tempore sull’assassinio) e si concluse con Falcone e Borsellino. Andava fatto qualcosa. Tutto era iniziato da  una lettera, inviata alla redazione del “Giornale di Sicilia” e indirizzata a Giulio Francese (che aveva preso il posto del padre al giornale) ma rivolta a tutta la famiglia: era stata scritta da un pentito di mafia, che diceva di sapere perché Mario Francese fosse stato assassinato. La ragione di fondo era che “dava fastidio per ciò che scriveva”, ma la causa scatenante fu la storia dell’appalto della diga Garcia. Scosso nell’intimo da quella missiva, Giuseppe decise di riprendere le ricerche. Con un accurato lavoro d’archivio fra i numerosissimi articoli scritti dal padre, di collegamento con la cronaca dell’epoca, di recupero di prove, lui e i suoi fratelli riuscirono – nel 1995 – a trovare abbastanza materiale da portare agli inquirenti per riaprire un fascicolo rimasto a marcire in tribunale. Era tutto vero: Francese stava lavorando a un’inchiesta (mai terminata) su quegli appalti, a maggior ragione dopo la barbara esecuzione dell’amico colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo che, guarda caso, si occupava della zona in cui la diga sarebbe dovuta sorgere; l’opera avrebbe portato 350 miliardi dell’epoca nelle tasche del clan dei “viddani”… i corleonesi. Ed è proprio su di loro che ricadde l’accusa dell’omicidio di Mario Francese, una volta riaperto il caso… ma mancava ancora qualcosa; c’era una nota stonata in quella sinfonia di cause ed effetti. Se Mario Francese non aveva ancora pubblicato l’inchiesta, né tantomeno l’aveva conclusa, come avevano fatto i diretti interessati a sapere di essere stati nominati apertamente? Potrebbe mai una semplice voce di corridoio spingere ad uccidere un uomo, per paura? Un brivido corse lungo la schiena di Giuseppe nello scoprire ciò che suo padre stesso aveva svelato suo malgrado… Il figlio s’addentrò nei meandri della “mappa del potere” che in superficie pareva scontata ma che in realtà svelava via via connessioni, rapporti complessi… o semplici rapporti tra “gente che conta”L’editore stesso del “Giornale di Sicilia” aveva stretto una certa amicizia con un “noto” esponente del suddetto clan mafioso… normali frequentazioni o connivenze? Nella testa di Giuseppe scorrevano ipotesi, certezzepaure represse fin da bambinoNel breve periodo in cui Mario Francese non si recò in ufficio per un infarto a seguito delle minaccealcuni dossier erano spariti d’incanto dalla sua scrivania… l’uccellino non doveva cantare. Il processo agli imputati iniziò nel 2000 e si concluse nel 2001 e la Corte comminò 30 anni di carcere per ciascuno dei nove imputati, tra i quali Leoluca Bagarella – colui che aveva premuto il grilletto – e un certo Totò Riina. Tutto bene quel che finisce bene? Non sempre. Il 3 settembre del 2002 Giuseppe Francese, appena trentaseienne, si tolse la vita. Solo così riuscì a raggiungere il padre tanto amato. Era forse questo che voleva? Oppure, nonostante fosse riuscito ad ottenere giustizia, le battaglie che aveva dovuto affrontare avevano costituito un prezzo troppo alto da pagare… anche per il figlio di un uccellino che cercava la verità.

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