Mario Bava: “La Maschera del Demonio” e il gotico italiano – di Maurizio Fierro

Prima degli anni Sessanta, salvo rare, seppur lodevoli, eccezioni – “Rapsodia Satanica” di Nino Oxilia, girato nel 1917, “Il caso Haller” di Alessandro Blasetti, del 1933 – i cineasti italiani non avevano mai frequentato il filone gotico/fantastico. D’altra parte, il nostro era, per elezione, il cinema del neorealismo, e quelle produzioni erano ritenute pertinenti più all’espressionismo tedesco e a un certo filone della cinematografia americana. Solo alla fine degli anni Cinquanta si iniziò a esplorare il genere, e nacquero le prime pellicole. “I Vampiri”, del 1956, e “Caltiki il mostro immortale”, del 1959, furono però accolti molto tiepidamente da pubblico e critica. Gli spettatori non erano avvezzi a determinate atmosfere, e mancava l’abitudine a cimentarsi con certe visioni, quasi esistesse un pregiudizio verso la produzione fantastica firmata da autori autoctoni. Non fu un caso se, da quel momento, il regista di quei due primi tentativi, Riccardo Freda, geniale irregolare del nostro cinema, si firmò Robert Hampton, inaugurando la moda degli pseudonimi di origine anglofona, quasi a rassicurare l’opinione pubblica da un timore di contaminazione da parte di film che potevano provenire solo da audaci registi stranieri. Grazie a quell’espediente il buon gusto fu in qualche modo salvo, e l’ipocrisia moraleggiante del tempo ebbe più agio nel chiudere l’occhio censore. Poi, però, anche grazie ai successi seriali dei film dell’orrore della casa di produzione inglese Hammer Film Production, anche l’Italia scoprì la moda del genere gotico e, un ottimo artigiano cinematografico, brillante creatore di effetti speciali e geniale direttore di fotografia, ne fu il più apprezzato sperimentatore. Già collaboratore di Riccardo Freda in quei primi due film-prototipo, anche lui adottò il trucco del collega, ma sotto lo pseudonimo di John Foam, o di Marie Foam, oppure di John M. Old, si celava l’italianissimo Mario Bava. Figlio di un conosciuto scultore e scenografo teatrale degli anni Venti, Bava si era fatto una solida reputazione nell’ambiente, prima all’Istituto Luce, manipolando falsi filmati con improbabili imprese guerresche per la propaganda fascista e poi, come brillante direttore della fotografia in alcuni film di De Robertis, Monicelli e Rossellini. Dopo essersi cimentato alla fotografia nel filone mitologico – “Le fatiche di Ercole”, del 1958, ed “Ercole e la regina Lidia”, del 1959, entrambi con la regia di Pietro Francisci – e dopo la citata collaborazione col sodale Riccardo FredaMario Bava esordì alla regia nel 1960, facendo irruzione nel genere gotico con “La Maschera del Demonio”, girato in bianco e nero e prodotto rigorosamente a basso costo. Mario Bava si occupò della regia, degli effetti speciali e della splendida fotografia, anticipando di decenni la moda degli attuali show-runner alla Nic Pizzolatto. Il film ebbe problemi di censura in Inghilterra, mentre fu un clamoroso successo in Francia e, soprattutto, negli Stati Uniti, dove il titolo venne curiosamente tradotto in “Black Sunday”. In Italia l’accoglienza fu molto tiepida. Eravamo all’inizio degli anni Sessanta, ammantati da una certa solennità perbenista in doppiopetto e, le suggestioni morbose evocate dalle locandine dei film di Bava (ma anche di Freda, Margheriti e Fulci) destavano sospetto. Quel clima di ipocrisia moraleggiante fu messo in crisi anche in edicola, dove fecero la loro comparsa le strisce degli scandalosi antieroi dei fumetti neri. Prima Diabolik, l’eroe delle sorelle Giussani, poi i fratelli di sangue della pregiata ditta Bunker&Magnus, Kriminal e Satanik, seguiti dai sodali Demoniak, Sadik e Killing, etichettati dall’occhio censore come “la Banda dei Super K”, destarono l’allarme dei guardiani che custodiscono le chiavi del buon gusto italico. La protagonista de “La Maschera del Demonio”. è la stregoneria. Nel prologo, si assiste al supplizio di una strega in un cimitero. Viene immediato l’accostamento con una vecchia pellicola del 1922, “Xanan, La Stregoneria attraverso i secoli”, di Benjamin Christensen, regista e attore danese, ma la potenza visiva e la tensione evocate da Mario Bava sono ineguagliabili. C’è una vera e propria estetica della tortura che evoca certi dipinti del Goya e del Bosch, e il supplizio della strega sembra quasi inflitto per proprietà transitiva all’occhio dello spettatore. Siamo nella Moldavia del XVII secolo, e la principessa Asa, accusata di stregoneria, viene messa al rogo con il suo amante Yavutich. Durante il supplizio le viene applicata sul viso una maschera con dei chiodi al proprio interno. Duecento anni dopo quell’antefatto, un medico, il dottor Kruvajan, accompagnato dal suo assistente Gorobec, penetrando nella cripta dove sono custodite le ceneri della strega, la riportano in vita in modo accidentale. Una volta risvegliata, Asa si trova ad avere le sembianze di una sua discendente, Katia, che vive in un castello vicino insieme al padre. Desiderosa di vendetta, Asa opera influssi malefici che causano numerose tragedie ma, è soprattutto Katia ad essere in pericolo. La strega Asa le vuole sottrarre energie e bellezza. Infine è Gorobec, segretamente innamorato di Katia, a uccidere Asa, con l’aiuto di un prete della Chiesa cattolica ortodossa, ponendo così fine alla maledizione. Nel film esordì un’attrice britannica che sarebbe diventata una delle icone della produzione horror degli anni a venire: Barbara Steele, che poi avrebbe sposato uno sceneggiatore americano dal cognome leggermente impegnativo, James Poe. Giocando sulla simbologia del doppio, il regista le assegnò due ruoli: quello della strega e quello della pronipote sua discendente. Per “La Maschera del Demonio” Bava attinse ai canoni del fantastico letterario, ispirandosi alla novella di Nikolaj Gogol “Il Vij”. Anche quella dello scrittore russo è una storia di streghe, con rimandi alla Pannocka della mitologia slava, per metà strega e per metà vampiro. Il Vij, che appare come Re degli Gnomi nel racconto, richiama il Lesij della mitologia russa e siberiana, ovvero a una delle tre divinità inferiori che, insieme al Vodjavoj e al Domovoj, circondano la vita quotidiana del popolo. Delle tre, il Vodjavoj, che appare come un vecchio ripugnante con le corna, faccia e pancia gonfia e sempre ubriaco, è il demone più temibile perché più prossimo al Maligno. Il Lesij, la divinità intermedia, lo spirito dei boschi che dà il titolo anche a una novella drammatica di Cechov, è invece il padrone degli animali e degli uccelli selvatici. Nel racconto di Gogol il Vij, Re degli Gnomi, risulta un’invenzione dello scrittore ricavata proprio dalle tradizioni del folklore slavo. Dopo quella prima pellicola, Mario Bava continuò a declinare il gotico seguendo un’ispirazione che ridefinì l’estetica del genere. Film come “Operazione Paura”, del 1966, “Cinque Bambole per la Luna d’Agosto”, del 1969 e, soprattutto, “Reazione a Catena”, del 1971, scritto da Dardano Sacchetti e considerato un antesignano degli “slasher movies” alla “Venerdì 13” degli anni Settanta e Ottanta, sarebbero state considerate autentiche pellicole di culto. Poco apprezzato in vita, Bava creò un sottogenere tipicamente italiano, caratterizzato da atmosfere in cui l’ammiccamento erotico, condito da venature sadomaso (si pensi a “La Frusta e il Corpo”, del 1973), fece da apripista a tante altre pellicole a venire. Certe atmosfere dei film di Quentin Tarantino e di Tim Burton scontarono un debito simbolico nei confronti dei film di Bava. Federico Fellini gli rese omaggio in “Toby Dammit”, episodio del film in tre parti “Tre passi nel delirio” del 1968. Ma fu Dario Argento, con cui Bava collaborò nel film “Inferno”, colui che risentì maggiormente dell’influenza del regista nato a Sanremo nel 1914 e morto a Roma nel 1980. L’ultimo film che Bava girò, “Shock – Transfert Suspence Hypnos”, del 1977, uscito al cinema due anni dopo “Profondo Rosso”, fu un chiaro omaggio al regista romano, e la protagonista femminile, Daria Nicolodi, che sarebbe diventata attrice prediletta e compagna di Dario Argento, si incaricò di testimoniare l’ideale passaggio di consegne fra il maestro e l’allievo. Fu un mondo a parte, quello di Bava, espressione di un immaginario inconscio permeato da suggestioni di vario segno. Quell’immaginario trovò espressione e forma nel particolare climax che aleggiava nei suoi film, ideale spirito guida di innumerevoli successive produzioni di genere.

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