Marina Lalović: “La Cicala di Belgrado” (2021) – di Salvatore Di Noia

Belgrado, un chiodo fisso non solo per l’odore delle sue kafane ma, soprattutto, per la sua unicità che sfugge ad una scontata omologazione. E se poi è la tua città, allora ce l’hai dentro fin nel profondo e quando la lasci e ti metti gioco, sperimenti infiniti sentimenti ed emozioni che con il tempo ti definiscono come persona dall’identità unica e complessa. È un po’ il destino di chi lascia la propria terra per inseguire un sogno. È impossibile identificare “la città bianca” se non ci sei nato, poichè è a tratti indecifrabile anche se tremendamente vera. Delle sue narrazioni mediatiche possiamo riempire gli scaffali, ma non riusciremo mai a comprenderne l’animo che la contraddistingue. Ogni volta che pensiamo a questa città, vediamo tante Belgrado che come in questo libro, “La Cicala di Belgrado” (Bottega Errante 2021), ci aiutano a scoprire un po’ noi stessi. Marina Lalović, belgradese di Cubura, uno dei quartieri più veri della città, è assolutamente formidabile nel definirla: “Belgrado non è una città bella che costringe i visitatori a una perenne ansia da prestazione. È l’ultimo posto in Europa che ancora mantiene la propria autenticità senza sforzarsi di venderla e renderla attraente ai turisti”.
Canta veloce e a perdifiato La Cicala di Belgrado. Se di questa città ne hai solcato le strade, ti perdi con l’autrice alla ricerca delle sue radici più profonde, con estrema lucidità ma anche con tanta malinconia. Quelle stesse radici che non sradicherai mai in quanto parte di te, anche in un mondo nuovo o in un Paese completamente diverso dal tuo. Razionalità ed affetto procedono all’unisono ed abbattono i punti di riferimento semplicemente per guardare avanti, senza paura del tempo e con la consapevolezza che per alcuni di noi, luogo e persona, sono il preludio alla vita. Una vita divisa a metà oltre le due sponde dell’Adriatico, quel mare che delinea i confini tra Balcani ed Occidente. Il mare che è lontano da Belgrado, laddove i fiumi, la Sava ed il Danubio, confluiscono l’uno nell’altro esattamente come questo tipo di scrittura che permette di dare libero sfogo ai propri stati d’animo personali con grande semplicità, esprimendo sentimenti ed emozioni come fiumi che scorrono ed a cui non ci si può sottrarre. Oggi è il tempo che corre veloce a ridefinire questa grande città, capitale di un Paese che ha cambiato nome tre volte in dieci anni, di una grande nazione ieri (la Jugoslavia), ma di un piccolo Paese oggi (la Serbia).
Nessun fraintendimento, nessun rimpianto, una visione lucida del passato e del presente, in cui il cambiamento rappresenta la cornice del nostro quadro di apertura al mondo. Un dipinto che se accompagnato da una visione globale, diventa ragione di esistere, impone alle menti più contorte di sperare nel cambiamento, ti mostra quanto varie siano le possibilità che hai davanti, smette di farti essere immobile nella tua staticità. Questo tipo di scrittura fa accumulare bellezza nell’anima, soffia luce nelle tenebre di menti arrugginite e vigliacche, propone emozioni inedite a cuori inariditi. Marina Lalović ha definito ciò che per anni non ero riuscito a delineare con accortezza “Questa nostra casa è ibrida come lo è diventata la nostra identità col tempo…”. Una casa in cui è anche di scena la musica, quel turbofolk che fonde folk serbo con altri generi come pop, rock elettronico e persino hip-hop, ampiamente popolare oltre che in Serbia anche in Bosnia Herzegovina, Croazia, Macedonia del Nord e Montenegro. La musica che oggi accomuna Stati nati dalla dissoluzione della Ex-Jugoslavia è emersa come sottocultura nelle campagne jugoslave negli anni 70, prima di urbanizzarsi negli anni 80 e raggiungere l’espansione negli anni 90 durante il regime di Slobodan Milošević, nel periodo in cui il conflitto balcanico imperversava, alimentando l’isolamento politico dell’area.
Lepa Brena in quegli anni vendette oltre 40 milioni di dischi ed è ancora oggi considerata sia la cantante serba di maggior successo che il simbolo della ex-Jugoslavia, dell’unità e del potere del Paese, oltre che, dopo la rottura della federazione, della cosiddetta “jugonostalgia“. Lepa Brena, dopo aver sposato il famoso tennista serbo Slobodan Živojinović, abbandonò il Paese prima che le sue canzoni diventassero l’inno non ufficiale di un delirio collettivo di nazionalismo che portò allo sfacelo di una nazione intera, continuando comunque a esercitare una forte influenza sulle generazioni successive. Tra i cantanti di turbofolk suoi eredi, la più importante fu senza dubbio una giovane della Serbia meridionale. Le prime hit di Ceca (al secolo Svetlana Ražnatović) come Cvetak zanovetak e Želim te u mladosti, pur conservando un vago tono adolescenziale divennero ben presto le micce della causa serba, spingendo giovani e meno giovani verso l’accostamento del turbofolk ad un folle e cieco nazionalismo suicida. Ceca è ancora oggi ricordata per essersi esibita di fronte ai gruppi paramilitari serbi impegnati in Bosnia ed in una di queste occasioni cantò per le Tigri di Arkan (Željko Ražnatović), innamorandosi perdutamente del leader quarantenne, criminale di guerra, già sposato e padre di sette figli.
Nel 1995, i due convolarono a nozze in una cerimonia che i giornali scandalistici locali non esitarono a definire “una fiaba serba divenuta realtà
. Leggendo Ivana Kronja, una studiosa di media che ha scritto il libro “Lo splendore letale”, si scopre che alla fine degli anni novanta il turbofolk scivola nel manierismo, nell’erotica più banale, nell’amoralità più becera. Ciò non toglie tuttavia che il suo successo accompagni potentemente anche il primo ventennio del Duemila, un ventennio comunque non esaltante per la capitale serba. Belgrado dunque, fonte di cultura e sottocultura, di scrittura e musica, che dona passione ai suoi amanti che come me, si nutrono di musica e di libri. L’importanza ed il valore dei libri che trova la sua sintesi nella frase dello scrittore americano Christopher Morley che dice: “Quando si vende un libro a una persona, non gli si vendono soltanto dodici once di carta, con inchiostro e colla, gli si vende un’intera nuova vita. Amore, amicizia e navi in mare di notte; c’è tutto il cielo e la terra in un libro, in un vero libro”.
È proprio così! Entrare ne “La Cicala di Belgrado” è come intraprendere un viaggio nella memoria proiettata nel futuro, dove la realtà diviene meno vivida e concreta, ma più soffusa e particolareggiata, tanto da stimolare la nostra attenzione uscendo dai luoghi comuni e librandoci verso altri pensieri. Un libro che può predisporre la mente a quel movimento di apertura al mondo che è l’essenza della vita e che può sintetizzare in un’unica matrice culturale le dicotomie che a volte si insinuano tra pensiero e prassi. Approfondendo le pagine di questo racconto su Belgrado si trova qualcosa di nuovo, come se si fosse sulla riva di un fiume largo, placido e sempre uguale nel suo fluire ma sempre cangiante nel colore, nella portata, nella forza delle sue acque. Belgrado e i Belgradesi, uniti in un connubio perfetto alla ricerca di nuovi stimoli ed occasioni di riflessione individuale, sempre intenti a curarsi le ferite, ad accarezzarsi le cicatrici, ad asciugarsi le lacrime e a sporgersi verso quel cambiamento, nel tentativo di afferrarlo perchè, alla fine di tutto, questa Città somiglia ad una cicala che si nutre della linfa degli alberi e ad una fenice che risorgendo dalle proprie ceneri non riesce mai a spiccare il volo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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