Marilyn Mazur: “Shamania” (2019) – di Maurizio Pupi Bracali

Se dieci donne vi sembran poche… è infatti questo il numero di musiciste che ruotano intorno alla acclamata percussionista danese Marilyn Mazur che si inventa, appunto, un ensemble tutto al femminile per il suo progetto “Shamania”Dieci ragazze (le cui età variano – pardon – dai ventotto anni della batterista svedese Anna Lund ai sessantaquattro della bandleader), le cui origini geografiche appartengono a varie parti d’Europa e del mondo e di cui i prestigiosi curriculum di ognuna di esse occuperebbero l’intero spazio di questa recensione. Concentriamoci quindi sulla musica, una musica unica per originalità e atmosfera dove sotto sotto c’è sempre un certo jazz d’avanguardia ma non solo. Ecco così che in Rytmeritual viene fuori una tribalità africana che si ripete sia in Talk For 2, dove le percussioni di Marilyn Mazur sono affiancate dal sax della danese Lotte Anker, sia in Kalimbaprimis (titolo già di per sé significativo), che in Time Ritual, dove all’africanità delle percussioni si aggiungono la delicatezza del balaphone che regala atmosfere simil-tibetane e lo sperimentalismo vocale della pluripremiata cantante svedese Josefine Cronholm che ritroviamo ancora più accentuato in Surrealistic Adventure. Ma non tutto è così, Fragments è un esperimento rumorista ostico e avanguardistico, a differenza della canzonettistica (si fa per dire) Shalabasa che regala persino momenti di orecchiabilità, così come l’oscura e ritmata samba afrocubana Heartshaped Moon con un bell’assolo di trombone di Lis Wessberg, mentre la tromba della norvegese Hildegunn Øiseth è protagonista (affiancata dal pianoforte della giapponese Makiko Hirabayashi) della sperimentale Chaas, dove il soffiato soffuso ed etereo ricorda certe cose di Jon Hassell e della sua world music. Ancora da citare sarebbero la magnifica, suadente e introspettiva Old Memory forse punta di diamante di questo ottimo album, e le bellissime New Secret e Crawl Out & Shine, dove il cantato della già citata Josefine Cronholm, supportato dai cori delle varie colleghe, salta lo steccato dei generi già detti, per spingersi negli spaziosi e verdi prati di Canterbury, proponendo esaltanti momenti che farebbero invidia ai vari Hatfield and the North, National Health, e persino al Maestro Robert Wyatt. Un album composito, dunque, ma legato insieme da una grande freschezza, dall’abilità strumentale delle dieci musiciste e dalla qualità compositiva di Marilyn Mazur che firma tutti i brani, strizzando l’occhio all’avant-jazz, alla musica etnica, a un certo minimalismo sottotraccia (Steve Reich, Philip Glass) ai vari sperimentalismi sonori e dirige l’ensemble con carisma e autorevolezza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: