Marco Bellocchio: “Il Traditore” (2019) – di Maurizio Fierro

Tradimento. Dal latino tradĕre, “dare, affidare, consegnare in custodia”. Un verbo che porta con sé il respiro lungo della fiducia, prima dello slittamento semantico nell’accezione negativa iniziata nei Vangeli, con la consegna di Gesù alle guardie da parte di Giuda Iscariota. In un più ampio scenario salvifico, però, in quanto senza la consegna non ci sarebbe stato l’epilogo nel significato della croce e, se traditio, il sostantivo corrispondente, sta a significare trasmissione di racconti, il termine traditor indica sia chi tradisce sia chi si fa latore di quei racconti. Proprio quanto avviene nella vicenda umana di Tommaso Buscetta, il “boss dei due mondi”, appartenente alla mafia “buona” (le “famiglie” palermitane), soccombente nei confronti della versione degenerata della stessa, rappresentata dai corleonesi (viddani) di Totò Riina. Buscetta: il primo uomo d’onore a collaborare con la giustizia. Insomma, un traditore, agli occhi di “Cosa Nostra”. Già: ma chi tradisce chi? L’affiliato che sconfessa la regola primaria dell’organizzazione, oppure l’organizzazione che viene meno al proprio codice di condotta morale uccidendo donne e bambini? Qual è il vero significato del tradire? Domande che il regista Marco Bellocchio, con “Il Traditore” (2019), rivolge allo spettatore per spingerlo fuori dalla sua confort-zone mentale, sollecitandone riflessioni e risposte. Che è un po’ ciò che accade in tutte le pellicole del regista lombardo, capaci di restituire la temperatura ideologica e il grado di tensione sociale mediate dai tormenti interiori dei protagonisti, perché nel percorso professionale del “cittadino-artista” Marco Bellocchio le due dimensioni, quella privata e quella sociopolitica, quella conscia e quella inconscia, si intersecano in una visione personale, non scevra da aspetti onirici, che sfiora la realtà storica per restituircela in un affresco prismatico e spesso contraddittorio, in cui aleggia sempre quel senso dell’inevitabilità della umana tragedia che gli fa affermare: “Tutti i miei film vengono sempre dopo ciò che è stato vissuto. È il primato della vita, con le sue passioni e i suoi fallimenti”. Non sfugge a questo claim “Il Traditore”, presentato in anteprima mondiale alla 72ma edizione del Festival di Cannes, un film che riavvolge il nastro della storia per abbracciare il periodo, un ventennio, che scorre dall’inizio della “seconda guerra” di mafia (dopo la prima, scoppiata a Palermo nel 1962, fra gli affiliati alla famiglia dei fratelli Angelo e Salvatore La Barbera e quelli vicini a Salvatore Greco) fra l’emergente clan dei Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano e la “vecchia guardia” palermitana, sodale con le famiglie di Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Gaetano Badalamenti, passando per Capaci e la stagione stragista, fino all’arresto di Totò Riina e ai due maxiprocessi nell’aula bunker di Palermo. Il trait d’union fra questi accadimenti è Tommaso Buscetta, espatriato con la famiglia in Brasile negli anni Sessanta, dove costruisce una fortuna con lo spaccio di droga sotto falsa identità, prima di essere arrestato, estradato, condannato e rinchiuso all’Ucciardone, poi nel carcere piemontese di Le Nuove, da dove fugge riuscendo a tornare in Brasile nel 1981. L’occhio della macchina da presa ne segue il nuovo arresto, la visita di Giovanni Falcone, il tentativo di suicidio con la stricnina, l’espatrio nel 1984 e la decisione di collaborare con il magistrato palermitano dopo l’uccisione di due dei suoi otto figli da parte dei corleonesi… quindi la testimonianza nei due maxiprocessi e i confronti con Pippo Calò e Totò Riina, il regime di protezione che accompagna moglie e figli nel loro peregrinare per gli Stati Uniti, l’amicizia con Totò Contorno, l’accusa alle istituzioni pubbliche e alla politica a cui fa seguito la testimonianza al processo contro Giulio Andreotti (accusato di aver commissionato l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli) nel 1996, infine la morte, nel suo letto, come era sempre stato nei suoi desideri. Sempre attento ai risvolti psicologici che accompagnano le decisioni dei protagonisti e alla dimensione tragica delle loro scelte, nel tratteggiare il mondo a parte di Cosa Nostra (l’alone sacrale che aleggia fra gli uomini di mafia, fra processioni e invocazioni a Santa Rosalia, il valore primario della “famiglia”, dispensatrice di tutto ciò che lo Stato nega. ”Cosa Nostra aiuta la povera gente”, afferma convinto Buscetta rivolgendosi a Falcone: i modelli di riferimento trasmessi dai genitori ai figli, l’autorità maschile e l’atavico ruolo ancillare della donna. Marco Bellocchio si sofferma sull’imbarazzante intimità di Buscetta col proprio sé, seguendo i mutamenti interiori di una persona che si trasforma in archetipo nel momento in cui veste i panni del traditore, con tutto ciò che l’atto si porta dietro. Perché è una frattura, il tradimento, con la sua asimmetria fra aspettative e realtà. C’è un prima e c’è un dopo, la continuità viene sospesa, e il processo lineare dell’umana esistenza subisce uno scossone che provoca uno slittamento interiore, come se una persona parallela emergesse dalle viscere della precedente. Nei panni di Buscetta un ottimo Pierfrancesco Favino riesce a donare spessore al quotidiano del protagonista, evidenziandone i tormenti riflessi in un volto che sembra accartocciato nelle pieghe di un inestricabile rovello morale, e che però, a un certo punto, si scuote di dosso la pellicola del cinismo per aprirsi a una coraggiosa scelta di rottura, raccontando nel tradire, tradendo nel raccontare. Tuttavia, per “consegnare in custodia” qualcosa a qualcuno, occorre nutrire fiducia in quel qualcuno, perché è un po’ come affidare una parte di sé, un consegnarsi all’altro. L’altro è Giovanni Falcone… e allora don Masino racconta, rivela la struttura gerarchica di Cosa Nostra, parla di episodi e persone, racconti che sono come bombe a orologeria dal ticchettare inquietante: “C’è da stabilire chi morirà per primo, se io o lei”, dice a un certo punto al magistrato, con un senso di amara profezia, in uno di quei momenti in cui si ha una percezione delle cose essenziale, distillata, perché fra i due è nata una sorta di sintonizzazione che consente al boss prima di intuire, poi di riconoscere in Falcone lealtà e idealità, forza interiore e coraggio, valori simili ai suoi, ma attuati sulla sponda opposta del fiume della legalità. Un rispetto che nasce dal profondo, e che spinge Buscetta ad abbandonare il programma di protezione per tornare in Italia e proseguire, dopo la strage di Capaci, l’opera del Magistrato, attraversando la linea d’ombra per accusare il famoso “terzo livello”, i burattinai politici in mano a Cosa Nostra… ma è tutto inutile. “Alla fine si muore e basta”, afferma a un certo punto Falcone, ed è come se quella frase fosse da sempre vergata in calce al testamento ideale dell’“uomo d’onore” Buscetta, che non a caso la fa sua, ripetendola poco prima di morire. Sì, alla fine si muore e basta, e forse lo sappiamo tutti, lo abbiamo sempre saputo, a un certo livello più o meno inesplorato.

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