“Marcia su Roma e dintorni” – di Benito Mascitti

Era tornato a parlare in pubblico, dopo tanti anni di silenzio… da tempo aveva abbandonato la passione politica, gettata oltre l’ostacolo nella convinzione che niente fosse impossibile. Lo avevano spinto in tutti i modi quelli del suo partito all’indomani della crisi politica che stava devastando ogni residua speranza di salvezza del Paese. Lo avevano implorato di rimetterci la faccia dopo tutti i dispiaceri che aveva dovuto sopportare dagli stessi mandarini che adesso stavano conducendo la battaglia finale per la sopravvivenza. Il suo intervento era arrivato dopo le solite speculazioni verbali ormai usuali nel suo partito: le stesse chiacchiere furbe e manichee che servivano solo a passare la nottata e continuare a campare di privilegi. “La questione è quanti miliardi di debiti si abbattono ogni anno… tutto il resto sono chiacchiere. Adesso è necessario arrivare al dunque da parte dei responsabili e degli onesti che rimangono nella politica e nelle istituzioni tutte: lotta strenua alla corruzione… sequestro dei patrimoni illeciti derivanti dalla saldatura tra poteri, malaffare e mafie… lotta all’evasione fiscale… riforma della giustizia. Senza queste priorità il Paese è morto e sepolto. La questione è quanti miliardi di debiti si abbattono ogni anno… tutto il resto sono chiacchiere. Questo è un problema nostro, non dell’Europa. Siamo un paese corrotto, senza speranze, senza uno scatto d’orgoglio e di onestà e, in fine… se ci ritroviamo con questa maggioranza parlamentare, lo dobbiamo alle forze politiche che hanno perso nelle urne… alla loro impunità… alla loro arroganza nel vessare la gente in tutti i modi senza minimamente emendarsi… nella strenua difesa dei privilegi…”. Mentre parlava, la sala, fatta esclusivamente da clientes dei mandarini, si svuotò pian piano tra i mugugni e le battute sottovoce. Così rimase solo e muto a danzare con quell’angoscia addosso, con l’ennesimo fallimento delle sue convinzioni. Si diceva spesso: “Prima o poi capiranno tutti e torneranno al buonsenso”… ma la gente non capiva e, quanto ai mandarini di cui sopra, avevano tutto l’interesse strategico che la gente non capisse. Vincitori e vinti si sarebbero sfidati all’ultimo sangue… come in una folle corsa che poteva finire solo contro un muro. Pianse, sentì addosso lo sporco che si era attirato in quell’estremo tentativo di buon senso. Se ne tornò a casa mesto e solo come da tempo gli toccava, attraversando gli schieramenti della “celere” che presidiavano i palazzi del potere. In pericolo era la Democrazia… all’improvviso… come se non fosse già stato evidente da anni. La novità – da tempo alimentata dal delirio dei social, dei giornaloni” e delle televisioni – stava solo nel fatto che non lo capiva bene neanche la gente: né chi rimaneva in silenzio e sofferente come lui, né chi annunciava lo scontro frontale verso i mercati e i poteri globali. Nessuno voleva prendere atto delle proprie responsabilità di popolo italiano, vittima o carnefice che fosse. Finalmente, nonostante l’acotral, arrivò a casa. Avrebbe voluto scrivere, ma preferì tornare alle sue letture. Pescò tra i tanti libri in cantiere e decise di finirne uno riletto al momento… Emilio Lussu: “Marcia su Roma e dintorni”.

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