Marcello Marchesi: “Il dottor Divago” (2013) – di Hermione Jardin

Lode alla casa editrice Bompiani, che sta ripubblicando le opere, ormai da decenni fuori catalogo, di una delle personalità più feconde e rappresentative della cultura del nostro Paese. Mi riferisco in particolare al volume dal titolo “Il Dottor Divago”, che raccoglie la produzione umoristica di Marcello Marchesi, a ragione riconosciuto come uno dei fondatori della comicità italiana. La sua notorietà presso il grande pubblico è legata al varietà televisivo andato in onda negli Anni 60“Il signore di mezza età”, che ci rimanda l’immagine buffa di un omino con baffi posticci e pesanti occhiali da scena, in cappotto nero, cappello e ombrello. Ma questa apparizione nelle vesti di conduttore è soltanto la punta dell’iceberg di una attività vertiginosa, iniziata negli anni Trenta e proseguita fino alla morte, avvenuta nel 1978. Chiunque decidesse di approfondire la conoscenza di questo straordinario artista, sottovalutato in vita ed attualmente apprezzato in tutta la sua grandezza da una ristretta cerchia di estimatori, rimarrebbe attonito e quasi incredulo di fronte alla vastità di ciò che ha fatto, nonché alla molteplicità degli ambiti in cui ha esercitato il suo inesauribile talento inventivo. Tutto ha inizio come detto negli Anni Trenta quando, nel corso di uno spettacolo studentesco, Marchesi, poco più che ventenne viene notato dall’editore Andrea Rizzoli, che lo chiama a scrivere per il giornale umoristico “Il Bertoldo” progettato da Cesare Zavattini e diretto da Giovanni Mosca con Vittorio Metz e, successivamente, da Giovannino Guareschi. È in seguito a questo evento che, tra Milano e Roma, si compie la formazione di Marchesi, a contatto con maestri e collaboratori come Achille Campanile, Leo Longanesi, Carletto Manzoni, Mino Maccari, Federico Fellini, Ennio Flaiano. E un clima culturale di questa levatura non necessita di ulteriori commenti. A partire da Totò, Macario, Carlo Dapporto, Tino Scotti, Walter Chiari, Gino Bramieri, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi… fino a Paolo Villaggio, Enzo Jannacci, Cochi e Renato, tutti sono debitori di Marchesi per i testi o addirittura per essere stati da lui scoperti e lanciati nel mondo dello spettacolo. Sarebbe tuttavia riduttivo considerarlo semplicemente un comico, perché è stato giornalista, regista cinematografico e teatrale, sceneggiatore, attore, romanziere, autore di canzoni (è sua la famosissima Bellezze in bicicletta cantata da Silvana Pampanini nel film omonimo), cantante per hobby (soprattutto jazz e swing) e talent scout a tempo perso. Imponente anche la realizzazione di centinaia di Caroselli e campagne pubblicitarie, che gli frutta diversi premi al Festival della pubblicità a Cannes e a Trieste, e il riconoscimento di “primo copywriter italiano”. Alcuni tra gli slogan da lui inventati sono entrati nel linguaggio comune: “con quella bocca può dire ciò che vuole”, “non è vero che tutto fa brodo”, “basta la parola!”, “il brandy che crea un’atmosfera”, solo per citare i più noti. Questa propensione alla sinteticità della definizione brevissima e fulminante – lui si autodefiniva “un battutaro, anzi uno sloganaro” –  si ritrova in alcune sezioni della raccolta “Il Dottor Divago”: una vera esplosione umorismo irresistibile fatto di aforismi e calembour geniali, battute popolari o coltissime, spesso micidiali come stilettate. Lo stesso titolo ne è l’emblema, in quanto il Dottor Divago altri non è che Aldo Moro, notoriamente involuto e prolisso. E poi, per esemplificare brevemente: AndreottiChi non muore si risiede”; Marcello MastroianniMarlon Blando”; Indro Montanelli: L’Italia dei luoghi comuni”… e poi “Tutto è meglio del peggio”; “Senza sesso non c’è successo”; “L’occasione fa l’uomo ministro”Alle battute rapide e guizzanti si alternano componimenti più articolati in forma poetica, che introducono situazioni specifiche, per individuarne con spietata lucidità i lati risibili e condurle a un inatteso epilogo. Chi però si aspettasse un umorismo bonario e condiscendente scoprirebbe ben presto di essere in errore, perché Marchesi gioca sì con eleganza sul lato comico della realtà quotidiana, ma non risparmia i suoi strali venati di pessimismo né alla politica, né alla religione, né agli esponenti del jet set dell’epoca. Né, soprattutto, a sé stesso.  La visione della vita che ne emerge è spesso amara e rivela una personalità complessa, inquieta e per certi aspetti contraddittoria. Infatti la produzione scritta di Marchesi, che si colloca parallelamente alla sua vulcanica attività per la TV e lo spettacolo, costituisce una sorta di amara riflessione e infine di spietata condanna verso tutto ciò che gli ha procurato successo, notorietà e guadagno. Già lo stesso titolo della prima sezione della raccolta, “Essere o benessere?”, riadattando l’interrogativo shakespeariano alla società dei consumi, denuncia l’asservimento dell’individuo al profitto economico, che lo conduce all’abbandono di ogni regola morale e allo svilimento della propria esistenza.

PianificazioneInverno a Montecarlo. / Estate alle Bahamas. / Autunno in Scozia. /
Primavera a Capri… / L’anno è sistemato. / La coscienza no.
La smania di possedere beni di lusso, la frequentazione delle località alla moda, la cura di una immagine appariscente che nasconde il vuoto interiore, l’ottusa dipendenza dai media, la spregiudicata ricerca del successo ad ogni costo: queste ed altre simili manifestazioni sono l’oggetto del feroce sarcasmo di Marchesi scrittore.

NeotenerezzeCaro caro caro / il mio bambino / col suo bel pitalino / carrozzato Pininfarina. /
Cara cara cara / la mia bambina / con la sua brava bamboletta / così perfetta /
che ogni mese ha la bua. / Bello bello figlio / di nababbo / e di namamma sua. 
Ma il tema ricorrente in modo addirittura ossessivo riguarda il passare del tempo, col sopravvenire della vecchiaia e l’incombere del pensiero della morte. Lui che dagli schermi televisivi proclama gioiosamente “Che bella età la mezza età, tranquillità, serenità…”, a tu per tu con la pagina scritta cambia totalmente prospettiva e se ne esce con versi come questi: 

Quando penso / che non mi innamorerò, ormai, più / che non soffrirò, ormai, più /
per amore… / mi sento un morto / a cui batte il cuore / lo stesso, / un defunto in permesso, /
un estinto in licenza / di senescenza, / un vivo provvisorio, / un morto renitente /
alla leva dei trapassati. / […] Ora posso soltanto / arrabbiarmi, perdonare, / 
ricordare, ogni tanto, / dimenticare, / ghignare, / fornicare, ogni tanto, / ma non più innamorarmi /
a lungo. / Sono già un fungo / spoglia / salma, / miseri resti / 
son questi.
Come per ogni artista di genio, si percepisce chiaramente il carattere attuale e paradigmatico delle sue intuizioni, specie in rapporto alla natura umana. Una visione senz’altro negativa, la sua: dell’individuo, della società, dei rapporti interpersonali, del sistema politico, del mondo ecclesiastico… ma il ricorso all’ironia e all’umorismo si configura come una sorta di antidoto all’amarezza e allo sconforto e, perfino la satira più feroce, non scade mai nel cattivo gusto o nella volgarità che troppo spesso caratterizzano certa satira dei giorni nostri: particolare che eleva la figura di Marcello Marchesi alle dimensioni di un gigante in un contesto di nani e ci fa avvertire in maniera nostalgica e lancinante la sua mancanza nell’assenza di figure simili alla sua.

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