Manu Chao: “Clandestino” (1998) – di Francesca Spaccatini

Il viaggio e la musica per Manu Chao sono sinonimi di sopravvivenza, qualcosa di cui non potrebbe mai far a meno. Sempre in cerca di emozioni forti, si ritrova spesso a girovagare per il mondo, ad intessere rapporti con le persone dei luoghi più disparati. Il disco che rappresenta al meglio il suo stile di vita e modo di pensare è senz’altro “Clandestino”, pubblicato nel 1998 dopo aver lasciato i Mano Negra. L’album è un invito alla libertà, all’abbattimento delle ingiustizie e dei muri… ma com’è cambiato il panorama internazionale dopo vent’anni dalla sua uscita? Il sogno di convivenza libera e pacifica di Manu Chao sembra sempre più irrealizzabile: uno studio documenta che nel mondo al tempo della caduta del muro di Berlino c’erano una quindicina di muri nel mondo, mentre ad oggi se ne contano settanta. Se prima si cercava di dividere l’Est dall’Ovest, oggi la divisione è quella tra il Nord e il Sud. Se prima a spaventare gli Stati era la potenza militare, oggi la vera minaccia è l’uomo, lo straniero senza i permessi o i soldi necessari, tanto che è la legge a relegarli ai confini della società. Nell’omonima traccia del disco Manu Chao canta: “Perso nella grande Babilonia mi chiamano il clandestino perché non ho il visto. Io sono colui che va contro la legge… La mia vita la lasciai tra Ceuta e Gibilterra, sono una striscia nel mare, fantasma nella città, la mia vita è vietata dice la giustizia”. Un attacco alle barriere di protezione in metallo e filo spinato, finanziate dalla Comunità Europea alla fine degli anni Novanta, che si trovano in Marocco, nelle encalves spagnole di Ceuta e Melilla, con lo scopo di arginare il flusso migratorio marocchino in Europa e bloccare il traffico di droga. La grande Babilonia identifica il mondo occidentale oppressivo, che impone un sistema economico e culturale ingiusto… proprio per questo Manu Chao partecipò al G8 di Genova, per esprimere il suo dissenso affianco del movimento no-global. In Tijuana, invece, descrive le attività illecite a ridosso de “el bordo” nella città messicana ai confini con gli Stati Uniti d’America. La costruzione di “el bordo”, o muro della vergogna, venne iniziata negli anni Novanta, al fine di bloccare l’arrivo dei migranti messicani e il traffico di droga negli USA. L’aspra politica di Donald Trump ne prevede un prolungamento, portandolo dai 1000 km già esistenti ai 3000 a costi pazzeschi. La recinzione più emblematica, installata per non sconvolgere il disequilibrio economico, è senz’altro quella che divide la città di Lima (Perù), in due: Pamplona Alta, costituita da baracche prive di acqua corrente e rete fognaria, e La Molina, quartiere residenziale perlopiù composto da grandi ville con piscine. La povertà diviene quindi pari alla lebbra e non ci resta far altro che metterla in quarantena, costruendo solidi muri di contenimento piuttosto che escogitare un rimedio a livello politico ed economico. Soluzioni facili dunque, alle quali persino un Australopithecus potrebbe giungere. Tornando a Manu Chao, in un’intervista rilasciò la seguente affermazione: ”In questo mondo di merda l’unica libertà è il denaro. La libertà non si condivide, ma si compra”… e ce lo dicono bene i servizi sui centri di detenzione in Libia, dai quali i migranti possono sperare di uscire solo su “cauzione”. Un musicista quindi attento ai temi sociali, ma anche ecologici, con la sua Por el suelo… tanto che, diciannove anni dopo l’uscita del disco, ce lo siamo ritrovato a scagliarsi contro la Monsanto, assai nota per aver messo in commercio pesticidi e sementi transgenici altamente nocivi per la terra e per l’uomo. Lo spirito libero e girovago di Manu Chau è ben descritto dalla traccia Desaparecido… uscito dai Mano Negra, con i quali aveva già dispensato concerti in Sud America, Manu Chao inizia a girare per il mondo in solitaria, per poter essere contagiato da culture diverse, alla ricerca di nuovi stimoli e suoni. Il musicista aveva dato vita, già dal 1988 insieme alla sopracitata band, alla patchanka, un genere musicale ibrido che riesce a fondere diversi generi musicali e tradizioni culturali, mescolando il punk, lo ska, il reggae, il rock, il flamenco, il funk, la salsa, il rap e il calypso. Un musicista libero quindi, sempre fedele al suo modo di vivere e sempre saldo ai suoi principi e valori. A distanza di vent’anni dunque, se il mondo sembra aver subito peggioramenti e involuzioni storiche, “Clandestino” resiste alla forza del tempo e resta a tutt’oggi un disco attualissimo.

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