Manetti Bros.: “L’arrivo di Wang” (2011) – di Dario Lopez

I Manetti sguazzano da anni in una dimensione che non è quella delle grandi produzioni, probabilmente le cose negli ultimi anni sono migliorate grazie al ritorno di Coliandro nei palinsesti Rai, ritorno fortemente voluto e chiesto a gran voce dai fan e, soprattutto, grazie ai buoni successi, almeno di critica, dei più recenti “Song ‘è Napule” e “Ammore e malavita”. Nel 2011 però, anno di uscita di questo “L’arrivo di Wang”, i confini materiali (non quelli mentali) e le possibilità economiche del Cinema dei Manetti sono ancora limitate. Questo però non ferma i due fratelli Marco e Antonio Manetti che, anzi, fanno di necessità virtù puntando sulle idee e sui generi per travalicare, come fanno già da tempo con “L’ispettore Coliandro”, i confini un poco asfittici della fiction e delle piccole produzioni italiane. Il film è realizzato con quattro soldi, quattro volti (tre veri e uno finto), una location e alcune buone idee. Poverissimo ma allo stesso tempo interessante, anche visivamente per alcuni versi, con una buona tensione in diversi passaggi della vicenda sottolineata dalle buone prestazioni del veterano Ennio Fantastichini e della meno nota Francesca Cuttica, già con i Manetti nelle stagioni sette e otto de “Il Commissario Rex” (eh si, i Nostri hanno fatto anche quello… parecchio trash se ci è concesso). Guardando operazioni come questa si capisce che i Manetti, nel piccolo, sanno benissimo come muoversi e che quel tipo di dimensione ai due fratelli piace pure e, alla fine, riescono a farla piacere anche a noi. Gaia Aloisi (Francesca Cuttica) è un’interprete impegnata a tradurre un film dal cinese. Mentre lavora riceve una chiamata da una persona con cui ha collaborato in precedenza che le offre un lavoro di un paio d’ore urgentissimo ma molto ben retribuito. La persona ha evidentemente a che fare con lo Stato. Gaia, visto il preavviso praticamente nullo, è un po’ titubante ma finisce per accettare. Andrà a prenderla a casa il signor Curti (Ennio Fantastichini), uomo in odore di Servizi Segreti, che spiega a Gaia che dovrà tradurre dal cinese una sorta di interrogatorio a un certo signor Wang (Li Yong). Da qui iniziano i misteri. Gaia non potrà sapere dove si terrà l’interrogatorio, ci arriverà bendata, dovrà tradurre al buio senza mai vedere in faccia Wang… tutto ciò ovviamente inizia a spaventarla e a crearle inquietudine. Inizia a pensare al peggio finché non le si palesa una verità molto diversa da quella che lei stessa si stava figurando. Penso che ormai tutti abbiano sentito parlare di questo film e il rischio di spoiler è ormai molto ridotto (comunque con la trama ci fermiamo qui), quello che i Manetti riescono a fare benissimo è creare la giusta tensione e una buona dose d’attesa utilizzando pochissimi elementi: il mistero iniziale, la dinamica tra personaggi chiusi nella stessa stanza, effetti speciali a dir poco artigianali, le sfuriate di Fantastichini, la paura di Wang, l’angoscia della Cuttica e le derive nel genere che è quello, sbilanciamoci un poco, fantascientifico. Oltre al sano divertimento che il film offre durante i suoi 80 minuti, ne “L’arrivo di Wang” ci si può vedere anche altro. Intanto la difficoltà di andare a competere per un prodotto simile, che pure ha vinto i suoi premi, con produzioni internazionali ad alto budget che si inseriscono nello stesso filone… ma anche la possibilità molto concreta di ovviare a tali disparità con la gestione ottimale delle idee supportate da scelte visive che, se pure non all’altezza della concorrenza, appaiono nell’economia del film comunque dignitose. Poi c’è la conferma che i Manetti se ne fottono, e io li amo per questo. Se ne fottono del pensare comune, non cedono alla metafora facile dell’altro maltrattato ma che in fondo è un bravo Cristo… se ne fottono, un po’ come fanno gioiosamente con Coliandro, e vanno per la loro strada che non è affatto estrema, anzi, ma nemmeno addormentata e addomesticata. Questi sono come il famoso falegname che con 30.000 lire lo fa meglio.

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