Man: i Gallesi d’America – di Ignazio Gulotta

Non ha avuto la fortuna che avrebbe meritato la band gallese dei Man, quale può essere il motivo di questa immeritata sottovalutazione? Si può provare a dare alcune risposte, la prima che mi viene in mente è l’atipicità della band nel panorama del rock inglese, infatti sono difficilmente inquadrabili in qualcuna delle correnti di maggior successo che hanno attraversato la musica britannica degli anni 60/70, né prog, né rock blues, né jazz rock, né glam, né hard rock, pur avendo la loro musica elementi che fanno riferimento a tutti questi generi, ma il loro sound e il loro modo di concepire i live act li avvicinano invece a gruppi West Coast, in primis ovviamente i Quicksilver Messenger Service, loro idoli dichiarati, ma anche i Grateful Dead e in generale tutta la controcultura californiana fanno parte del background dei gallesi. Eppure i Man sono stati una grande band, come testimoniano gli 11 album rilasciati dal 1969 al 1976 e le numerose publicazioni dei loro concerti che si sono succedute nel corso degli anni. La loro vita artistica è stata travagliata da continui cambi di formazione, praticamente il solo Micky Jones, ritiratosi nel 2002 dopo una diagnosi di tumore al cervello, sarà sostituito dal figlio George, ha fatto parte della band senza soluzione di continuità e ha portato in giro il nome dei Man a partire dagli anni 80, spesso in coppia con l’altro storico chitarrista Deke Leonard. Infatti la band ha continuato la sua attività fino ai nostri giorni con una produzione discografica che poco o nulla ha aggiunto a quanto realizzato fino al 1976, e dedicandosi soprattutto all’attività live, nella quale del resto hanno sempre dato il meglio di sé… e qui consentitemi una digressione autobiografica, ho avuto la fortuna di vederli dal vivo nel lontano 1972 al Lyceum di Londra, fu un’esibizione fantastica e indimenticabile dominata dalle improvvisazioni chitarristiche in puro stile psichedelico che ti catturavano completamente il cervello, una band affiatata che non si limitava a riproporre le versioni live delle loro canzoni, ma con una visione creativa del concerto rock, in cui l’elemento della jam session e dell’improvvisazione diventavano determinanti, dilatando le parti strumentali per avvolgere lo spettatore in una dimensione onirica e psichedelica: ecco perché si dice che i Man non hanno mai fatto due concerti uguali. La band si forma sul finire degli anni Sessanta, il nome pare sia stato scelto proprio perché con ‘man’ la gioventù dell’epoca era solita terminare le proprie frasi e appellarsi, così fu considerato un modo di farsi pubblicità gratis. Un’ultima cosa, prima di analizzare la loro produzione, a un primo impatto la loro musica può apparire soltanto un ottimo rock’n’roll trascinante e sostenuto da grandi strumentisti, ma c’è di più: i Nostri sono sorretti da una non superficiale cultura psichedelica e di opposizione all’establishmennt che affonda le proprie radici nei testi di Timothy Leary, Ken Kesey, Castaneda, Laing, ma anche nei libri di Vonnegut, di cui i Man sono appassionati lettori.
I primi 2 album su Pye. Nel gennaio 1969 la band gallese esordisce con l’album “Revelation”. Si tratta di un concept album sull’evoluzione dell’umanità dalle origini al viaggio sulla Luna, in bilico fra psichedelia, space rock e prog, come mette in luce già l’iniziale And In The Beginning. Nel disco hanno un ruolo centrale le tastiere, i cori vagamente westcoastiani, retaggio della precedente esperienza dei Bystanders, band dal cui scioglimento provengono quattro dei Man (Clive John chitarra, tastiere, voci, Jeff Johns batteria, Micky Jones chitarra e voce, Ray Williams basso cui si aggiunge Deke Leonard chitarra, piano, armonica e voce) e che si ispirava al pop rock inglese, ma anche ai Beach Boys: il risultato è un album eclettico e di difficile identificazione con brani di chiara derivazione dalla California più acida come Empty Room che potrebbero essere del repertorio Quicksilver o Moby Grape, o un brano come Erotica, in cui chitarra, tastiere e batteria accompagnano un lungo orgasmo femminile e che potrebbe quasi far parte di una colonna sonora di un film italiano dell’epoca, o la bella Don’t Just Stand There dai toni glam rock o il rock’n’roll di Blind Man; Sudden Life e The Future Hides Its Face però sono i brani che più prefigurano lo stile psichedelico chitarristico dei futuri album della maturità artistica… ma “Revelation” è un disco in cui viene anche fuori la vena ironica che caratterizza buona parte della produzione dei Man: coretti da chiesa, rumori di temporali, versi di animali, marcette, spoken words che interrompono i riff chitarristici. In The Future Hides Its Face è inserita la voce della missione spaziale Apollo: cambi improvvisi di stile e di atmosfera fanno pensare a un gioco zappiano apparentemente meno consapevole e più goliardico. Un album interlocutorio che in patria non avrà il successo sperato, ma che le buone vendite europee – il 45 di Erotica sarà n°3 nella chart francese e spopolerà in Angola! – convinceranno la Pye a investire in un secondo disco

Così a fine 1969 uscirà “2 Oz Of Plastic With A Hole In The Middle” (due once di plastica con un buco nel mezzo, evidente ironico riferimento al supporto in vinile), un album che segna una svolta verso quella psichedelia modello West Coast che caratterizzerà la produzione successiva della band, non a caso sono contenuti alcuni classici che i Man riproporranno nel corso degli anni nei loro live act. Apre il disco Prelude e The Storm, organo, coro, batteria sottolineano un’atmosfera dark, ma poi arriva la chitarra di Deke Leonard nella celebre imitazione del vociare di un gabbiano: è questo il brano più orientato verso il prog dell’album; la successiva It Is As It Must Be – ma il titolo, rifiutato dalla casa discografica, doveva essere Shit OnThe World – diventerà un classico così come la successiva Spunk Box: anche qui il titolo esatto sarebbe dovuto essere Spunk Rock… in entrambe viene fuori il nuovo stile scelto dalla band, brani lunghi di ascendenza blues dall’incedere ritmico incalzante e in cui gli strumenti solisti, generalmente le chitarre, ma in It Is As It Must Be anche l’armonica, si innalzano per inseguirsi in un crescendo in cui l’elemento centrale è quello della jam session e dell’improvvisazione. Il cambio dei titoli, l’insoddisfazione per la copertina che già si era manifestata nel caso dl precedente album, portano alla rottura con la Pye e a un nuovo contratto con la Liberty, etichetta della United Artists.
Gli anni della maturità 1969-1976. Con la nuova etichetta Liberty esce a fine 1970 l’album “Man”, finalmente con una bella copertina di Ron Henderson apribile che raffigura un uomo nudo su una spiaggia con lo sguardo rivolto verso il mare, mentre alle sue spalle i palazzi e altre figure umane sembrano liquefarsi in un paesaggio dai toni onirici e inquietanti alla Dalì; intanto cambia la sezione ritmica con Martin Ace al basso e Terry Williams alla batteria, che negli anni 80 entrerà nei Dire Starits. “Man” è un album molto controverso, dominato da due lunghi brani quasi completamente strumentali dal piglio sperimentale con largo spazio all’improvvisazione – fra Ummagumma e il kraut rock più spaziale – come Alchemist, immersa in una cupa atmosfera distopica, e la pinkfloydiana Would The Christians Wait Five Minutes? The Lions Are Having A Draw, titolo che ne conferma la vena beffarda. Tutt’altra atmosfera con Country Girl che ci porta nel country acido americano tra Grateful Dead e New Riders Of Purple Sage o con la meravigliosa Romani, classico del repertorio Man, che rievoca lo scontro avuto da Ace con un poliziotto belga durante un concerto. Blues rock in cui trionfano le chitarre e con particolare evidenza la steel guitar di Leonard. L’album sarà snobbato in patria sia dal pubblico che dalla stampa: il Melody Maker lo definì noiosissimo, mentre invece fu accolto benissimo in Germania, paese che divenne per i Man una seconda patria… da allora in poi vi si stabilirono per lunghi periodi, vi fecero lunghe tournée, stabilirono fruttuosi contatti con musicisti tedeschi, primi fra tutti i Nektar. Nel novembre 1971 esce “Do You Like It Here Now, Are You Setting In?” con la stessa formazione del precedente, registrato in solo una settimana, interrompendo una lunga permanenza a Darmstadt che, ricorda Leonard, era la capitale artistica della Germania e il cui Underground Club, dove spesso si esibivano, “aveva un suo ecosistema: una densa nebbia di marijuana”. Quando iniziano le registrazioni i Man avevano solo una canzone e mezza pronte, e certo il disco rappresenta un piccolo miracolo di incoscienza e creatività “ma noi eravamo senza paura, una macchina ben oliata, con una scorta infinita di nepalese, cosa poteva andare storto?” Così rievoca quei giorni spensierati Leonard, in cui l’unico momento di panico fu quando finirono le Rizla.
“Do You Like It Here Now, Are You Setting In?” si apre con Angel Easy, eccellente brano che mostra le grandi qualità del gruppo, in cui si privilegia sempre la compattezza del suono e l’armonia fra gli strumenti rispetto al virtuosismo del singolo, mentre la successiva All Good Clean Funci trasporta su terreni più propriamente prog, vicini ai Genesis con Clive John al piano e Leonard alla chitarra in evidenza; si torna invece nei territori del rock con Many Are Called, But Few Get Up e Love Your Life, in cui sono più evidenti gli influssi delle band californiane. La ristampa in cd della Esoteric comprende tre fantastiche tracce registrate nello stesso 1971 dal vivo ad Essen in una serata che, oltre ai Man, comprendeva Amon Duul e Can

Registrato nell’aprile del 1972, esce il primo album live dei Man, “Live At The Padget Rooms Penarth”, che segue di pochissimo l’uscita di “Greasy Truckers Party”, testimonianza di un’eccezionale performance live dei Nostri in un concerto con Brinsley Schwarz e Hawkwind – memorabile la versione di oltre 20 minuti di Spunk Rock – che presenta tre soli brani con i Man in forma strepitosa: la riedizione in Cd per la Esoteric presenta altri tre pezzi. L’album uscì in edizione limitata di 8.000 copie e andò subito esaurita, la stampa sembrò finalmente accorgersi dei Man, il loro momento sembrava arrivato… ma il diavolo ci mise lo zampino. La UA offrì a Leonard la possibilità di una carriera solista, così il chitarrista, facendosi prendere, come lui stesso ha detto, dal cinismo, lascia la band e fonda gli Iceberg, tornerà sui suoi passi 18 mesi dopo, ma ormai la grande occasione era andata perduta. Al posto di Leonard e Martin Ace entrano Phil Ryan alle tastiere e Will Youatt al basso, senza il frontman i Man sfornano un album, “Be Good To Yourself At Least Once A Day”, in cui è ancora più preponderante la parte strumentale, il risultato sarà eccellente e, almeno due dei quattro brani entreranno di diritto fra i grandi classici immancabili nei loro concerti. Forse per questo nel 1992 in un referendum fra i fan risulterà “Be Good To Yourself At Least Once A Day” l’album preferito della band gallese. Apre le danze C’mon che inizia con i riff chitarristici di Mick Jones per poi tendere nella parte centrale verso i toni malinconici con l’organo di Phil Ryan e terminare nuovamente con i duetti chitarristici che hanno reso famosa la band. L’altro classico è Bananas, rockettone dal riff trascinante e irresistibile e dalle chiare influenze psichedeliche, il testo semplice e diretto: “I like Eat Bananas/’Cos They Got No Bones/I like Marijuana/’Cos I Get Stoned”
Il 1973 è l’anno di “Back Into The Future”, l’unico album ad entrare nella chart inglese al numero 23
 intanto Clive John ha lasciato la band. “Back Into The Future” è un doppio composto da un disco in studio e da uno live che vede come quinto membro il chitarrista Tweke Lewis dei Wild Turkey. Si inizia subito con la cavalcata rock di A Night In Dad’s Bag e, in Just For You, si affaccia un ritmo funk, Ain’t Their Fight è una delle canzoni più riuscite dei Man, con in primo piano i riff incendiari della chitarra di Jones; chiude la parte in studio Never Say Nups To Nepalese, altro grande brano psichedelico. Anche questo richiama a volte i Pink Floyd: inutile specificare di quale nepalese parli la canzone! Il disco dal vivo si avvale della partecipazione del Gwalia Male Choir e, oltre a proporre una lunga e travolgente jam che si rifà a Spunk rock e altre canzoni della band, ha i suo pezzo forte in una strepitosa versione di C’mon nella quale il virtuosismo chitarristico e il senso della ballata rock di derivazione West Coast raggiungono vertici altissimi… ma il 1973 è anche l’anno di un altro formidabile live, “Christmas At The Patti” che vede insieme ai Man fra gli altri i sodali Help Yourself – altra grandissima band psichedelica inglese – e Dave Edmunds
Deke Leonard che di lì a poco rientrerà nella band, parteciperà a tutte le session tranne a quelle con i Man, ma il risultato è comunque di una tale bellezza da lasciare senza fiato, tutti i musicisti sono in gran forma e danno il meglio di sé… ascoltate gli Help Yourself con Deke Leonard nella cover di Mona dei Quicksilver ma i Man non sono da meno in una session con Dave Edmunds alla steel.

L’album, molto ricercato dai collezionisti uscì in doppio Ep, ma per fortuna è stato più volte ristampato. Nel 1974 esce “Rhinos, Winos + Lunatics”: è l’album del rientro di Leonard che firmerà tutti i brani e che porterà nella formazione il chitarrista e tastierista Malcolm Morley e il bassista Ken Whaley, entrambi provenienti dagli Help Yourself e dagli Iceberg. Questo è un disco di rock acido energico e teso in cui l’influenza West Coast è molto presente, i brani migliori The Thunder and The Lightning Kid, in cui l’influenza Quicksilver Messenger Service si fa marcata, Kerosene con in evidenza il sinth, il piano elettrico di Morley e il wah wah della chitarra di Jones. California Silks and Satins, una sognante canzone alla Crosby e Nash, e Scotch Corner, una scatenata ballata country rock dimostrano, qualora ce ne fosse bisogno, quanto l’orecchio e l’anima della band fosse rivolto oltre Atlantico. Il disco avrà un discreto, anche se effimero successo che frutterà ai Man una tournèe in America, L’edizione in cd dell’Esoteric contiene 5 brani registrati live a Los Angeles con il sassofonista Jim Horn. Ancora un cambio nella tormentata vita dei Man che tornano ad un quartetto con Mick Jones, Leonard, Williams e Whaley per “Slow Motion” che vede la luce nel 1975, si tratta di un album di buon rock’n’roll, suonato con impeto e sincerità e che contiene alcune ottime canzoni come Bedtime Bone, in cui il gioco psichedelico delle chitarre si fa estremamente suggestivo, supportato da un Williams che si conferma batterista di ottima levatura o il divertissement hard rock di Day And Night… altre ti lasciano perplesso, come la troppo retorica e romantica Grasshopper, in cui le chitarre acustiche sono accompagnate da un arrangiamento orchestrale che risulta ridondante e stucchevole. Dice Leonard che dopo la straordinaria esperienza americana dei grandi spazi, durante le registrazioni sentivano un’aria alquanto claustrofobica

Nello stesso anno si unisce alla band il grande John Cipollina, che aveva suonato con i Man al Winterland di San Francisco durante la loro seconda tournèe in USA, per una serie di concerti che vengono immortalati nell’album “Maximum Darkness” (1975). Nella formazione non c’è più Whaley e ritorna il bassista Martin Ace; l’album conferma come la dimensione live sia quella ideale per i Man: sin dal primo attimo le chitarre entrano trionfalmente in scena quasi come uno squillo di trombe e da quel momento in poi la mente dell’ascoltatore non potrà far altro che farsi travolgere dal trip che Leonard, Jones e Cipollina ricameranno per i nostri neuroni impazziti. La cosa stupefacente è come, malgrado i continui cambi di line-up, il gruppo gallese abbia sempre mostrato un affiatamento e una compattezza davvero non comuni. Si inizia con la delirante 7171 551, ritmo palpitante, chitarre che fendono l’aria con chirurgica precisione o che distorcono il suono con l’eccitante wah wah di Leonard,  inseguendosi in un inno al rock più vero e selvaggio; segue la più bluesy e acida Codine… le altre tracce presenti sono versioni più estese di grandi classici della band che danno la possibilità ai musicisti di sbizzarrirsi in ciò in cui sono maestri. Un sound psichedelico di matrice blues in cui largo margine viene lasciato all’arte dell’improvvisazione, come per esempio in Bananas.

“Maximum Darkness” è a conti fatti uno dei migliori album live della storia del rock: ottimo il sound che l’intervento in studio rende perfettamente equilibrato. L’anno successivo, con una formazione ancora una volta diversa, uscirà l’ultimo album in studio dei Man, “The Welsh Connection”, opera poco riuscita, che segnerà, anche per l’insuccesso di vendite, la fine della band, che proseguirà poi come live band, non finiranno invece, e per fortuna, le pubblicazioni di album dal vivo e oggi anche di DVD dei loro tempi d’oro. Per ironia della sorte, se il loro primo brano del primo Lp si intitolava And The Beginning, il pezzo finale dell’ultimo si chiamerà Born With A Future, fra l’altro uno dei pochi a salvarsi nel disco.

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