Mamie Smith: “Crazy Blues” (1920) – di Francesco Chiari

Tra i tanti anniversari di quest’anno troviamo anche quello del primo disco di blues cantato, ossia “Crazy Blues“, registrato il 10 agosto 1920 dalla cantante Mamie Smith con un gruppo nel quale erano presenti il cornettista Johnny Dunn, re del suo strumento a New York fin quando arrivò Louis Armstrong, e il pianista WillieThe Lion” Smith, uno dei maestri dello stride piano. Abbiamo specificato blues cantato perché ad esempio quattro anni prima, nel 1916, e un anno prima del primo disco di jazz, la banda militare guidata dal pirotecnico trombonista e arrangiatore Arthur Pryor aveva inciso per la Victor una fantasia di motivi che includeva Saint Louis Blues, il classico sempiterno di William Christopher Handy, destinato ad essere ripreso un po’ da tutti (Handy stesso notava che quell’unico brano aveva sfamato lui e la sua famiglia per oltre mezzo secolo).
Le più recenti ricerche sul genere hanno poi rivelato una grossa sorpresa: il primo blues a stampa (I Got The Blues del 1908, quindi ben prima di Handy!) è un tema inserito in un ragtime scritto da Antonio Maggio, italoamericano di origine calabrese anzi arbërëshe, ossia di origini albanesi, un ceppo diffusissimo nel Sud Italia (pensiamo a Piana degli Albanesi dietro Palermo). Insomma, il genere circolava già da tempo e attendeva solo di assumere la forma che conosciamo, anche e soprattutto attraverso il sistema di comunicazione di massa, di cui il disco fu l’esempio più notevole assieme alla radio, che negli Stati Uniti iniziò le sue trasmissioni proprio in quello stesso 1920. Agli inizi il blues conviveva col ragtime, che era ormai un genere storicizzato e anche un po’ fuori moda (il suo massimo creatore, Scott Joplin, era morto in miseria nel 1917) ma che forniva, magari tramite lo stride piano, alcune strutture formali, come vediamo in maniera preclara proprio in questo disco: incorniciati fra un’introduzione di quattro battute ed una coda invero un po’ spicciativa di due battute troviamo sei giri melodico-armonici ma il primo, il terzo e il sesto sono di sedici battute, struttura appunto mutuata dal ragtime, mentre il secondo, il quarto e il quinto sono canonici giri di dodici battute, ossia lo schema blues come si sarebbe poi propagato in generi come il r’n’b, il r’n’r e il soul.
Il tempo lento di questo e di molti altri blues classici avrebbe poi generato il termine blues per indicare genericamente un tempo lento, anche se non necessariamente composto da giri di dodici battute, e così era indicato nel gergo dei musicisti di night club: sullo spartito di Saint Tropez Twist, il ben noto grande successo di Peppino di Capri, la parte finale a tempo più lento e su ritmo di terzine è indicata come “blues”, e questo nonostante il brano stesso sia proprio basato sulla struttura del blues, con una sezione di dodici battute (le ultime quattro ripetute) e un ponte di otto. Questo esempio ci porta ad un discorso molto importante su quella che possiamo definire la porosità della cultura popolare in opposizione a quella scritta: in questo disco, nella prima sezione di sedici battute, Mamie Smith canta un testo che inizia con Can’t Sleep At Night / Can’t Eat A Bite, e se quest’espressione vi suona familiare è perché la ritroviamo ad esempio in due brani temporalmente molto distanti da questo: nell’ordine I’ll Come Runnin’ Back To You di Sam Cooke del 1958, il suo primo singolo profano dopo l’esperienza gospel nei Soul Stirrers, e addirittura in I Never Loved A Man (The Way That I Love You) di Aretha Franklin, il suo successo del 1967 per la Atlantic.
Si badi bene: questo non significa affatto ci mancherebbe, che Sam e Aretha conoscessero il 78 giri del 1920 ma semplicemente che loro o i loro autori attingevano ad un fondo di conoscenze comuni nelle quali si riconosceva la loro comunità, fossero essere giri armonici, schemi melodici o citazioni di frasi. Un altro esempio molto interessante viene dal repertorio del grande Muddy Waters, che nel 1951 registrò il brano Lonesome Day, la cui prima strofa (che contiene la frase del titolo) è presa di peso da Blues Before Sunrise, il capolavoro registrato da Leroy Carr nel 1932. Questo modo di procedere è comune a tutte le culture orali del mondo, per cui non stupisce trovarlo anche nel country&western, genere considerato bianco ma in realtà ricco di profonde affinità col mondo afroamericano, se non altro perché musicisti bianchi e neri condividevano lo stesso ambiente e spesso le stesse sfiancanti condizioni di lavoro: nel 1947 Hank Williams registra Move It On Over, basato guarda caso sul giro del blues, nel quale il profilo melodico che apre ogni strofa si ritroverà sette anni dopo con minime varianti addirittura in Rock Around The Clock (e anche Bill Haley aveva esordito nel mondo del country&western, con tanto di cappello Stetson nelle foto pubblicitarie).
Nel mondo del jazz abbiamo un altro esempio di trapianto: nel 1916, siamo sempre negli stessi anni, l’orchestra di Jim Europe registra Down Home Rag, caratterizzato da una figura ritmica con le note raggruppate in gruppi di tre che scavalcano le cesure di battuta, e questa tecnica si trova nel disco di Wingy ManoneTar Paper Stomp del 1930, per poi passare in Hot And Anxious dell’orchestra di Fletcher Henderson e terminare il suo viaggio nell’orchestra di Glenn Miller, dove diventerà il primo tema di In The Mood, brano talmente famoso da non richiedere ulteriori commenti. Insomma, il disco di cui ricordiamo il centenario, con la sua alternanza fra strutture del ragtime e strutture del blues, ma anche con la presenza di strumenti, non solo il pianoforte ma anche il violino di Leroy Parker, solitamente legati alla musica eurocolta, ci ricorda come le culture nelle quali i popoli si riconoscono sono per loro natura disponibili all’incontro, all’interscambio, all’assimilazione, e possono insegnarci qualcosa a livello sia musicale sia soprattutto umano.

I can’t sleep at night / I can’t eat a bite / ‘Cause the man I love / He don’t treat me right
He makes me feel so blue / I don’t know what to do / Sometime I sit and sigh
And then begin to cry / ‘Cause my best friend / Said his last goodbye
There’s a change in the ocean / Change in the deep blue sea, my baby
I’ll tell you folks, there ain’t no change in me / My love for that man will always be
Now I can read his letters / I sure can’t read his mind / I thought he’s lovin’ me
He’s leavin’ all the time / Now I see my poor love was blind / Now I got the crazy blues
Since my baby went away / I ain’t got no time to lose / I must find him today
Now the doctor’s gonna do all that he can / But what you’re gonna need is an undertaker man
I ain’t had nothin’ but bad news / Now I got the crazy blues.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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